Dal disordine politico e dalla povertà il caos sociale. Sterminate o disperse l’aristocrazia e la classe agiata, che durante il primo e il secondo secolo erano stati i sostegni dell’Impero e ne avevano creato la brillante civiltà fondendo l’ellenismo e il romanismo, le loro ricchezze, o almeno quelle che non sono distrutte, e la loro potenza passano a una nuova oligarchia d’arricchiti e di alti funzionari, civili o militari, reclutata quasi tutta fra le classi inferiori e tra le popolazioni più barbare, che solo da lontano avevan sentito l’influenza del romanismo e dell’ellenismo. L’Impero ridiventa barbaro, e dall’interno ancor più che dal di fuori, con questo arricchire e salire degli elementi più rozzi, ancor più che per le invasioni dei barbari dell’altra riva del Reno o del Danubio. S’abbassa, dappertutto, il livello della cultura, nella filosofia, nel diritto, nella letteratura; perchè i nuovi dominatori, quando non la sprezzano, la ignorano.

Una raffinata cultura, fra i potenti, non è più regola, ma eccezione. E la decadenza si stende a tutte le industrie e a tutte le arti, in cui la civiltà greco-romana aveva eccelso e che ora diventano più rozze e volgari; all’arte degli scultori, all’arte degli orafi, all’arte degli architetti. Gli avanzi della ricchezza passata sono sprecati in un lusso barbaro di cattivo gusto, spettacoloso, pesante, fatto per sbalordire la gente rozza; o in piaceri e in feste violente e disordinate o in edifici giganteschi e inutili, che ingombrano più che non abbelliscano le poche città ancor floride in mezzo alla rovina delle piccole. E più l’Impero si impoverisce e più l’architettura pubblica colossaleggia. Inoltre, e questo è il colpo di grazia alla civiltà antica, la religione che era stata il fondamento dello Stato e della coltura antica, il politeismo agonizza. I culti orientali irrompono dappertutto, minacciano di sconvolgere moralmente il mondo, già così perturbato dalle guerre e dalle rivoluzioni.

III.

Tuttavia, benchè dalla morte di Alessandro Severo e per più di trent’anni, l’Impero in apparenza si sia abbandonato come un corpo morto ai mali che lo distruggevano, c’erano ancora, in questa civiltà agonizzante, ma che per tanti secoli era stata così vigorosa, le forze atte a tentare una disperata resistenza. Nonostante la barbarie invadente, le alte classi erano ancora sotto l’influsso di una cultura troppo antica, troppo ricca e troppo grande, perchè gli avanzi dovessero cessar di operare; e contavano ancora persone di grande animo e di alta intelligenza. Nel 268 una congiura di generali trucidò Galieno, e proclamò, questa volta, per succedergli non già un inetto o un intrigante, ma il migliore uomo di guerra del tempo, Claudio. Claudio, non lontano dall’antica Naissus (Nisch) sorprese il grosso dell’esercito nemico, l’annientò e ne inseguì i resti con spietato vigore. E chi sa quanto bene avrebbe potuto fare, se la peste non l’avesse ucciso nel 270! Ma ebbe per successore, acclamato dalle legioni di Pannonia, l’uomo che egli stesso aveva designato, uno dei generali che aveva combattuto con lui contro Galieno, Aureliano. Forte carattere e grande ingegno, come Claudio, Aureliano, arrivava al buon momento, perchè i Goti, vinti da Claudio, erano soltanto un’avanguardia. Nel 270, l’Italia era invasa dai Vandali e dagli Alemanni, i quali, nel 271, distruggevano addirittura un esercito romano presso Piacenza!

Aureliano fu il primo che cercò di fermare la decomposizione dell’impero e il suo rimbarbarimento, con un vasto piano coerente di riforme e di guerre. Vinse e distrusse a Pavia e a Fano l’invasione germanica, liberandone l’Italia; ridusse di nuovo sotto il dominio romano, l’Oriente, una parte del quale si era staccata dopo la morte di Odenath, formando un impero di Siria sotto lo scettro della vedova Zenobia; sbarazzò l’Impero da tutti i pretendenti e da tutti i piccoli imperatori locali, pullulanti negli anni precedenti, e lo riunificò; circondò Roma con la potente cerchia delle mura gigantesche che si ammira ancor oggi. Per tutti questi meriti può con ragione essere chiamato restitutor orbis.

Ma era una mente troppo vasta, da non capir che la ricostituita unità sarebbe presto distrutta di nuovo, se non si trovava, pei mali dell’Impero, qualche rimedio radicale. Due sue disposizioni meritano d’esser segnalate, più che le altre. Pensando con ragione che l’Impero era troppo esteso per le sue forze diminuite, Aureliano risolvè di abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, irrorata dal sangue dei legionari di Traiano e dal sudore di molte generazioni di coloni, dando il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia che si stendeva sulla riva destra del Danubio. L’altra disposizione è d’ordine politico e religioso. Aureliano istituì ufficialmente il culto del Sol invictus, proclamando religione di stato il mitraismo latinizzato.

Per capire il valore di questa grande riforma, bisogna ricordare che il mitraismo era un culto asiatico, nato da una fusione del masdeismo con la teologia semita e con altri elementi, presi in prestito alle religioni indigene dell’Asia Minore.

Era, come quasi tutte le religioni asiatiche, assolutista e monarchica, perchè insegnava che i monarchi regnano per grazia divina e come tali ricevono da Mitra gli attributi della divinità e ne diventano consubstanziali. L’adozione del mitraismo come culto ufficiale era dunque un atto di profonda politica; rappresentava uno sforzo, per trovare nell’assolutismo mistico un principio di legittimità, che sostituisse l’antica convalidazione del Senato, ora inefficace, e sottraesse l’autorità imperiale ai capricci delle legioni, sempre in rivolta. In mezzo all’anarchia in cui naufragava l’Impero, Aureliano cerca insomma un nuovo principio d’autorità, e lo cerca là dove soltanto poteva trovarlo, ora che s’erano estinti i principii creati dal mondo greco e romano; nelle grandi monarchie assolute che confinavano con l’Impero Romano dalla parte d’Oriente. Dopo la caduta della repubblica, dopo la caduta del governo misto di monarchia e di repubblica, ma di struttura greco-latina, con cui l’Impero si era governato per più di due secoli, dopo la caduta della dittatura militare dei Severi, pareva che non rimanesse ormai più, come forma di governo, che l’assolutismo orientale, fondato sul principio religioso, e in cui il sovrano era Dio.

Aureliano cerca insomma di tramutare l’impero greco-romano in un impero asiatico. Tuttavia, questo sforzo, benchè ampiamente giustificato dalle necessità politiche, sembra aver cozzato con una forte opposizione. Verso la fine del 275, Aureliano cade a sua volta vittima di una congiura di generali. Per che ragioni? Il punto è oscuro. Noi sappiamo che, come rappresentante del Sol invictus, Aureliano aveva incominciato risolutamente a ristabilire, nel vasto impero, l’ordine; onde non pare improbabile che il suo zelo nel reprimere gli abusi di cui soffriva il mondo romano, gli avesse procurato molti nemici. Ma non è impossibile che la congiura sia stata in parte un movimento di reazione del vecchio spirito greco-latino, contro l’assolutismo mistico dell’Oriente, ormai vincitore. Un fatto curioso, che altrimenti resterebbe inesplicabile, tenderebbe a persuadercene; le legioni, dopo la morte di Aureliano, non vollero acclamare l’Imperatore e vollero invece affidarne l’elezione al Senato. Sorpreso da un rispetto a cui da molto tempo non era più avvezzo, il Senato cominciò col rifiutare; scelse poi il più antico dei suoi membri, il princeps senatus, Marco Claudio Tacito. Ma non si era più ai tempi di Traiano, e per aver voluto governare come Traiano, Tacito fu trucidato dalle legioni, pochi mesi dopo che era stato eletto.

Ricominciò la guerra civile. Una parte delle legioni elesse Floriano, un’altra Probo, che era uno dei migliori generali di Aureliano. Probo prevalse; e quantunque discepolo di Aureliano, continuò la politica di Tacito; riconobbe l’autorità del Senato, cercando così di consolidare la propria; gli restituì il diritto di giudicare in appello nei processi penali, di nominare i governatori, e anche di ratificare le costituzioni imperiali. Come spiegare questo ultimo tentativo di governar l’Impero con l’appoggio del Senato, dopo 50 anni di torbidi e guerre civili, proprio quando il Senato non era più che un’ombra, se non si ammette che l’assolutismo mistico di Aureliano aveva irritato o spaventato quanto sussisteva ancora dell’antico spirito latino? Ma questo tentativo non riuscì meglio che il precedente. Benchè Probo fosse stato un generale molto abile, fu vittima, anch’egli, dell’implacabile violenza delle legioni; e ritornò l’anarchia. Le legioni elessero allora M. Aurelio Caro, che si affrettò a dare ai suoi figli, Carino e Numeriano, il titolo di Cesare, e si mise immediatamente in guerra con la Persia. Aveva già occupato Seleucia e Ctesifone, quando, alla fine del 283, perì colpito, secondo gli uni dal fulmine, secondo altri da una congiura militare. Numeriano, che l’aveva accompagnato, era un poeta, inadatto a comandare l’esercito, in un’impresa così difficile. Fu dunque deciso il ritorno. Ma per la strada anche Numeriano morì. Si accusò allora, apertamente, il prefetto del pretorio. Un’inchiesta fu ordinata e affidata a un tribunale di generali, che elesse imperatore, il 17 settembre del 284, il comandante delle guardie del corpo: Diocleziano.