Ma che forza, non ostante questo difetto! «Il suo stile cammina con una certa indifferenza sdegnosa; è stringato come quello di Tacito, pur essendo meno faticoso; è ricco come quello di Livio, ma è anche più sobrio. «En arrivant au bout d’une phrase, on est parfois frappé comme d’un coup subit; ce sont deux mots simples qui, par un rapprochement nouveau, ont pris un sens accablant»[5]. Metafore audaci, nascoste in un verbo, illuminano tutta un’idea. E poi una lunga e furiosa passione chiusa in una parola, una mescolanza di famigliarità, di poesia, di eloquenza, e sopratutto quegli sbalzi bruschi e potenti d’invenzione originale che piacciono più della perfezione liscia: il dono della creazione».
Ma Sallustio non è soltanto un grande stilista; è anche un moralista ed un filosofo, il quale nella storia vuol ritrovare i segreti della fortuna, i piani del destino, le profonde lezioni della vita; tanto che la sua narrazione, sorretta da una concezione generale del mondo, come da una intelaiatura, mira a un alto fine morale. Siamo usciti con lui dalla scarna annalistica per entrare nel pieno splendore del genere oratorio. Senonchè ci siamo entrati un po’ bruscamente. Non è possibile non avvertire in Sallustio — ed è uno dei suoi difetti maggiori, pur non essendo un difetto scevro di grandezza e nobiltà — una sproporzione tra il fine e i mezzi, tra l’intelaiatura e la tela: fine ed intelaiatura troppo grandi per i mezzi e per la tela troppo piccoli.
«Io credo che poichè ho deciso di vivere lontano dagli affari pubblici — scrive nella prefazione della Giugurtina — questa mia grande ed utile fatica sarà chiamata pigrizia da coloro ai quali pare somma attività andare mendicando il favore della plebe coi banchetti. E se essi penseranno in che tempo entrai nelle magistrature, e che uomini ne siano stati esclusi, e siano arrivati al Senato, conchiuderanno certamente che io per ragione e non per pigrizia ho cambiato parere, e che alla Repubblica verrà maggior bene dal mio riposo che dalla attività di costoro. Perciò io ho spesso udito che Q. Massimo e P. Scipione ed altri uomini illustri, eran soliti dire che quando guardavano le immagini dei loro maggiori, l’animo loro si accendeva di grande coraggio». Chi non potrebbe lodare questo fine nobilissimo? Ma per assolverlo, non basta raccontare in forma elegante e bella una guerricciola memorabile, invece che per la gloria delle armi, per gli odî e i puntigli delle fazioni, che senza scrupoli ferirono, pur di ferirsi l’un l’altra, financo il corpo della Repubblica.
Con la storia di Catilina, Sallustio assunse il compito di mostrare che nei tempi antichi «in pace e in guerra si coltivavano i buoni costumi: e massima era la concordia, minima l’avidità; e il diritto e il bene eran forti più per la loro natura che per le leggi; e le brighe, le discordie e gli odî si riservavano ai nemici, mentre i cittadini coi cittadini gareggiavano di virtù. Magnifici nell’onorare gli dei, parchi in casa, fedeli cogli amici. Con due arti, il coraggio in guerra e l’equità in pace, governavano sè medesimi e la repubblica.»[6] Poi «il destino incominciò ad incrudelire e rivoltò tutte le cose»[7]. Ritroviamo qui — a far da cornice al quadro — quella dottrina della corruzione dei costumi, opposta alla nostra fede nel progresso indefinito del genere umano, ma famigliare invece al pensiero antico. Senonchè la cornice è troppo vasta per il piccolo quadro in cui è dipinto il tumulto, più clamoroso che pericoloso, suscitato, nella repubblica, da Catilina. Cosicchè non possiamo dar torto a Quintiliano quando dice che «Sallustio nella Catilinaria e nella Giugurtina ci conduce all’una ed all’altra guerra, con dei proemi che sembrano non aver che fare con il soggetto», e dobbiamo riconoscere che le sue dissertazioni qualche volta sono un po’ lunghe e gonfie, le sue digressioni talora appiccicaticce e fuori di posto. Se le Historiae si fossero conservate, non avrebbero, forse, rivelato così ingenuamente questi difetti, perchè in quella vasta storia di tutta un’età, la cornice poteva essere adeguata al quadro. Ma sia colpa del caso, che ci ha fatto conoscere soltanto il Sallustio minore, o difetto inerente alla mente dello scrittore, cui mancasse un po’ quella virtù così difficile che è l’equilibrio, per trovare uno storico in cui la cornice ed il quadro, la visione della vita ed il soggetto, la materia e la forma si proporzionino, dobbiamo giungere a Tito Livio.
III. TITO LIVIO.
Tito Livio, famigliare di Augusto, e così grato nella casa del principe, che a lui fu affidata l’educazione del futuro imperatore Claudio, figlio di Druso, non ebbe ambizioni politiche, non coprì cariche, e visse da privato, studiando e scrivendo; fu insieme a Virgilio e ad Orazio, il terzo dei tre grandi restauratori, che aiutarono, con la penna, Augusto a ricomporre il mondo romano, disfatto dalle guerre civili. Livio nacque da una famiglia cospicua. Scrisse, come è noto, dialoghi, trattati filosofici, ed una immensa storia di Roma, dalle origini ai tempi suoi, nella quale volle trasfigurare la rudezza dell’annalistica tradizionale, adornandola e vivificandola con il colore, il calore e la pienezza fluente della oratoria greca.
Gli storici moderni sono stati severi con Livio, e non possono approvare il metodo con cui trattò le sue fonti, capriccioso, arbitrario, ed un po’ negligente, almeno alla stregua del nostro zelo nel cercare la verità. Senonchè Livio non vuol cercarla, così come noi l’intendiamo, arrivando alla conoscenza esatta dei fatti, proprio come sono accaduti. Egli vuole dimostrare con la sua storia (e dimostrarla con la rappresentazione viva più che con la rigorosa argomentazione, con il colore più che con l’esattezza, prediligendo il dramma che sembra alla storia che vuole essere vera) una dottrina generale, una visione della vita in cui gli spiriti più alti del tempo credevano e nella quale tutta la storia di Roma entra come un quadro nella cornice: che la ricchezza e la potenza non sono beni ma pericoli; che Roma si è corrotta e guasta a mano a mano che il suo impero è ingrandito; che le generazioni non possono camminare verso la perfezione se non a ritroso della corrente del tempo. È la dottrina della corruzione, quella già mescolata, senza grazia e naturalezza, alla storia di Sallustio, ma ripresa e sviluppata con la grandiosa coerenza necessaria, per dare a un corpo robusto un’anima sostanziale.
«Io vorrei — scrive Livio nel proemio — che ciascuno tra sè considerasse ansiosamente con l’animo, che vita, che costumi fossero i loro (quelli degli antichi), con quali uomini e con quali arti in pace ed in guerra sia stato fatto e ingrandito l’impero. E come indebolendosi a poco a poco ogni disciplina, prima i costumi quasi tralignassero e poi rovinando sempre di più precipitassero fino a questi tempi, in cui non possiamo sopportare nè i nostri vizi nè i nostri rimedi. E questo è nella conoscenza delle cose sopratutto salutare e fruttifero, che tu studi gli ammaestramenti di tutti gli esempi posti nelle illustri memorie; e di lì impari ciò che devi imitare per te e per la repubblica, e ciò che devi evitare perchè brutto negli inizi e nei risultati... O l’amore della mia opera mi illude, o non fu mai una repubblica più grande, o più saggia, o più ricca di esempi, ove così tardi entrassero l’avidità ed il lusso, ove tanto e così largamente fosse onorata la povertà e la parsimonia, e tale che quanto meno i suoi cittadini possedevano tanto meno desideravano».
Posto questo proposito, si spiega come, resistendo alla fretta dei suoi lettori, impazienti di arrivare alla storia recente, Livio incominci la sua opera rammentando minutamente le origini favolose di Roma, sebbene, anzi appunto perchè le sa favolose, «Io credo — dice egli ancora nel proemio — che i primi principî e le cose vicine a quei tempi non divertiranno la maggior parte dei miei lettori, parendo loro mill’anni di giungere a queste ultime novità, per cui stanno morendo le forze di quello che fu il più gagliardo popolo del mondo. Ma io voglio invece anche questo come premio della mia fatica, che mentre con tutto l’ardore andrò ripetendo quelle prime cose antiche, allontanerò il mio pensiero dai mali di questa età; e sarò libero da quella preoccupazione, che se non può distogliere dal vero l’animo di chi vive, può però renderlo travagliato. Non è mia intenzione nè confermare nè rifiutare quel che si raccontò sui tempi della fondazione di Roma, sebbene le favole vaghe ci abbondino più che le notizie sicure».
Non c’è dunque da meravigliarsi se Livio non si è scervellato, come gli storici moderni, per scoprire quella briciola di vero che poteva nascondersi sotto i miti della fondazione di Roma. In quel mondo lontano e solatio, come quello di una leggenda, Livio si riposa delle miserie e delle tragedie contemporanee, che sono tristi, perchè vere; si diverte a giuocare con quegli eroi vestiti di corazze lustrate, e che han l’aria, attardandosi fra Torquato e Bruto, di pensare con tristezza al momento della separazione. Egli non cerca d’infonder in quei personaggi una vita reale, che possa romper l’incanto di quel dolce e quieto artifizio; ma li toglie di peso dalla leggenda, con tutto l’ingenuo ingrandimento proprio del mito, che ammette solo santi o ribaldi; e se per un verso li dipinge così lontani dai moderni, che non è possibile avere neppur un’illusione di vita, dall’altra li veste col linguaggio e i costumi del suo tempo, come i pittori del quattrocento infilavano agli eroi della Bibbia il giustacuore e le calze lunghe. Così, quei soldati sono oratori espertissimi, che hanno certo letto i libri di Cicerone sull’arte del dire, e improvvisano ben composte orazioni, feconde in gradevoli simmetrie ogni volta che capita, e se non capita spontaneamente, lo storico pensa a facilitare l’avvento, una buona occasione — e ognuno capisce che di solennità politiche, religiose o militari ce n’erano fin che se ne voleva. La narrazione cammina sempre sull’orlo della parodia; ma Livio, che è un grande artista, non cade, e procedendo sereno, misurato, lontano dall’amarezza di Sallustio, il quale ricorda gli antichi con irritante pomposità e li adopra, perchè sono ormai intangibili e lontano, a maltrattare inutilmente i moderni, ha invece l’aria di dire che non importa accertare le virtù degli avi, ma che bisogna stimarli in ogni modo così, perchè ogni nazione ha diritto di avere dei padri semi-divini. «Si concede all’antichità il permesso di mescolare le cose umane con le divine, per rendere più venerabili i principî delle città. E se è lecito ad un popolo consacrar le sue origini attribuendole agli dei, la Gloria del popolo Romano nella guerra è così grande, che se egli dice essere Marte il genitore suo e del suo fondatore, le genti umane devono sopportare pazientemente anche questo, come sopportarono d’essere signoreggiate da Roma»[8].