Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea.

Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per vivere, vivere di cecità.

Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta!

Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice, istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo, per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama giustizia; o miopi, si chiama: Ideale.

Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni; sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è disperazione, è logica.

Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità. Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni; l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai. Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero; l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore.

Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste quand'è la stagione che non fioriscono i rosai.

Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà.

Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi, dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere.

Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete.