Ma i pericoli, insiti nella sua rivoluzione, si fecero manifesti, quando lo strumento così ben maneggiato da Settimio Severo passò in mani più fiacche. Settimio Severo aveva lasciato il potere, come cosa sua, ai figli: Caracalla e Geta. Ma i due eredi non andaron d’accordo; Caracalla assassinò il fratello; e, rimasto solo padrone dell’Impero, cadde a sua volta, poco tempo dopo, vittima di una congiura militare, che proclamò imperatore il prefetto del pretorio, Marco Opelio Macrino, un semplice cavaliere. Era la prima volta che i soldati osavano scegliere un imperatore fuori del Senato; ma la proclamazione dei soldati, benchè Mommsen abbia sostenuto il contrario, non era senza l’investitura del Senato, titolo legale di autorità; non conferiva che un potere di fatto, fragile e incerto. Ciò che un gruppo di legioni aveva decretato, un altro gruppo poteva disfare, se l’imperatore scelto non era uomo molto forte e di gran prestigio personale.

Infatti, Macrino cercò di assicurarsi la ratifica dal Senato. Ma mentre stava negoziando e maneggiando per far legittimare la sua autorità, un’altra rivolta militare, fomentata dalla famiglia di Settimio Severo, lo rovesciò, proclamando imperatore Eliogabalo. Appena quattordicenne, e non avendo, come titolo, che il favore mobile dei soldati, neppure Eliogabalo conservò a lungo il potere. Dopo quattro anni, i soldati che l’avevano inalzato all’Impero lo rovesciarono; e non rimase, come Imperatore, che il cugino di Eliogabalo, Alessandro Severo, il quale era stato, un poco prima della strage, associato a Eliogabalo, per volontà dei soldati e della famiglia imperiale. Ma queste rivoluzioni militari e l’instabilità del supremo potere avevano tanto spaventato le classi governanti, compresa la famiglia di Settimio Severo, che tutti si rivolsero ancora verso il Senato, per ristabilire un governo forte e rispettato, il quale potesse, con incontestabile legittimità, imporsi all’osservanza delle legioni.

Alessandro Severo rinnovò dunque, e persino esagerò la politica di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiutò il titolo di dominus, soppresse il cerimoniale, trattò i senatori da pari a pari, affidò di nuovo al Senato la scelta dei funzionari più importanti, compresi i governatori delle provincie; formò, con dei senatori, il Consilium Principis; volle che i senatori assistessero i governatori, e non solo limitò l’autorità dei procuratori imperiali, ma li fece anche eleggere dal popolo. Come Silla, Augusto e Vespasiano oppose alla forza scatenata della rivolta militare, il Senato, rocca della legalità. Ma fu l’ultima volta. Le legioni non erano più, come ai primi secoli dell’Impero, reclutate quasi unicamente fra gli italiani, che per tradizione veneravano il Senato come il padre della loro nazione: erano piene di provinciali, calati dai paesi barbari dell’Impero, pei quali il Senato appariva un’autorità vaga, lontana, che si rispettava solo in ragione della forza. Inoltre lo spirito severiano del potere assoluto, l’ambizione di essere unico sostegno dell’autorità imperiale, era troppo penetrato nelle legioni, perchè si inchinassero davvero e sul serio dinanzi al Senato.

Le circostanze infine favorirono il loro spirito di rivolta. In quel momento critico della storia d’Occidente, scoppiò una grande rivoluzione in Oriente: l’ultimo re dei Parti è rovesciato, e risale sul trono la dinastia nazionale dei Sassanidi, risoluti a sterminare in Persia la cultura greca che era stata agevolata, nella sua diffusione, dall’Impero dei Parti, e a riconquistare i territori dell’antico impero persiano, soggetti, allora, a Roma. L’Impero Romano si trovò tutto a un tratto impegnato in una guerra con la Persia. Alessandro Severo riuscì a respingere l’invasione persiana, ma impiegando tutte le forze dell’Impero, comprese quelle che difendevano le frontiere d’Occidente. Ed ecco gli Alamanni e i Marcomanni ne approfittano per guadare gli uni il Danubio, gli altri il Reno. Impegnato in Oriente, Alessandro Severo giudicò di non poter respingere l’invasione, con la sola forza delle armi, e ricorse ai negoziati e ai sussidii. Ma i soldati scontenti di non sentirsi più padroni dello Stato, come ai tempi di Settimio Severo e di Caracalla, colsero questo pretesto, accusarono Settimio Severo di render l’Impero tributario dei barbari, si rivoltarono e sterminarono con lui tutta la famiglia imperiale. Dopodichè proclamarono imperatore il capo della congiura, un ufficiale superiore nato in Tracia, soldato valoroso, ma che sapeva appena balbettare il latino: C. Giulio Vero Massimino.

IV.

Questa rivolta segna l’inizio di un interminabile seguito di calamità, guerre civili, guerre esterne, pesti e carestie che per cinquant’anni, spopolarono e impoverirono l’Impero, distruggendo le élites che l’avevano governato, pacificato, e incivilito durante il primo e il secondo secolo; e con queste élites, le arti della pace e la parte migliore della cultura greca e latina.

Si cercano da secoli le ragioni per cui la civiltà antica è scomparsa: e si capisce che l’argomento abbia tentato e tenti gli spiriti, perchè poche civiltà sono state, nel loro fiore, più gloriose, e hanno, nello stesso tempo, subito un destino più fatale. Quando noi consideriamo quale fu la sorte della civiltà che, dall’anno mille, cominciò a rifiorire in Europa sulle rovine della antica, non possiamo non domandarci perchè l’Europa goda da 9 secoli di uno sviluppo quasi ininterrotto, in cui le conquiste e i profitti accennati sorpassano sempre le perdite; e perchè, invece, la civiltà antica, vigorosa e creatrice, è stata vittima di una terribile catastrofe, in cui doveva essere, quasi interamente, sommersa. Si accusano da molti, le invasioni dei barbari; e si dimentica che è necessario, allora, spiegare come un sì grande Impero, che possedeva tutta la scienza militare dell’epoca, non sia stato capace di difendere le sue frontiere, contro quei popoli che da lui avevano imparato i primi rudimenti dell’arte della guerra e del governo. Altri storici attribuiscono questa rovina al cristianesimo; altri ancora alla preponderanza che presero, nell’Impero, le classi inferiori e le popolazioni più barbare; altri al fiscalismo spoliatore e all’assolutismo. Ma tutte queste spiegazioni, in parte giuste, non spiegano nulla; se non si spiega nello stesso tempo perchè il cristianesimo potè, in certo momento, imporre all’Impero dottrine e istituzioni, che dovevano annientare il suo vigore politico e militare; se non si spiega per quali ragioni le razze, che popolavano l’Impero, si mescolarono insieme, diventando barbare; e come e perchè lo Stato finì per strangolare l’Impero con il suo assolutismo e la sua finanza insensata. Tutti questi fenomeni di decomposizione dovevano avere una causa prima, che bisogna chiarificare.

Questa causa prima è un grande disordine politico: proprio quel disordine politico, che fu generato dalle guerre civili seguite alla morte di Alessandro Severo e che continuò per mezzo secolo. Ma quale fu a sua volta la causa di questo disordine politico? L’annientamento assoluto dell’autorità del Senato, che tanti storici considerano come ingombro inutile nella struttura dell’Impero. Il Senato fu distrutto dalle legioni barbare che, a un certo momento, non s’inchinarono più alla sua autorità secolare; dalla paura che lo paralizzò dinanzi alla forza scatenata delle legioni, quando s’accorse che il suo prestigio, tutto morale, non esisteva più; dalla distruzione delle famiglie più illustri e più rispettate; dagli elementi nuovi, incolti e grossolani, che riempirono i vuoti della vecchia aristocrazia, decimata dalle guerre civili. Ma quando il Senato fu spogliato della sua autorità, non ci fu più in tutto l’Impero un’autorità capace di legittimare l’imperatore; venne cioè a mancare ogni principio di legittimità, in nome del quale si riconoscessero tutti obbligati a obbedire all’Imperatore; e con questo principio sparì ogni traccia di procedura legale per l’elezione dei capi dell’Impero. Le legioni scelsero gli imperatori, e il loro favore divenne unica fonte dell’autorità suprema; ma le legioni eran molte, stazionavano in paesi lontani, di rado si trovavano d’accordo, e spesso cambiavano idea.

Come si sarebbe potuto, se non con la guerra e la spada, fare una scelta, fra imperatori che tutti si riconoscevano lo stesso diritto, poichè tutti erano egualmente eletti da legioni, il cui voto conclamatorio aveva il medesimo valore? Onde l’interminabile seguito delle guerre civili; perchè non c’è verdetto della forza contro il quale non si possa ricorrere alla forza. Non era la prima volta che, nel mondo antico, un popolo restava come sospeso in aria, dopochè erano cadute quelle istituzioni con cui s’era, per secoli, governato.

Ma quelle crisi, benchè spesso rovinose, erano state circoscritte, trovandosi quei popoli attorniati di Stati, in cui l’ordine legale non era turbato, e in cui il potere si basava su un principio di legittimità ancora solido. Il popolo in rivoluzione poteva sempre prendere in prestito ai paesi confinanti questo principio di legittimità e il modello delle istituzioni, che su quello posavano, per ristabilire, presto o tardi, un governo. Quando in un popolo l’anarchia durava tanto tempo da inquietare i vicini, si trovava sempre tra questi vicini, uno Stato, pronto a imporre con la forza quell’ordine, che non sapeva darsi da sè. Per questo, nell’antichità, le guerre sono tanto spesso legate alle rivoluzioni interne degli Stati.