MESSALINA

È certo invece che, ritirandosi a Capri, Tiberio trascurò le faccende pubbliche; e che Seiano fu considerato a Roma come l’imperatore vero. Tutte le informazioni e le notizie che dall’impero e da Roma giungevano all’imperatore, come le risoluzioni che da Capri partivano per tutto l’impero, passavano ormai per le sue mani. A lui si rivolgevano, in Roma, per ogni faccenda, i senatori: intorno a lui, si accalcavano e facevano ressa gli adulatori; in sua presenza tacevano perfino, intimorite da tanta potenza e fortuna, tutte le invidie. Roma ormai tollerava, senza protestare, che un cavaliere, un uomo di oscuri antenati, dominasse l’impero invece del discendente dalla grande famiglia Claudia; e i senatori dei più illustri casati si acconciarono a fargli la corte. Peggio ancora lo aiutarono quasi tutti, o apertamente favorendolo o lasciandolo fare, a compiere la distruzione del partito e della discendenza di Germanico, di quel Germanico che tutti avevano amato, di cui il popolo venerava ancora la memoria. Dopo il ritiro di Tiberio a Capri, tutti sentirono che Agrippina e i suoi figli erano destinati a soccombere presto o tardi; e allora non si conservarono fedeli ai vinti, prossimi ad essere distrutti, che pochi generosi, atti più ad addolcire il dolore della rovina, che ad allontanarla o a evitarla. Un certo Tizio Sabino era tra questi ultimi fedelissimi ed eroici amici; e l’implacabile Seiano lo distrusse con un processo, di cui Tacito ci ha riassunta la storia: orrenda storia di una delle più abominevoli macchinazioni giudiziarie, che la perfidia umana possa imaginare. Ad aggravare il pericolo sopraggiunse la discordia, nata tra il primogenito Nerone e il secondogenito Druso, proprio quando più necessaria era la concordia di tutti contro l’implacabile avversario, che tutti voleva sterminare. Un ultimo schermo restava ancora a proteggere la famiglia di Germanico: Livia, la veneranda vegliarda che aveva visto nascere e crescere la fortuna di Augusto e la nuova autorità imperiale, che aveva quasi tenuto in braccio, bambino, quel nuovo mondo nato in mezzo alle convulsioni delle guerre civili, e che allora già cresciuto incominciava a tentare i primi passi sulle vie della storia. Livia non amava molto Agrippina, di cui aveva sempre biasimato l’odio e gli intrighi contro Tiberio: ma era troppo saggia e troppo sollecita del prestigio della famiglia da lasciare che Seiano distruggesse interamente la famiglia di Germanico. Sinchè ella visse Agrippina e Nerone poterono almeno vivere sicuri a Roma. Ma Livia era decrepita, e al principio del 29, vecchia di 86 anni, morì. La catastrofe, preparata da Seiano con tanta tenacia, si compì allora: pochi mesi dopo la morte di Livia, Agrippina e Nerone furono sottoposti a processo, e condannati dal Senato all’esilio, sotto l’accusa di aver cospirato contro Tiberio. Nerone, poco dopo la condanna, si uccise.

Il racconto che Tacito fa di questo processo è oscuro e monco, perchè la narrazione è troncata nel vivo da una sciagurata lacuna nel testo. Gli altri storici non aggiungono luce, con le loro frasi succinte e i loro accenni rapidi. Cosicchè non si capisce bene nè il tenore dell’accusa, nè le ragioni della condanna, nè la posizione degli accusati, nè il contegno di Tiberio. Par poco verisimile che Agrippina e Nerone fossero rei di una vera e propria cospirazione contro Tiberio, perchè isolati da Seiano dopo il ritiro di Tiberio a Capri, non avrebbero, anche volendo, potuto ordire nessuna cospirazione. Ma essi pagarono il fio della lunga guerra di calunnie e di maldicenze mossa a Tiberio; di quel loro odio tenace e insensato, che molti senatori avevano per lungo tempo incoraggiato, quando Tiberio — il Tiranno! — non osava farsi rispettare dalla famiglia; e che si voltò per la sventurata donna e il suo disgraziato figlio, in un crimenlese, ora che in nome e vece di Tiberio agiva un uomo risoluto, che sapeva percuotere i nemici e premiare gli amici.

Il processo e la condanna di Agrippina e di Nerone furono certamente macchinazioni di Seiano, che si impose al Senato, agli amici della famiglia imperiale, forse a Tiberio stesso. L’uno e l’altra dimostravano quanto Seiano avesse saputo rinvigorire l’autorità imperiale, così incerta e debole nell’ultimo decennio. Seiano aveva osato fare quel che a Tiberio non era riuscito mai: distruggere la velenosa opposizione, che si annidava nella casa di Germanico. Non è neppur necessario di dire che, dopo la rovina di Agrippina, tutti inchinarono, tremando, l’uomo che aveva osato umiliare la stessa famiglia dei Giulio-Claudi. Seiano fu fatto senatore e pontefice; ricevette la potestà proconsolare, si ventilò un matrimonio tra lui e la vedova di Nerone; fu proposto perfino di nominarlo console per cinque anni; e nel 31 fu, per volere di Tiberio, collega dell’imperatore stesso nel consolato. Non gli restava più che ricevere la potestà tribunizia, per diventare il collega ufficiale dell’imperatore e il suo successore designato. Tutti del resto lo consideravano a Roma come il futuro principe. Senonchè a queste altezze Seiano fu colto dalla vertigine; si domandò per qual ragione eserciterebbe il potere e ne avrebbe tutti i pesi e i pericoli, lasciandone ad altri il fasto, gli onori e i vantaggi. Sebbene Tiberio lasciasse il Senato coprire il suo fido prefetto di onori, ed egli stesso manifestasse in molti modi la sua gratitudine sino a volergli dare in moglie la vedova di Nerone, non intendeva affatto di prenderlo come collega e di indicarlo come suo successore. Tiberio era un Claudio, non poteva nemmeno pensare che a capo dell’aristocrazia romana avesse a porsi un cavaliere senza antenati; anche esiliato Nerone, aveva posto gli occhi sopra un altro figlio di Germanico, Caio, come un possibile successore. Nè aveva nascosto la sua intenzione: anzi l’aveva chiaramente espressa in differenti discorsi al Senato. Onde Seiano dovè dirsi alla fine che, continuando a difender Tiberio e gli interessi suoi, egli non potrebbe più sperar nulla da lui e potrebbe invece mettere a repentaglio la potenza e la popolarità che si era acquistata. Che cosa succederebbe quando Tiberio morisse? Tiberio era odiato; il partito, avverso a lui, era numeroso in Senato, grande la sua impopolarità nelle masse: molti ammiravano Seiano per sfogare l’odio di Tiberio, quasi per dire che preferivano esser governati da un oscuro cavaliere anzichè dal solitario di Capri. Seiano sembra essersi a poco a poco illuso che se gli riuscisse di toglier di mezzo l’imperatore, potrebbe facilmente succedergli, saltando il giovane figlio di Germanico; e intesosi con i nemici di Tiberio preparò una cospirazione per rovesciare il detestato governo del figlio di Livia. Molti senatori aderirono; e certo poche cospirazioni furono mai ordite sotto auspici più favorevoli; Tiberio era vecchio, disgustato di tutto e di tutti, e solo a Capri; non aveva amici a Roma; non sapeva del mondo che ciò che Seiano gli raccontava; era quindi interamente nelle mani dell’uomo che si preparava a sacrificarlo agli odî tenaci della plebe e dell’aristocrazia. Giovane, energico, favorito dalla fortuna, Seiano aveva un partito in Senato, era il comandante della sola forza militare stanziata in Italia, aveva atterrito con le sue persecuzioni implacabili tutti coloro che le sue promesse o i suoi favori non avevano guadagnati. Il duello tra questa vecchiaia e questa virilità, tra questa misantropia solitaria e questa ambizione infaticabile poteva terminare altrimenti che con la disfatta della vecchiaia e della misantropia? Quando, uscendo a un tratto dall’ombra in cui si appartava, una donna apparve, si buttò tra i due combattenti, e mutò le sorti del duello. Fu Antonia, la veneranda vedova di Druso, la fedele amica di Tiberio.

Dopo la morte di Livia, Antonia era in Roma il personaggio più rispettato della famiglia imperiale. Essa vegliava ancora, appartata ma attenta sui destini della famiglia, ormai quasi distrutta dalla morte, dalle discordie, dalla crudeltà delle leggi, dalle implacabili invidie della aristocrazia. Ella ebbe sentore di quanto si tramava; pronta e coraggiosa avvertì Tiberio. Il quale, nel pericolo, e da Capri, ritrovò il vigore e l’avvedutezza dei suoi bei tempi; tenne a bada Seiano con lettere amichevoli e facendogli balenare la speranza che gli avrebbe fatto concedere la potestà tribunizia; intanto segretamente provvide a nominare il successore al comando della guardia pretoriana. Ad un tratto Seiano seppe che non era più comandante della guardia e che era accusato dall’imperatore innanzi al Senato, di cospirazione. In un attimo, sotto questo colpo, la fortuna di Seiano ruinò; le invidie e gli odî latenti contro il cavaliere che aveva umiliato e calpestato l’aristocrazia senatoria, si risvegliarono; il Senato e l’opinione pubblica inferocirono: Seiano, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi complici, quelli che parvero i suoi complici furono messi a morte quasi a furore di popolo dopo processi sommari. Tutta Roma fu chiazzata di sangue.

Antonia aveva salvato con la sua avvedutezza e con il suo coraggio Tiberio e quel po’ che restava della famiglia. Quando, da questa atroce tempesta della collera pubblica si levò all’improvviso un’ondata, che le rapì dal fianco e inghiottì anche una sua figlia: Livilla, la vedova di Druso. Il lettore non ha forse dimenticato che otto anni prima, Seiano, quando sperava di sposare Livilla, aveva ripudiata la sua prima moglie: Apicata. Apicata non volle sopravvivere alla rovina del suo antico marito e si uccise, ma dopo aver scritto a Tiberio una lettera nella quale accusava Livilla di avere avvelenato Druso, d’accordo con Seiano, per diventare sua moglie. Confesso che anche questa accusa mi pare poco verisimile; e non credo che la denunzia di Apicata basti a farcela ammettere. Che prove Apicata poteva possedere di questo delitto e come se le sarebbe procurate, anche se il delitto fosse stato commesso, quando i due complici, se erano tali, dovevano cercar di nascondere a tutti il loro misfatto e a nessuno con più cura che ad Apicata? Inoltre non sembra che un uomo avveduto come Seiano, potesse pensare, nel 23, ad avvelenare il figlio del suo protettore. Per qual motivo lo avrebbe fatto? Non pensava allora a succedere a Tiberio; togliendo di mezzo Druso giovava alla famiglia di Germanico, che già allora era sua nemica. Non potrebbe invece questa denuncia in extremis essere la vendetta di una donna ripudiata, contro la rivale che per un momento aveva minacciato di prendere il posto da cui essa era stata scacciata? Apicata, che non apparteneva all’aristocrazia, non era stata allevata, come le donne delle famiglie senatorie, nell’idea di dover servire docilmente alle fortune politiche del proprio o dei propri mariti. Forse la sua denuncia fu una vendetta della gelosia, che gli ordini meno illustri della società romana non spegnevano nel cuore della donna, come l’aristocrazia.

Questa denunzia però — si capisce dagli antichi scrittori — fu uno dei più terribili dolori della vecchiaia di Tiberio. Egli aveva teneramente amato il figlio, e l’idea di lasciare impunito un così orrendo delitto, se l’accusa era vera, lo esasperava. Ma d’altra parte, Livilla, la presunta rea, era la figlia della sua amica fedele, di colei che lo aveva salvato dalle insidie di Seiano, di Antonia. Quanto al pubblico, così facile a credere tutte le infamie che si propalavano sulla famiglia imperiale, non dubitò un istante che Livilla fosse una scelleratissima avvelenatrice. Un gran processo fu iniziato; molte persone furono poste alla tortura, segno manifesto che non si venne in chiaro di nulla; ed è probabile che non si venne in chiaro di nulla, perchè si cercava la prova di un delitto immaginario. Ma Livilla non sopravvisse allo scandalo, alla accusa, ai sospetti di Tiberio, alla diffidenza che la circondò. Perchè ella era figlia di Druso e nuora di Tiberio; perchè apparteneva alla famiglia che la fortuna aveva posta a capo dell’immenso impero di Roma, essa non potrebbe persuader nessuno della sua innocenza: l’oscura donna senza antenati che l’accusava dalla tomba sarebbe creduta da tutti sulla parola, convincerebbe i posteri e la storia, sarebbe più potente della sua grandezza e di ogni buona ragione. La sventurata si rifugiò nella casa della madre e si lasciò morire di fame, non potendo sopravvivere ad una accusa, che non poteva confutare.

Dopo questo supremo orrore i sei anni che Tiberio visse ancora, non furono più che una lenta e cupa agonia. L’anno 33 vide ancora una tragedia, il suicidio di Agrippina e quello del suo figliuolo Druso. Della prole di Germanico non restava in vita più che un maschio: Caio, e tre femmine, delle quali la più vecchia, Agrippina; la madre di Nerone, era stata maritata pochi anni prima al discendente di uno dei più grandi casati di Roma: Gneo Domizio Enobardo. Tiberio rimaneva ultimo superstite di una età più antica a rappresentare idee e aspirazioni ormai spente tra le rovine e le tombe dei suoi. Di queste rovine la posterità, sulla traccia di Tacito, ha ritenuto responsabile lui solo e la sua cupa natura. È da credere invece che egli fosse uomo nato a più alti e più felici destini; ma che dovè egli pure espiare la grandezza unica a cui la fortuna lo aveva innalzato. Come i membri della sua famiglia esiliati, morti precocemente, costretti dalla disperazione al suicidio, egli fu vittima di una tragica situazione, piena di contradizioni insolubili; e fu la vittima forse più disgraziata, perchè dovè vivere.