I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi
Milano — Tip. Pirola & Cella di Primo Cella
I
Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure, che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il peso della loro croce.
Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica, ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e perdette, a commerciare e fallì.
Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi.
Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli si mettono in fiore.
Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò.
Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito irrequieto.