La vita quotidiana è fatta di necessità. Ora questa gente non fa nulla di necessario. Tutti i negozi, sotto le arcate, ostentano le più deliziose cose inutili: gioielli, sete, velluti, vasi d'argento e di bronzo, babbuccie ricurve, scimitarre cesellate e gemmate, veli tinti pur ora e tesi ad asciugare al vento, leggeri come la nube che si sfalda, vivi di tutte le tinte più delicate; profumi, essenze contenute in alti vasi suggellati o in barattoli dalla forma singolare, segnati di lettere cabalistiche. E fiori, fiori in abbondanza, piramidi di magnolie, di ibischi, di rose decapitate che i mercanti vendono a peso, come i frutti, e che la folla infilza per via, improvvisando la ghirlanda quotidiana più necessaria del pane; strana folla che vive di colori, di profumi, di sogno, d'apparenza! Come siamo lontani da Bombay, da Calcutta, dalle grandi città della costa, dove già si sovrappone ed impera la nostra pratica attività occidentale!

L'Inghilterra concede al regno d'Haiderabat — un regno vasto tre volte l'Italia — l'illusione di un'esistenza indipendente. Ma quale indipendenza può godere uno stato continentale, custodito intorno da una cerchia di terre britannizzate, pronte all'invio d'un esercito sterminato! Il Nizzam, sovrano d'Haiderabat, sa che invece di armati, l'Inghilterra manda sacchi di grano e che la carestia — endemica ormai in questa zona sempre più riarsa — si farebbe sentire ogni anno senza l'illimitata generosità dei custodi accerchiati. E Haiderabat vive nella sua favola millenaria, intatta come dieci secoli or sono, bella di tutte le eleganze e le raffinatezze ereditate da Bagdad, da Persepoli, da Bisanzio.

Rientro nell'albergo abbagliato dalla troppa luce e dai troppi colori, umiliato da questa folla elegante tra la quale la mia figura occidentale in casco e gambali deve passare come il fantasma d'un mendicante. E cerco tra le commendatizie quella più importante: una lettera di presentazione a Xatar Nilgami, figlio del primo ministro del Nizzam. Poichè non sono venuto qui per Haiderabat, la città viva, ma per Golconda la città morta che dorme a pochi chilometri di distanza e della quale non si possono varcare le mura senza uno speciale permesso.

— Il primo ministro — mi fa osservare l'albergatore — è via con tutta la famiglia, ha seguìto il Nizzam a Londra....

— A....?

— A Londra, per la season — mi riconferma l'uomo sbigottito della mia ignoranza — potrete presentare la lettera ad altri della Corte....

Mentre si parla, un servo mi porge la carta d'un commensale che siede all'altra estremità della sala semibuia. Un professore di Monaco.

Mi presenta la sua signora, mi parla subito con entusiasmo del nostro Re. Speravo gli fosse dettato dalla bellezza della mia patria, non fosse che attraverso la divina esaltazione di Goethe, ma il professore non ha mai visitato l'Italia, non ha mai letto Goethe, ignora le Elegie romane, e in Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re della più Grande Italia, non vede che il signor di Savoia, uno dei primi collezionisti del mondo e suo collega invidiatissimo in numismatica.

Sono scandalizzato. Ma il professore è più scandalizzato di me quando s'accorge ch'io ignoro l'alto valore numismatico del mio Sovrano e non so rispondergli a quale volume sia giunto il Corpus Nummorum Italicorum, l'opera colossale che egli sta compilando.

— Io sono qui da cinque mesi, con la mia signora, per ricerche che possono interessare voi italiani: ho trovato due zecchini e un mezzo zecchino con l'effige del doge Ludovico Manin. La repubblica veneta, nei secoli andati, commerciava col centro dell'India meridionale, quando questa era sconosciuta al resto d'Europa....