(Sec. VI-V a. C.)

8. Il primo trattato di commercio con Cartagine e la perdita dell’Etruria. — Il primo documento sicuro della storia romana che noi possediamo è un trattato di commercio: il trattato che, nel 510 o 509 a. C., l’anno primo della repubblica, Roma conchiudeva con Cartagine. Polibio ce ne ha conservato il testo (3, 22). Esso suona così:

«Ai Romani e ai loro alleati è vietato navigare al di là del Bel Promontorio (il capo Farina, cfr. Pol., 3, 23), salvo che non vi siano costretti dalla tempesta o dai nemici.... Se alcuno sarà stato costretto ad approdarvi, non gli sia lecito comperare o prendere cosa alcuna, salvo il necessario a riparare le navi e a compiere i sacrifici, e ne riparta entro cinque giorni. Coloro che si recheranno per ragioni di commercio» [si intende, a Cartagine, nell’Africa al di qua del Bel Promontorio, e in Sardegna] «non saranno tenuti ad alcuna imposta, salvo a quella dovuta al banditore o allo scrivano pubblico; e di quanto sarà venduto in loro presenza la fede pubblica resterà garante al venditore, e ciò per quanto concerne le vendite fatte in Africa e fatte in Sardegna. Se poi alcun romano verrà in quella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi, i suoi diritti saranno per ogni verso eguali [13].

Questo trattato è stato frainteso dagli storici moderni. Eppure il suo testo parla chiaro: Roma rinuncia a navigare e a commerciare nel Mediterraneo orientale, e i Cartaginesi promettono in cambio di non far guerra e danno alcuno al territorio o alle città del Lazio, soggette o non soggette a Roma. È così vero che la monarchia fu rovesciata dall’elemento latino ed agrario, sollevatosi contro l’elemento etrusco e mercantile, che, appena fondata, la repubblica fa un passo indietro sulle vie del commercio arditamente tentate dagli ultimi monarchi e compra la pace da Cartagine, restringendo nel Mediterraneo il suo commercio. Questo è il senso, lo spirito e lo scopo del trattato. Nè è temerario congetturare che la repubblica si affrettasse a comperare a questo prezzo la pace da Cartagine, perchè si trovò subito in guerra con l’Etruria. Se, quando la monarchia fu rovesciata, il dominio romano in Etruria fosse così vasto come ai tempi di Tarquinio Prisco, noi non sappiamo: certo è che la repubblica ebbe subito a sostenere una fiera guerra con gli Etruschi, sia che gli Etruschi soggetti si ribellassero, sia che gli Etruschi indipendenti approfittassero dell’occasione per liberare le città soggette, sollecitati, come vuole la tradizione, da Tarquinio. E neppure è dubbio che la repubblica fu vinta dagli Etruschi, e che Roma cadde sotto il dominio etrusco per alcuni anni. Per quanti, è difficile dire con precisione; non molti, a ogni modo, perchè al principio del V secolo Roma era riuscita, bene o male, a riacquistare la sua indipendenza.


9. Le guerre con i Volsci e con gli Equi (principio del V secolo). — Ma solo per affrontare nuovi nemici, che da ogni parte l’assaltano. Tutto il Lazio insorge, rivendicando la libertà e l’autonomia; altre barbare popolazioni circonvicine — le tribù dei Sabini, ad esempio — che la monarchia aveva tenute soggette o in rispetto, ritornano a saccheggiare i territori romani; pericolo ancor più grave, le popolazioni del Subappennino romano — i Volsci e gli Equi — si spingono nella pianura del Lazio verso occidente e la costa tirrenica da Anzio a Circei. Intorno alle guerre incessanti, che la repubblica dovè combattere contro questi popoli, e massime contro i Volsci e gli Equi, gli antichi contano molte belle favole e poco di sostanzioso. Un documento sicuro — il trattato di alleanza, conchiuso nel 493 dal console Spurio Cassio, che pose fine alla guerra con le città latine, di cui Dionigi d’Alicarnasso ci ha conservato il testo[14] — ci dice che, anche con i Latini, come già con Cartagine, la repubblica pagò del suo le spese dell’accordo, poichè rinunciò alla supremazia ed al comando, riconobbe l’autonomia delle città latine e la loro confederazione, e con questa conchiuse un’alleanza difensiva a condizione di parità e di reciprocanza perfette. Quanto alle guerre contro i Volsci e gli Equi, che riempiono della loro confusa storia tutta la prima metà del V secolo, una cosa sola possiamo affermare con sicurezza: che per più di mezzo secolo Roma si tenne sulla difesa; che per difendersi fece entrare nella lega latina anche gli Ernici, che non erano certo Latini e forse erano Sabini; che in queste guerre ebbe spesso la peggio e non riuscì a impedire che il suo territorio fosse ogni tanto invaso e saccheggiato.


10. Le prime disfatte della repubblica e le loro conseguenze. — Il piccolo impero, che la monarchia aveva creato, cade dunque nei primi decenni della repubblica; e insieme decadono l’industria e il commercio. Se la repubblica, appena fondata, aveva abbandonato una parte del Mediterraneo a Cartagine, verso il 450 a. C. Roma era, si può dire, sparita dal novero degli empori di qualche importanza nel Mediterraneo. Il primo tentativo mercantile di Roma, il primo disegno di fondare sulle rive del Tevere un grande emporio, simile a Cartagine, a Corinto, a Taranto, ad Atene e a tante altre città greche, era dunque fallito. Ma questa rovina del commercio dovette impoverire la città, e questa povertà fu accresciuta dalle guerre disgraziate. La preda era il pane delle guerre antiche. Il soldato romano andava alla guerra, non solo per tenere lontano dal proprio territorio il nemico, ma con la speranza di entrare nel suo territorio e di prendere quel che poteva. Fu infatti principio costante della milizia romana che il generale avesse diritto di disporre delle manubiae — metalli, bestiame, schiavi — e di spartire il bottino tra lo Stato e i soldati, ai quali una parte doveva toccare, e di solito non la minore: il che ci spiega come nei primi secoli Roma potesse imporre a tutti i cittadini delle prime cinque classi il servizio militare obbligatorio e gratuito. Ma con questo modo di intendere la guerra, se le guerre vittoriose potevano, in una certa misura, arricchire il popolo, perchè quelli almeno che non ci morivano, portavano a casa dei metalli preziosi, del bestiame, degli schiavi, le guerre disgraziate lo impoverivano, perchè in queste non solo i soldati militavano senza compenso, ma parti più o meno vaste del territorio erano o perdute o saccheggiate. Le lunghe e incerte guerre con i Volsci e con gli Equi impoverirono dunque la condizione media e la plebe, nei primi cinquanta anni della repubblica. Molti possidenti si impaniarono nei debiti, perdendo a poco a poco i beni prima e la libertà poi, giacchè le terribili leggi del tempo condannavano il debitore insolvente a servire il creditore come schiavo.


11. Patrizi e plebei — La lotta per l’eguaglianza civile e politica (prima metà del V secolo). — A giudicar dunque dai primi effetti, la caduta della monarchia fu per Roma una calamità. Eppure la rivoluzione non aveva fatto subire alle istituzioni di Roma che un leggero ritocco. Il senato aveva conservato gli antichi poteri, come i comizi centuriati e, nella forma a cui la costituzione Serviana li aveva ridotti, i comizi curiati; solo l’autorità regia era stata trasferita a due magistrati, i consules, denominati in origine praetores. Eletti ogni anno dai comizi centuriati, i consoli ricevevano dai comizi curiati e dal senato l’imperium prima esercitato dai Re, e cioè il potere militare e giudiziario senza le facoltà religiose, che furono deferite a un nuovo magistrato denominato rex sacrorum; ed avevano, come i Re, per aiutanti i quaestores. Come mai da un mutamento così piccolo, aveva potuto procedere un effetto così grande? Perchè il mutamento era piccolo solo in apparenza. La monarchia, combinazione sapiente del principio elettivo e del principio vitalizio, era stata un potere vigoroso e fattivo, che aveva retto e diretto davvero lo Stato. Ma la repubblica, facendo questo potere annuale e dividendolo tra due magistrati, ognuno dei quali poteva esercitarlo separatamente, l’aveva indebolito; e quindi aveva trasferito il reggimento dello Stato non dal Re ai consoli, ma dal Re al senato, che, essendo stabile, primeggiò nel nuovo ordine di cose. Ma il senato romano era l’organo del patriziato; e il patriziato era una casta privilegiata e chiusa. Invano la monarchia aveva cercato di aprirla ad uomini e famiglie nuove; non appena, scacciati i Re, essa fu arbitra dello Stato, la casta si affrettò a rifar la serrata; non volle più accogliere genti nuove, si trincerò nei suoi privilegi come in una fortezza. Questi privilegi — il divieto di connubio con i plebei, gli auspicia e il diritto di occupare tutte le cariche — erano diversi ma tutti legati tra di loro, perchè non c’era atto o cerimonia pubblica che un magistrato potesse compiere senza aver prima interrogato il cielo o gli uccelli o gli altri segni della volontà divina. Lo Stato cadde dunque in potere di una oligarchia piccola, orgogliosa ed esclusiva; tutte le famiglie povere e le famiglie arricchite nelle ultime generazioni, che non avevano sangue patrizio nelle vene, furono escluse dal governo.