In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l'ombra della tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha, quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale Castello di Miramar...

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!...

In un vasetto d'argento, fra l'orologio e il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti una parola d'amore, qualche [pg!337] bella parola che non trovai. E tacendo guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.

Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.

I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

E nel guardarti pensavo:—Questo è forse l'amore.

La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando canta il maestrale.

Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò, un albergo, una strada buia.

Erano molte; fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera, e come la primavera passò.