Il rumore dell'ondata rotolava su la Zurriola deserta; l'oceano scuro, immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo l'ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile d'acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch'ella pensava con un po' di dolore, con un po' di sogno, al veloce treno di Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch'egli era necessario al nostro amore; partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli, davanti all'improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è delusione.

[pg!119] La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare. Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la disparità fra l'opera della natura e quella dell'uomo. Una ondata conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile d'oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l'artifizio, l'intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d'opera che si chiama l'amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche, melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams, sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d'un rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i dentisti e perfino le poetesse dicono:—«Ti amo!...»

«Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c'è un uomo, c'è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...»

Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si poteva sperare che l'uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino al gomito... No! Fruga e fruga, l'uomo ha di nuovo ucciso per queste vecchie due parole: «Ti amo...»

[pg!120] Ah, basta per l'amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile! Basta, per l'amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste vecchie due parole: «Ti amo...»

Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che una specie d'irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente. Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come globi d'elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel dedalo delle vecchie strade, verso l'altra spiaggia di San Sebastiano, la bella Concha, ove pensai che fosse più vita.

Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell'onda notturna su l'arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell'edificio, come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche, soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su la torre dell'isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri.

—Vi prego, non andiamo al Casino,—disse Madlen.

—No? E dove andremo?

—Non saprei. Ho sete.