Un'altra piattaforma che si protende sul fiume: un'altra serie di roghi; ma son quasi deserti in questa stagione salutare. Quale carname in fiamme deve fornire a queste rive l'ora della peste!

Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda. Fluttuanti nel sudario candido per l'ultima abluzione di rito. Un altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si protendono fuori delle fiamme, contratti, le dita divaricate come in uno spasimo estremo; saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il fiume, simboleggianti l'ultimo avvio. Questi roghi non sono grandiosi.

La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere solenni: i roghi dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che sa lo squallore. I roghi sono piccoli, simili a lettucci, a fornelli in cemento, appena capaci d'un corpo umano, e il legno si direbbe misurato con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il cadavere è tolto dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di cemento tra due strati di legno sottile: un indù versa una piccola latta d'olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la cremazione, armati ognuno di una lunga spatola ricurva con la quale respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore; i quattro messeri in bianco, chini sul braciere modesto, con quei cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati, e non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna venerazione pel corpo quando l'anima s'è involata per sempre. Una sola cura frettolosa, darlo alle fiamme, ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove siede la famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante; i congiunti assistono all'incenerimento per vigilare che il rito sia compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la cenere sia data al fiume.

Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni, bellissimo, falciato dalla morte d'improvviso, poichè il volto ha la calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle chiome bluastre s'arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco irrigidita. Un uomo — il fratello forse — una donna ancora giovane — forse la madre — assistono all'opera, scambiano con gli addetti poche sillabe, discutendo certo sulla resina che la donna annusa e trova di qualità non buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta, il profilo perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio, le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto candido dell'occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa il cuore fissando quel volto adolescente, fissando l'altro volto di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell'uno e nell'altro — attraverso le remote analogie d'un'unica stirpe — i volti di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto, questo specchio dell'io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non possiamo concepire il ritorno d'un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la sua voce. La nostra religione (con un dogma tra i più medievali e puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa nostra illusione promettendoci la resurrezione della carne.

Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire si sono già detto addio. Si sono rassegnati serenamente, dai tempi dell'origine ariana, a questa disperata certezza «Nulla è; tutto diviene». L'io ed il non io sono il frutto d'una mera illusione terrestre. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la calma di questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo il piccolo elefante d'ebano, il mulino minuscolo, un rotolo di carte: preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! E tutto questo fa senza una lacrima, senza che una fibra del suo volto abbia un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai di quell'altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo unico figlio. E i yogi — si racconta — cercavano invano di richiamarla alla verità, di strapparla al demone dell'illusione. E tanto era lo strazio della donna che, per il potere d'un fachiro, l'anima ritorna al cadavere già disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia. Ma il principe giovinetto s'alza sulla catasta, respinge la donna con un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: «Chi mi chiama? Chi mi strazia? Dove sono? Chi ha spezzato in me l'armonia della Ruota? In quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi per madre questa forsennata? Portatela dall'esorcista! Mara, il tentatore, ulula in lei!». Così parlato il giovine ricade resupino e l'anima s'invola nell'ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò penitente fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista, ed ebbe la grazia somma d'essere illuminata da Gotamo in persona, come racconta il poeta Kalidasa....

Il vivajo del Buon Dio.

I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi tutto; è l'impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras, o Rangoon. Incredibilmente numerosi, più numerosi dei colombi di Venezia, i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun policeman volenteroso.

Il viaggiatore, che è innalzato in lift ad una delle linde stanzette degli immensi hôtels tropicali, resta sbigottito dinanzi agli avvisi delle pareti: Guardarsi dai corvi.Abbassare le grate prima di uscire.Non abbandonare gioielli.Il padrone non prende responsabilità di sorta, ecc. — Sembra incredibile, ma ci si ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l'ora della siesta e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia, trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi dei palmizii, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della Cattedrale. In ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore. Silenzio. Non s'ode che il ronzìo del congegno e l'altro romore che è la nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi paesi al fragore del mare, o dei torrenti: il gracidìo dei corvi: così monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra discernere tutte le parole non liete: Ricordati! Ricordati! Morire! Morte! Morirai!

— Sì! Lo sappiamo anche troppo, bestie dannate! E intanto si dorma....

Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia una strano romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora. Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull'impiantito. Sono corvi (corvus splendens?) più piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con una penna bianca nell'ala estrema, così buffi di forme e di movenze! Saltellano, avanzano in fila, cauti, l'uno proteso in avanti, l'altro eretto verticale, in vedetta, l'altro claudicando, sbilenco, simili veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia, ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira che il demone della curiosità, del rischio, del ladroneccio. E i cinque ladruncoli s'arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti, tirano concordi, finchè bretelle e calzoni precipitano e questi cominciano a pellegrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che s'era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d'ali ed una fuga precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano con un balzo, s'innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in bell'ordine sull'asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate, li invitate ad uscire, li minacciate con l'ombrello — troppo breve! — ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete nè un bramino, nè un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l'ombrello, batte le palme protese e i cinque appollaiati — riconosciuto l'uomo che non uccide — attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi.