C'era, in un tale contrasto, qualcosa di profondamente iniquo: la gioia perversa dell'incredulo che vuol [pg!204] immergersi nel mistico dolore, intingere le sue dita eretiche nella fontana dell'acqua miracolosa, fissare con i suoi occhi pieni d'infernalità il simulacro della Vergine che fa camminare gli storpi, urlare i mutoli, sorgere i paralitici, tremare in Cristo i lontani da Dio.
Nella terribile città del dolore, ove giungono gli inguaribili di tutta la terra, noi entravamo sopra una macchina di lunga strada, gagliarda e sottile, avvolti nel rombo del suo motore possente, noi, che venivamo dall'aver danzato su le musiche dei pazzi violini, noi, reduci dall'altra vita, quella che alza la coppa, rompe il bicchiere...
Dissi al meccanico:—Férmati.
E scendemmo.
Davanti a noi, sopra un viluppo di strade anguste, che parevan scendere verso una profondità, si alzava la collina di Lourdes, con la bruna macchia del suo Castello, che aveva ceduto a sovrane Confraternite il vassallaggio della guelfa Contea.
Guardavo quel forte castello, pensavo ai signori che lo tennero, secoli fa, custodi acerrimi di otto vallate, e su cavalli armati salirono la ripida erta, e furono assediati, e di fame patirono, e di buon sangue tinsero l'onda sonnolenta del fiume di Pau, al quale un giorno discese, nel rigore dell'inverno, e camminò solitaria la Vergine Bernadette.
Camminò; ed era una fanciulla di quattordici anni, pallida, un poco emaciata, con grandi occhi scuri, troppo fissi, ove la giovinezza era già spenta; gli occhi terribilmente lascivi e dolorosi delle pazze in Cristo, gli occhi senza umanità ch'ebbero tutte le allucinate, le portatrici di stigmate, le recluse nei monasteri pieni di [pg!205] supplizi, Maria di Magdala e Santa Teresa, Lutgarde e Juana Rodriguez, Maria Villani e Jeanne Boisseau, Bertine Bouquillon e Bernadette Soubirous...
Questa era una pascolatrice d'agnelli, nata nella casa di poverissima gente; nulla sapeva, tranne che recitare il Rosario. Camminando per l'alta erba davanti alla sua mandria bianca, faceva passare i granelli della Corona fra le sue dita scure come ghiande. A quel tempo Lourdes era una borgata selvaggia, un angolo di superstizioso e devoto Medio Evo, sepolto in una dura valle dei Bassi Pirenei, col suo Castello in rovina e la sua chiesa decrepita, con tetre case di sasso in fondo a vicoli bui. Da queste case non si usciva, se non la Domenica, in processione, per cantare a Dio. Le fanciulle andavano spose a chi le guardava per primo. Erano alte, un po' rozze di lineamenti, con lisci capelli neri, e si vestivano di percalli variopinti. La più desiderata era quella che meglio cantava nei cori, quella che a dottrina il parroco designava come la più zelante nel fervore di Dio.
Nessuna bellezza del mondo, nessun rumore del secolo entrava in quella pia solitudine; nulla fuorchè il vasto cantare del vento, che scendeva dalle azzurre cime de' Pirenei; le Gave de Pau, che faceva un gomito burrascoso a piè della collina, ove più tardi sorgerebbero le tre Basiliche; e boschi e silenzio; una religiosa povertà; i prati e le stelle.
Qualche mercante girovago, al passo di vecchie mule grevi di sonagliere, vi giungeva da lontani mercati. Sotto i lunghi portici, nei giorni di festa, l'arcidiacono passava benedicendo le donne inginocchiate. Ogni tre porte una nicchia: su qualche finestra un fiore.