Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore.

Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di paglia rilucente come il grano. L’abito le modellava il busto, non esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava.

La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente, parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi, di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva intorno come il profumo colpevole della sua nudità.

— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso.

— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza.

— Come «anche tu»?

— Perchè me lo dicono spesso.

— Davvero? E questo ti lusinga?

— Un po’... un po’... certo!

— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso.