M'avventuro fino al secondo, al terzo recinto, passo dall'ombra alla penombra, alla luce, rientro sotto l'immense vòlte sepolcrali costrutte a blocchi monolitici di quindici metri di lunghezza, alzati, ordinati a formare un soffitto titanico che ricorda l'Egitto faraonico. Sotto la gopuram centrale le colonne si moltiplicano, si perdono nell'ombra, come tronchi centenari in una foresta d'abeti. Fuori è ancora la chiara luce del tramonto, ma qui è la notte completa costellata da un'infinità di lampade votive che disegnano, senza illuminarle, le colonne, le cancellate sacre, gli idoli colossali. L'occhio si abitua a discernere a poco a poco la folla di carne, di pietra, di metallo. Veramente non pensavo di trovare così intatta l'India favolosa, le forme imparate a conoscere fin dall'infanzia sulle incisioni e sui libri. Sono deluso invece nella mia attesa filosofica, nel mio amore per la più grande religione che abbia espressa l'umanità nel suo sgomento di dover nascere, di dover morire.

È questa la terra di Brama? Di Brama «l'ineffabile, colui che non dobbiamo nominare, se vogliamo che sia presente?» Ma qui il nome divino è feticismo immondo, praticato da un popolo forsennato che ha ridotto le speculazioni astratte ad un simbolismo pazzesco; un popolo che adora questi simboli e li ignora, un popolo che si genuflette, grida, invoca e non sa chi, non sa che cosa.

M'avanzo nella penombra, sempre fra le colonne infinite, sotto le vòlte piatte e sono guidato da due indigeni che sollevano le fiaccole resinose; e le pareti s'illuminano un poco, e appaiono strane divinità, sempre chiuse in gabbie dalle sbarre robuste, come belve da custodire; e Ganesa, il Dio della saggezza che appare più frequente, con tutti i suoi congiunti a testa elefantina; o una divinità innominata dal corpo di mucca e dalla testa femminile: e il corpo bovino e gibboso, è imitato fedelmente sul modello degli zebu indigeni, e il volto femminile è scolpito sul tipo indiano, con gioielli alla fronte, agli orecchi, al naso, e un sorriso insostenibile di baiadera convulsa. Le fiaccole sollevate in alto turbano il sonno dei grandi pipistrelli-vampiro ed è uno squittire di sorci impauriti, un turbinare di ale silenziose che ci ventano in volto come grandi lembi di seta nera.

Si esce all'aperto, nel cortile centrale. E alla luce del tramonto appare la grande piscina del tempio, un rettangolo di cento metri di lunghezza, chiuso ai quattro lati da scalee di marmo, circondato da colonne leggiadre, evocanti la grazia d'un peristilio pompeiano. Dopo l'ombra tetra e le fiaccole gialle e gli idoli spaventosi, l'anima si ristora in riva a quest'acqua cristallina, liscia come uno specchio, dove il cielo riflette con un nitore preciso le nubi sanguigne, alternate all'azzurro cupo, e le prime stelle della notte che giunge. Intorno, vicine e lontane, s'alzano le gopuram, le cuspidi che dominano Madura, da tutte le parti. E prima del tramonto voglio salire sui fianchi della gopuram d'ingresso, vedere vicine, palpare le sculture famose. Non c'è spazio che non sia stato scolpito a fregi, a divinità, a mostri; e con altorilievo così audace che le figure sembrano gesticolare, staccarsi, precipitare verso il profano per farlo a pezzi con le loro venti braccia armate di scimitarra, con le loro coorti di tigri, di serpenti che salgono alla sommità dove la cuspide tronca sfida il cielo con venti lancie disuguali. È tutta una teogonia simbolica, una personificazione delle forze della Natura che lo spirito induista ha diviso, suddiviso con un'analisi tragica e grottesca che suscita lo spavento ed il sorriso. Dal fianco di questa gopuram si domina la città e la campagna, dove altre pagode s'innalzano sull'ondeggiare verde vivo dei cocchi; e molte pagode sono chiese cristiane: chiese costrutte nello stile Indu, e che sono più antiche delle nostre più antiche cattedrali. Poichè il cristianesimo fu predicato in questa parte dell'India da San Tommaso, e le Missioni seguirono le Missioni, indisturbate nei secoli, bene accolte dagli stessi sacerdoti, in questa terra indulgente per tutti i culti, purchè si adori, purchè si creda....

Qui dunque, si pronunciava il nome di Cristo quando l'Europa era ancora pagana! È un pensiero che dà quasi uno sgomento d'esotismo estremo, di lontananza misteriosa nello spazio e nei secoli. È un pensiero che sembra inconciliabile con questa piramide popolata di eroi e di mostri che danno la scalata al cielo di fiamma. E nel cielo che s'arrossa turbinano falangi di corvi e di pappagalli che ritornano ai loro nidi sospesi tra le sculture di quest'Olimpo furibondo. Allo stridìo dei pennuti, che giunge dall'alto, s'accorda lo stridìo dell'orchestra che giunge dal basso del Tempio, da tutti i templi vicini e lontani: tam-tam rombanti, pifferi striduli che parlano di furore selvaggio e d'idolatria....

La danza d'una “Devadasis„.

Madras, 9 gennaio.

Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla danza d'una Devadasis: una bajadera d'alta casta, ospite in una famiglia indiana tra le più ligie al passato e le meno accessibili alla curiosità del forestiero.

Una bajadera: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una serie d'immagini assolutamente false: complici i libri d'avventura, le oleografie, i melodrammi, l'operetta. Bajadera, odalisca, uri, ecc. Una di quelle signore, insomma, di quelle signore d'Oriente, preferibilmente bruna, ma se occorre, se il soprano ha una bella chioma ossigenata, anche biondissima, da vestirsi «all'orientale» con quell'unico costume che la prima donna adatta serenamente a Thais e a Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, vale a dire: due coppe gemmate, ottime per l'assenza e la presenza eccessiva, una guaina qualsiasi di tulle stretta alle reni e alle ginocchia da un impaccio d'orpello e sotto due gambe insolentemente europee, calzate di seta rosa e di due trampoluti stivaletti Luigi XV.... Bisogna rinunciare a questo figurino e bisogna sopratutto rinunciare al preconcetto che una bajadera non sia una signora per bene.

Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. È facile comprendere come, anche per solo istinto ereditario, s'affini in una Devadasis l'arte del gesto, del passo, dell'atteggiamento, l'arte della voce e della maschera, l'attitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori della poesia indiana.