Non so perchè, in quel momento t'immaginai qualora tu fossi morta, morta nella tua giovinezza, ed immaginai di vederti giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, con i tuoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i tuoi vizi ancor evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe lieve il peso del tuo corpo da mettere nella bara...

E dicevi:—«Non vi muovete, non parlate... voglio darvi un bacio tutt'intorno alla bocca... no, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli... essi mi fanno così male!... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi, tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia, non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi, v'ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d'essere innamorata... Se vi dicessi «tu» [pg!340] sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca, e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...»

E la pioggia cadeva, cadeva, con un piccolo ridere con un sottile stridere; batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre.

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, nel profumo del tuo grembo disciolto, nel calore delle tue braccia innamorate, penserò all'altra peccatrice, quella che in te confusi quando eri la danzatrice di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il gráppolo delle vigne di Galaad, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la verde Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Allora, nel popolo di Giuda, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea.

[pg!341] Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade, e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, si abbigliava come le portatrici d'ánfore per camminare al fianco del pallido Galileo.

Poich'Egli aveva con sè la teoria di tutti i miserabili e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere infuori da Lui; e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano dai lontani picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva l'uomo dal tetro amore, il violento che d'un tratto impallidiva nel guardare la danzatrice di Mágdala:—Giuda Iscarioth...

In quella camera vecchia, fra quelle mura stinte, mi pareva riudir lontane le canzoni di Tiberiade, e più lungi, con sordi strepiti, rumoreggiare in un mondo piegato sotto la forza delle spade l'eterna rivolta dei miserabili...