— Che hai? — gli domandò sottovoce.

Egli scrollò il capo senza rispondere.

Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e mutevole.

Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, oscurando il sole. Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva, li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un temporale.

Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore, minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite squillare sopra il fragore della moltitudine.

— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno.

— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco.

— Come siete venuti alle corse?

— Col mio tilburi.

— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete profittarne....