IV. TIBERIO E AGRIPPINA.

I.

Con la morte di Germanico e il processo contro Pisone, incomincia quel tetro periodo, che doveva passar nella storia con il nome di «tirannide tiberiana». In questo la famosa legge de majestate, non applicata sotto Augusto, prende forza e flagella Roma a sangue con gli scandalosi processi, le atroci denuncie, le condanne crudeli, i suicidi disperati, la rovina e l’infamia di tanti illustri personaggi.

Di questi processi, delle denuncie che li promossero, delle crudeli condanne in cui terminarono, la storia chiama da venti secoli responsabile una crudele e sospettosa tirannide del figlio di Livia, che avrebbe tollerato intorno a sè soltanto servi e sicari, cui ogni memoria della antica libertà romana avrebbe dato ombra e noia. Ma quanto è lontano dal vero questo giudizio! Quanto male ha inteso la posterità superficiale e leggera la terribile tragedia del governo di Tiberio! Si dimentica sempre che Tiberio fu il secondo princeps o presidente dopo Augusto; ossia il primo che dopo il fondatore ebbe a reggere la nuova e un po’ strana carica suprema della repubblica, senza il prestigio e il rispetto che assicuravano ad Augusto la straordinaria fortuna della sua vita, l’universale opinione che egli aveva terminate le guerre civili, ridato pace al travagliato impero, salvato Roma dalla rovina suprema, di cui l’Egitto, Cleopatra e la follìa di Marco Antonio, l’avevano minacciata. Questo prestigio e questo rispetto avevano, sinchè Augusto visse, tenuto in soggezione le invidie, le gelosie e gli odî contro la nuova autorità della aristocrazia romana, che da quell’autorità si considerò sempre, e quanto più dovette subirla per necessità di Stato, come umiliata e spogliata di una parte dei suoi privilegi. Ma queste invidie, queste gelosie, questi odî — già l’ho detto, ma giova ripeterlo, perchè il punto è capitale, per comprendere la storia del primo impero — si scatenarono ferocissimi, quando Tiberio fu assunto all’impero.

In quale situazione si trovava Tiberio, dopo la morte di Germanico? Bisogna intender bene questo punto se si vuol capire l’infierire delle accuse di maestà e il modo con cui il secondo imperatore trattò e governò la famiglia. Il Princeps era ormai la volontà motrice e il genio regolatore di tutto lo Stato; delle finanze, della annona, dell’esercito, della guerra e della pace. In ogni difficoltà o pericolo, per qualunque torto o disgrazia, da ogni parte dell’impero, da ogni classe sociale si ricorreva a lui. Da lui le legioni aspettavano la regolarità del soldo, la plebe di Roma il grano abbondante, il Senato la sicurezza dei confini e la pace civile, le provincie la giustizia, i sovrani alleati o vassalli quell’aiuto, senza cui non potevano più governare. Queste responsabilità erano tante e così gravi, che Tiberio, come Augusto, si sforzava di indurre il Senato ad aiutarlo, ad assumersene la parte sua, secondo l’antica costituzione: ma inutilmente; chè il Senato si schermiva e ne lasciava a lui la parte più gravosa. È concepibile che un uomo potesse bastare a tante responsabilità, in tempi in cui le tradizioni del nuovo governo accennavano appena a delinearsi, se non fosse stato sostenuto da una grande autorità personale, l’oggetto di un profondo e universale rispetto? Augusto aveva potuto per più di quaranta anni governare con così piccoli mezzi un così grande impero, perchè, per fortuna sua e dell’impero, aveva goduto di questo profondo, sincero, universale rispetto. Tiberio, assunto già molto impopolare al potere, s’era ancora più alienato nei primi sei anni del suo governo il favore pubblico, non ostante si fosse studiato con zelo infaticabile di ben governare. Superbia e durezza era definita la sua sollecitudine di mantenere un certo ordine nello stato; avarizia il suo scrupolo di non dilapidare in spese inutili le scarse entrate dell’erario; invidia e torva malignità, la prudenza che aveva frenato le temerarie espansioni e aggressioni di Germanico oltre Reno. Ed ora, perchè il destino aveva colpito Germanico, egli era accusato sotto voce, in molte grandi famiglie di Roma, nei circoli senatorî, di aver avvelenato, per gelosia, il suo nipote, il suo figlio adottivo, il popolarissimo rampollo di Druso, il figlio di Antonia, che era la sua più fedele amica! Ma se, accreditata e messa in giro dalle grandi famiglie di Roma, quella diceria si propagasse nell’impero, con quale autorità un imperatore, sospettato di un così orribile delitto, avrebbe potuto ancora mantenere la disciplina nell’esercito, di cui era capo, e l’ordine nella plebe di Roma, di cui come tribuno era il grande protettore; dirigere, stimolare, frenare il Senato, di cui era, diremmo oggi, il presidente? Le popolazioni italiche da cui escivano l’esercito e le magistrature dell’impero, non consideravano ancora il capo dello stato come superiore alle leggi, che gli fosse lecito commettere delitti.

Nessuno storico, che conosca le cose del mondo in genere e il primo secolo dell’impero in particolare, attribuirà alla supposta tirannica crudeltà di Tiberio i rigori della lex de majestate che seguirono la morte di Germanico e il processo di Pisone. Questi rigori furono la risposta al delirio di calunnie che infuriò nell’aristocrazia e specialmente nella casa di Agrippina. Troppo creduli a Tacito, molti scrittori hanno bollato d’infamia, come un segno di servilismo, la facilità e la severità con cui il senato condannava gli accusati per la lex de majestate: ma noi sappiamo che il senato di Roma non si componeva neppure in quei tempi solamente di adulatori e di servi; che gli uomini di senno e di carattere erano ancora numerosi. Questa severità si spiega molto meno romanticamente ammettendo che molti senatori giudicavano non potersi abbandonare l’imperatore indifeso alla frenetica maldicenza delle grandi famiglie; che queste calunnie insidiose minacciavano, con il prestigio e la fama del capo, la tranquillità e la potenza dell’impero. Ma la lex de majestate — si dice — fatta per difendere il prestigio dello Stato nei magistrati che lo rappresentavano, diventò a sua volta organo di false accuse, di vendette private, di orrende ingiustizie. È vero: occorre però andar cauti nell’accusare Tiberio. Tacito stesso più di una volta ci descrive l’imperatore che interviene in processi di majestas, a pro’ dell’accusato, per impedire appunto vendette e ingiustizie: di molti altri processi abbiamo resoconti troppo sommari e troppo parziali, da avventare giudizi.

È certo invece che, dopo la morte di Germanico, gli amici del morto e di Agrippina incominciarono una guerra implacabile contro Tiberio; e che il così detto tiranno fu da principio molto debole, incerto, oscillante nel combattere la nuova opposizione. Questa non risparmiava la sua persona; lo perseguitava accanita con la calunnia del veneficio; si sforzava di diffonderla e accreditarla, e già metteva innanzi, per opporglielo un giorno, il primogenito di Germanico, Nerone, il quale nel 21 d. C. aveva 14 anni. Eppure Tiberio cerca da prima di moderare le accuse di maestà, sua suprema difesa; finge di non sapere e di non sentire; incomincia a soggiornare lungamente fuori di Roma, quasi abbandonando ai suoi nemici e alle loro calunnie la capitale, dove risiedeva la guardia pretoriana. Di tutti i suoi nemici, il più implacabile era Agrippina, la appassionata, la veemente, la scriteriata, che, abusando della parentela, della sventura, non lasciava sfuggire occasione alcuna per rinfacciare a Tiberio il suo preteso delitto: non a parole, ma con scene ed atti che commuovevano il pubblico ancora più che le aperte accuse. Restò famosa a Roma una cena a cui Tiberio l’aveva invitata; e nella quale essa ostentatamente e ostinatamente rifiutò di toccar qualsiasi cibo o vivanda, sotto gli occhi dei convitati sbalorditi, i quali capivano benissimo quel che significava quel gesto! E pure a queste calunnie e a questi affronti, Tiberio non oppone che un silenzio disgustato e rassegnato; o, quando proprio non ne può più, qualche amaro e conciso rimprovero.

II.

Non par dubbio che Tiberio si proponesse, da principio, di rifuggire, quanto era possibile, dai mezzi troppo aspri, non osando infierire contro tanta parte dell’aristocrazia e contro la sua stessa famiglia, egli così impopolare e mal compreso. Inoltre Agrippina era tra le donne della famiglia la meno intelligente: egli poteva tollerare con pazienza la sua pazza avversione, quando Livia ed Antonia, le due donne serie della famiglia, erano con lui. Ma è facile comprendere che non poteva andare avanti a lungo così. Un potere, che non si difende, indebolisce: il partito di Agrippina avrebbe dunque guadagnato favore e potere, se a fianco del vacillante Tiberio, non fosse apparso, per sostenerlo, il comandante della guardia pretoriana, Seiano. Seiano non era neppur senatore; nato da una oscura famiglia di cavalieri, non era che il comandante della guardia; e in tempi ordinari sarebbe rimasto nell’ombra, confuso tra i personaggi secondari, intento ai doveri della sua carica, che era militare soltanto. Il partito di Agrippina, i suoi intrighi, la debolezza e l’incertezza di Tiberio fecero di lui, per un certo tempo, una potenza. Non è difficile intendere quali fossero le prime origini di questa potenza. La fedeltà della guardia pretoriana, dalla quale dipendeva la sicurezza e la fermezza dell’autorità imperiale, era una delle cose che maggiormente dovevano stare a cuore a Tiberio, massime quanto più insidiosamente il partito di Agrippina lo accusava. La guardia vivendo in Roma, tutto ciò che si diceva nei circoli senatorî o nel palazzo dell’imperatore e dei suoi parenti si risapeva dalle coorti, tra le quali la memoria di Druso e di Germanico era veneratissima. Se la guardia si convinceva che l’imperatore era un avvelenatore, e che aveva fatto assassinare il figlio di Druso, la sua fedeltà poteva vacillare. Perciò un comandante di fiducia era un uomo che doveva essere molto ascoltato da Tiberio. Seiano seppe ispirare questa fiducia: parte, forse, per la sua origine, perchè l’ordine equestre per l’antica rivalità con la nobiltà senatoria, era più favorevole all’autorità imperiale; parte con certe riforme che egli seppe introdurre nella guardia pretoriana.

Acquistata la fiducia dell’imperatore, lo ambizioso e intelligente prefetto del pretorio, non tardò a rendersi necessario in ogni cosa, approfittando del momento. Crescevano in Tiberio, la stanchezza, la sfiducia, il disgusto di Roma, della nobiltà, degli uomini, che doveva governare: primi accessi di quella cupa melanconia, che andò via via aggravandosi, per effetto dei lunghi contrasti, delle infinite amarezze, dei continui timori e sospetti e forse anche un po’ per l’abuso del vino, se è vero che Tiberio, come ci racconta Svetonio, aveva il vizio di bere troppo. L’uomo che per tanti anni aveva fatto tutto da sè, che non aveva mai voluto nè consiglieri nè confidenti, aveva ora bisogno, invecchiando, di appoggiarsi a una volontà più ferma. Ma nella sua famiglia non poteva far assegnamento che sul suo figlio Druso, che era ormai diventato un uomo serio e degno di fiducia, e per il quale infatti, nel 22, egli domandò al Senato la potestà tribunizia, facendolo suo collega. Ma poichè Druso non bastava, Seiano potè divenire, di fatto se non ufficialmente, il primo e più attivo e più ascoltato consigliere di Tiberio, insieme con Druso. Anzi più attivo e più ascoltato, poichè Druso era spesso in missione ai confini dell’impero, mentre Seiano era quasi di continuo a Roma, dove, invece, l’imperatore appariva sempre più raramente.