Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone, se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando:

«Dove l’avranno nascosta?...

Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»

Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e sapeva di tutto un po’.

Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella sotto braccio, che se n’andava a scuola.

«Dove l’avranno nascosta?

Dove l’avranno nascosta...»

canticchiava il placido farmacista.

— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così ben educata, cui mancava l’erre.

— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.