A Lucca, per esempio, sino dai primi documenti, vediamo assimilati ai cives anche taluni gruppi di arimanni che non son certo italiani e accanto ai notarii ecclesiae, diffusi dovunque, compaiono degli scabini ecclesiae di cui non si ha traccia altrove, così come altrove non si ha traccia di un curator investito di carattere ecclesiastico; nè fuori che a Lucca si trovano dei lociservatores di così intenso sapore ecclesiastico.

Ma la costituzione lucchese si può considerare, per certi rispetti, eccezionale. Del resto essa non contraddice affatto all'asserzione che il primo posto, nella organizzazione civile, è tenuto dalla cittadinanza.

Esternamente ed apparentemente la Chiesa sembra avviarsi ad una grande preminenza: riconosciuta al vescovo la facoltà di cooperare col conte all'amministrazione della città e ridotto poi quest'ultimo quasi esclusivamente nella campagna; i re d'Italia prima, gli Ottoni in seguito fecero del vescovo il caposaldo del loro governo.

Ma in realtà i vescovi agiscono non come capi di una diocesi; ma come preposti alla pieve cittadina. E il loro potere è l'esponente del potere della città. È ad essa, ai suoi componenti e cioè ai cives che spetta il primo posto.

Questi cives, isolati dai Goti e dai Langobardi, si stringono fra loro in un nucleo tenace, che, assorbendo l'elemento germanico, gli imprime il suo suggello e ne adopera l'energia a far salire il proprio livello.

I cittadini hanno il proprio notaro, che è l'antico notaro della città. Al tempo romano era l'attuario delle curie, perchè nelle curie si raccoglieva il governo cittadino: ora che la città si riduce a nuove condizioni, esso diviene il notaro dei cives; e accanto a questa istituzione, che conserva le antiche tradizioni, continuano a vivere anche altre forme antiche: il curator, con funzioni finanziarie, il perequator, il racionator etc.

E con i cives, naturalmente, cresce d'importanza la civitas.

Ma il suo sviluppo ha dei limiti: nelle condizioni generali dell'agricoltura povera ed abbandonata e nell'impossibilità da parte dello Stato germanico, di coordinare le varie energie locali. Questi limiti fecero sì che l'energia cittadina — energia economica ed energia giuridica — non si estendesse al di là del suo suburbio. Così che il regno fu spezzato e rotta l'antica unità del territorio col suo capoluogo, chè, mentre questo rapidamente progrediva, quello rimaneva inattivo; mentre nella città cresceva in potenza l'organo che meglio rispondeva alla sua organizzazione, e cioè il vescovo: nella campagna il potere restava affidato agli organi dello Stato germanico che meglio rispondevano ai bisogni di un'economia eminentemente terriera.

Quando il movimento ascensionale della città raggiunse un grado tale da permetterle di avere un magistrato tutt'affatto proprio — il consolato —; il contado all'intorno era ancora tutto soggetto alle grandi signorie laiche, le quali separavano le varie città l'una dall'altra senza alcuna coesione d'indole generale e superiore.

Così strette da un cerchio economicamente e politicamente diverso ed ostile, le città svilupparono un diritto pubblico che s'imperniava tutto sull'appartenenza non ad un regno ma ad una città e che entro lo stesso regno contrapponeva città e città, fino ad originare la rappresaglia; e, siccome il centro di questa organizzazione restava la città murata, cittadinanza e urbanitas furono sinonimi.