E ne venivano sempre, sempre, attraverso porte sbattute da piantoni affannati, accompagnate da squilli di campanello da ufficio ad ufficio, l'onore supremo che la burocrazia rende alle notizie liete, giunte nei suoi regni d'inchiostro.

Pure, lui, il capo, non condivideva affatto la gioia dei suoi subordinati e con l'occhio perplesso ora consultava un piano di Sebenico che il suo giovane «Flügeladjutant» — l'aiutante di bandiera — aveva con reverenza estratto dall'armadio — «Geheinfach» — riservatissimo, per spiegarglielo sul tavolo, ora pareva interrogare l'imperiale e reale K. u. K. effigie del biancovestito Sovrano il cui volto decrepito, illuminato da un riflesso di sole, pareva sporgersi dalla cornice dorata, come se nulla dovesse andar perduto del suo sinistro sogghigno, sorgente inesauribile di cattolicissima K. u. K. morte.

È sempre una spina in ogni felicità: altrimenti la gioia sarebbe un sentimento completo, il che è assurdo: il destino non dà di queste cose agli uomini. L'esame del piano di Sebenico insinuava a questo capo che il luogo dell'esplosione non era troppo lontano dal punto dove un grosso sommergibile austriaco rimaneva ordinariamente in agguato, e per suo ordine, dentro il dedalo di isole che costituisce la prima difesa dell'accesso al canale di Sant'Antonio. Ed il sogghigno del Sovrano, ora che il riflesso del sole si era spostato di lato su una regale spalla ossuta, dando sprazzi di rubino alla sua tracolla rossa, da cento rughe abbrunite gli diceva che la probabilità che il sommergibile ucciso non fosse precisamente nemico c'era. Il gran maestro di sciagura aveva per la sciagura un fiuto infallibile.

Allora una folata d'angoscia, nata a poco a poco ed ingigantita ad un tratto, gli fece vedere nel punto dell'esplosione non più cadaveri italiani a pezzi ed uno scafo sventrato, ma un cumulo di quesiti venuti a condensarsi lì dalla Superiore Cattaro e forse la propria promozione inabissata precisamente lì.

— A che ora — chiese al suo ufficiale — deve rientrare l'«U 22»?

— A mezzogiorno, Eccellenza.

A mezzogiorno. Quando quei giovani «Flügeladjutanten» avevano qualche cosa di spiacevole da dire, assumevano sempre un tono particolarmente incisivo — pensò Sua Eccellenza austriaca, sollevando lo sguardo sul grande orologio, che da una parete scandiva il K. u. K. giorno, sotto la protezione di una aquiletta bicipite dorata. — E tanto più quando mezzogiorno era passato da una ventina di minuti...

— Telefoni subito al capo-flottiglia dei sommergibili e mi sappia dire se questo benedetto «U 22» è rientrato o no, o se almeno è stato avvistato dal semaforo di San Nicolò...

Nella sua voce era già un riflesso di quell'astio che la gente di mare, divenuta burocratica a terra, nutre per le navi che le procurano delle preoccupazioni. Uno strano fenomeno, difficilmente spiegabile ai profani del mare, fa sì che le ansie di coloro che sono a bordo non contano quasi nulla: il dovere di « quelli là» è di sbrigarsela da per loro, in omaggio a quel concetto di autonomia anche morale su cui è basata la vita di ogni nave. A ciascuno la propria volta: e chi si è guadagnata la terra, ha diritto di esser lasciato in pace da «quelli là» del mare.

Sicuro: «Que le bon Dieu protège — proclama un vecchio adagio marittimo — nous autres pauvres marins qui sommes à terre: pour ceux qui sont à la mer, qu'ils se débrouillent...».