Insomma, nel matrimonio e fuori, alla fine della repubblica, non c’erano quasi più disuguaglianze giuridiche, tra l’uomo e la donna, quindi neppure disuguaglianze morali e sociali. I Romani non pensarono mai che tra il mundus muliebris e il sesso maschile occorresse scavar dei fossati, elevare dei muri, segnare dei termini insuperabili, visibili o invisibili. Non vollero mai, per esempio, separare le donne dagli uomini con il profondo fossato dell’ignoranza. Per molto tempo le dame dell’aristocrazia romana furono poco istruite; ma perchè gli uomini anch’essi diffidavano in quel tempo dei libri, che non fossero i libri dei conti. Quando la letteratura, la scienza, la filosofia ellenica furono ammesse nelle grandi famiglie romane, come ospiti desiderati e graditi, nè la prepotenza, nè l’egoismo, nè i pregiudizi degli uomini cercarono di contendere alle donne la gioia, il conforto o il lume, che da questi studi potevano scaturire. Oltre alla danza ed al canto, che erano studi comuni alle donne, noi sappiamo che negli ultimi due secoli della repubblica molte signore dell’aristocrazia romana ebbero familiarità con il greco, maneggiarono poeti e storici, si infarinarono persino — che Dio le perdoni — di filosofia, leggendo libri o avendo commercio con famosi filosofi dell’Oriente. Nella casa la donna era signora, a fianco e a pari del marito; il passo di Cornelio Nepote ci prova che non era segregata, come la donna greca, ma riceveva e praticava gli amici del marito, accompagnava costui alle feste ed ai banchetti nelle case amiche, sebbene nei banchetti non potesse come l’uomo sdraiarsi, ma dovesse per maggior verecondia sedere; infine non era, come la donna greca, prigioniera tra le mura domestiche. Poteva uscire liberamente, raccomandandosi però che uscisse più che poteva in lettiga; non fu mai esclusa dai teatri, sebbene il governo romano, per lungo tempo, si sforzasse di frenare la passione degli spettacoli; potè frequentare i luoghi pubblici e rivolgersi direttamente ai magistrati... Di non poche radunanze e dimostrazioni, fatte dalle più ricche signore di Roma, tutte insieme, nel Foro o in altri luoghi pubblici, per ottenere dai magistrati leggi od altri provvedimenti ci è pervenuta memoria: basti ricordare la famosa dimostrazione di cui parla Livio (34 1 sg.), nell’anno 195 a. C. per ottenere l’abolizione della legge Oppia contro il lusso. Che più? Abbiamo motivo di ritenere che già sotto la repubblica ci fosse a Roma una specie di Club femminile, il così detto conventus matronarum, che raccoglieva le dame delle famiglie più illustri della città. Ed è certo che più volte il governo, nel pericolo, si rivolse ufficialmente alle grandi dame di Roma, perchè aiutassero la Repubblica, raccogliendo oro e argento o impetrando con solenni cerimonie religiose il favore degli Dei...
Si intende quindi, che in tutti i tempi ci siano state a Roma, nelle famiglie aristocratiche, delle donne, che amavano con passione la politica. La fortuna delle grandi famiglie romane, la loro gloria, la loro potenza, la loro ricchezza, dipendeva dalle vicende della politica e della guerra; i capi di queste famiglie erano tutti senatori, magistrati, diplomatici, guerrieri: più la moglie era intelligente, colta e affezionata, meno poteva estranearsi alle vicende della pace e della guerra, a cui la fortuna della famiglia, e non di rado anche la vita del marito, erano legate!
II.
«Ma la famiglia contemporanea è dunque — domanderà a questo punto il lettore — la copia fedele della famiglia antica? Siamo noi ritornati, per un lungo cammino, là dove erano giunti quei nostri lontani antenati?».
No. Se la famiglia moderna e la famiglia romana si rassomigliano per certi rispetti, differiscono per altri, ed assai. Se il romano concedeva alla donna l’indipendenza giuridica e patrimoniale, se non le impediva di studiare e non le mercanteggiava quella libertà senza cui un essere umano non può vivere anche per sè, non riconobbe però mai, come più o meno apertamente lo riconosce la civiltà moderna, che il fine e la ragione del matrimonio sia la felicità personale dei due coniugi, o una loro personale elevazione morale nella concordia dei caratteri e delle aspirazioni. Lo scopo del matrimonio era, per dir così, esterno ad esso. Immune da fervori mistici come refrattaria a tutte le suggestioni dello spirito filosofico, almeno nell’azione; ambiziosa solamente di ingrandire e rafforzare lo Stato di cui era padrona, l’aristocrazia romana non considerò mai la famiglia e il matrimonio, come non considerò mai la religione e il diritto, se non come organi dello Stato e strumenti di dominazione; mezzi per accrescere la potenza delle grandi famiglie, per cementare, imparentandole, le grandi stirpi di Roma, già strette dall’interesse politico. Per questa ragione, se il Romano concesse tanta libertà e riconobbe tanti diritti alla donna, non pensò mai che in una grande famiglia la donna potesse rivendicare il diritto di scegliersi il marito, e questo diritto limitò anche al giovane, almeno al suo primo matrimonio. La scelta spettava ai padri, i quali di solito fidanzavano i loro figli ancora fanciulli. Due famiglie amiche, i cui capi si ritrovavano insieme a deliberare nel Senato o ad arringare nel Foro o a parteggiare nei comizi, e i cui ragazzi si mescolavano allegramente nei consueti sollazzi dell’età, pensavano un giorno che quel ragazzo e quella bambina, sposandosi di lì a dieci o dodici anni, avrebbero potuto stringere ancor più la loro amicizia? Ecco i due fanciulli erano fidanzati, ed allevati nell’idea che un giorno, il più presto possibile, sarebbero marito e moglie. Le nozze si celebravano, pronuba la Ragione di Stato. E questa Ragione di Stato, mediatrice di matrimoni, che tra i suoi strumenti annoverava anche le faci nuziali, pareva a tutti una savia provvidenza pubblica; a nessuno veniva in mente che essa facesse brutale violenza alla libertà, al sentimento, al cuore dell’uomo e della donna, quando provvedeva saviamente a far che lo Stato fosse ben governato, distruggendo con questi maritaggi i semi della discordia, che così facilmente attecchiscono nelle aristocrazie e a poco a poco la sgretolano come quelle piante che, non seminate da nessuna mano, crescono sui vecchi muri.
Questa è la ragione per cui di tutti i grandi personaggi romani si conosce quante mogli ebbero, e di quale famiglia. Il matrimonio di un senatore romano era un atto pubblico, e un atto importante; perchè un giovane, o anche un uomo maturo, imparentandosi con certe famiglie, veniva, per dir così, a sposare anche le loro responsabilità e i loro interessi politici. Ciò fu più vero che mai nell’ultimo secolo della repubblica, dai Gracchi in poi, quando l’aristocrazia romana, per le ragioni che ho esposte in «Grandezza e Decadenza di Roma», si scisse in due fazioni nemiche, di cui una cercò di muovere contro l’altra gli interessi, le ambizioni, le cupidigie delle classi medie e del popolo. I due partiti cercano di rinforzarsi con i matrimonî; e questi seguono le vicende della lotta politica, che insanguina Roma. La storia di Giulio Cesare e dei suoi matrimoni ci somministra di ciò una prova curiosissima. La ragione prima per cui Giulio Cesare fu l’erede e il continuatore dei Gracchi, il capo della fazione che dai Gracchi deduceva le sue origini prime e i suoi titoli, non deve cercarsi nè nelle sue ambizioni, nè nel suo temperamento e tanto meno nelle sue opinioni; ma nella sua parentela con Mario. Una sua zia aveva sposato Caio Mario, il modesto pubblicano fallito che, buttatosi nella politica, era diventato il primo generale del suo tempo, era stato eletto console sei volte, aveva vinto Giugurta, sterminato i Cimbri e i Teutoni. L’homo novus divenuto celebre e ricco, aveva cercato di nobilitarsi con un matrimonio in cospetto all’antica aristocrazia orgogliosa dei suoi antenati; e aveva trovato una sposa in una nobilissima, ma impoverita e decaduta famiglia patrizia. Ma scoppiata la rivoluzione, messosi Mario a capo della fazione che derivava dai Gracchi, vinta questa da Silla, la fazione della vecchia aristocrazia, che aveva vinto con Silla, non perdonò ai Giulii di essersi imbastarditi con quel suo acerbo nemico, li sospettò, guardò bieco e perseguitò tutti; tra gli altri anche il giovane Cesare, il quale era irresponsabile dei fatti e delle gesta dello zio, perchè era ancora un ragazzo, quando la guerra tra Silla e Mario infuriava.
Così si spiega che la prima moglie di Cesare, Cossuzia, fosse la figlia di un cavaliere e pubblicano. Per una famiglia di così antica nobiltà, e patrizia per giunta, questo matrimonio era poco meno che una degradazione; ma verso l’80 a. C. in pieno furore della fazione sillana vittoriosa, quale famiglia senatoria avrebbe dato una sua donna al nipote di Mario? Senonchè morta Cossuzia, pochi anni dopo le nozze, Cesare fece un secondo matrimonio, molto diverso dal primo, poichè sposò addirittura una nipote di Silla, Pompea, imparentandosi con le famiglie, che erano come il cuore della fazione sillana. Che cosa era accaduto, e come mai il nipote di Mario, scampato per miracolo alla spada di Silla, poteva sposarne la nipote nel 68? In quegli anni, a poco a poco, la città sconvolta da tante discordie si era tranquillata; e obliati i più sanguinosi ricordi delle guerre civili, ricominciava ad ammirare in Mario la spada e lo scudo invincibili di Roma, l’eroe che aveva prostrato i Cimbri ed i Teutoni! Essere il nipote di Mario ridiventava un titolo di gloria, da nota di infamia, che per tanti anni era stata. Ma anche quella bonaccia durò poco, chè le due fazioni, dopo breve tregua, ripresero a guerreggiare. E alla prima occasione Cesare ripudia Pompea, per sposare Calpurnia, la figlia di Lucio Calpurnio Pisone, console nel 58, senatore influentissimo nella sua fazione.
Come Cesare tutti i personaggi del suo tempo, si ammogliano, fanno divorzio, si riammogliano secondo tira il vento sul Foro, nei comizi, in Senato. Quando la ragione politica manca, c’è la ragione pecuniaria. La donna poteva aiutare una carriera politica sia amministrando bene la casa del marito, sia contribuendo alle spese con la dote o con il suo patrimonio. Il canto, la danza, il greco, la poesia, la filosofia, la politica non dispensavano la donna romana d’alto lignaggio dal dovere di conoscere tutte le arti della buona massaia, e massime il filare e il tessere. Lanam fecit. Siccome i numerosi armenti posseduti dall’aristocrazia potevano somministrare ad ogni famiglia la lana necessaria per vestirla tutta, padroni e servidorame schiavo, se la materfamilias era esperta nelle arti di Aracne e sapeva far lavorare in casa una piccola officina di schiave filatrici e tessitrici, impedendo i furti e i pigri abbandoni, poteva provvedere a tutta la famiglia il vestito senza l’ingente spesa necessaria ad acquistare le stoffe dal mercante; risparmio notevole in tempi in cui la moneta era così rara, e tutte le famiglie cercavano di spenderne meno che potevano. La materfamilias aveva dunque, in ogni casa, un compito che oggi diremmo industriale, poichè vestiva tutta la famiglia; e secondo compiva questo ufficio, poteva giovare o nuocere all’interesse comune.
Di maggior momento ancora la dote e i beni parafernali. Non solo pareva ai romani savio e lodevole accorgimento che un membro della nobiltà cercasse in moglie una donna ricca, affinchè il suo patrimonio gli servisse per la sua carriera politica; ma reputava non ci fosse onore più grande e più invidiabile fortuna per una donna ricca, che di essere sposata per questo scopo da un uomo eminente. Si chiedeva solo la rispettabilità della donna; ed anche su questo punto, pare che, in certi tempi, si chiudesse qualche volta un occhio, almeno se è vero che Silla aveva rifatto la fortuna della famiglia con l’eredità di una greca, la quale proprio non aveva guadagnato l’ingente fortuna che gli lasciò con il biblico sudore della fronte. Ma potrebbe anche essere una malignità di nemici. Ad ogni modo, quale fosse in questa materia l’opinione delle persone dabbene, Cicerone e la sua vita ce lo dimostrano.
Nato in una famiglia di cavalieri di Arpino, molto rispettabile ed istruita, ma non molto ricca, Cicerone potè fare quello che fece, perchè aveva sposato Terenzia, che se non ricchissima, era più ricca di lui, e che lo aiutò, con il suo, a vivere a Roma e a farsi strada. Dopo una lunga convivenza abbastanza felice, per quanto si può giudicare, Cicerone e Terenzia, già vecchi, vennero in discordia, e fecero divorzio nel 46 a. C., non si sa bene per quali ragioni; pare perchè Terenzia si rifiutò, durante le guerre civili, di assistere Cicerone con il suo denaro, quanto egli voleva; ossia perchè in quel cimento, non volle arrischiare tutto il patrimonio sulla pericolante fortuna politica del marito. Ma il divorzio ridusse Cicerone, obbligato a render la dote, in gravi strettezze, e allora come ne uscì? Con un altro matrimonio, sposando a 63 anni Publibia, una ricchissima giovinetta diciassettenne, di cui era, si aggiunga, tutore, e il cui patrimonio doveva sistemare di nuovo il dissestato patrimonio del grande oratore!