E intanto i figli della plebe, che gli Spagnuoli avevano, con viva immagine, chiamato loz Lazzaros, i lazzaroni, perchè allampanati e digiuni come lazzari quatriduani, languivano sempre più nella superstizione paziente e nella inedia selvatica. Erano materia da anarchia regia e non da jacquerie come in Francia, erano semenzaio di Fra Diavoli e non di Desmoulins.

Mancando un vero e proprio ceto medio, lo rappresentavano i curiali che, nella depressione dei nobili, acquistavano ingerenza e potenza lamentata dal Colletta e dal Balbo, e, mentre in Francia come suole s'impadronivano delle assemblee colle frasi, qui almeno si gittarono a operare, e seppero morire.

Ma l'analogia con la Francia ricominciava in una cosa che fu sempre cagione precipua e irresistibile delle rivoluzioni (e lo ricordino bene certi odierni spensierati saccomanni del bilancio), voglio dire le condizioni della finanza, la penuria del pubblico erario.

Della quale pur comuni erano le intime cause nella cattiva amministrazione e negli sperperi della Corte.

Carlo I abbellì molto il regno, creando quei monumenti che, se ancora splendono come ricordo di fasto e munificenza per le arti, salvo quelli caduti tra le unghie al Demanio come la Favorita e la reggia di Portici, pure potevano anch'essi dirsi, secondo un famoso epigramma, opere di qualche splendido Segato, essendo sangue di poveri pietrificato.

Mentre le provincie lontane rimanevano senza strade, e poche di queste erano per il pubblico, se ne facevano magnifiche attorno a Napoli per le caccie del re, che al tempo di Ferdinando divennero caccie alle forosette più che ai fagiani o ai cinghiali.

In mezzo a tali condizioni diveniva maggiorenne e assumeva lo scettro Ferdinando che allora si intitolò IV, e nel 1814 in Sicilia III, e nel 1816 quando, spergiurando, lacerò la costituzione, I, sicchè i Napoletani ebbero a dire che, andando di quel passo, tra poco avrebbero avuto sul trono Ferdinando Zero.

Rimasto a nove anni senza genitori passati in Spagna, confidato a una reggenza e all'aio principe di San Nicandro, si mostrava fisicamente e moralmente proprio il contrario di quello che fu più tardi: gracile e cagionevole, mentre poi divenne un toro; bonario e mantenitore della parola, mentre appresso fu barbaro e spergiuro per eccellenza, inaugurando quei metodi, pei quali fino al '60 rimasero tristamente celebri i Borboni di Napoli.

All'uno e all'altro effetto deve aver condotto l'educazione che uccise l'anima a pro' del corpo, ai cui faticosi e piacevoli esercizi fu tutto dedicato. La mente non affatto chiusa e sonnolenta, ma non dirozzata nè coltivata, gli faceva schivare i libri pei quali ebbe sempre un santo orrore, e fuggire la compagnia degli uomini di scienza e di governo, mentre il gusto smanioso dei giuochi allegri e dei ludi e l'impeto di passioni non ingentilite e non imbrigliate, lo traevano a quella di giovani di gusti bassi e di abitudini prave.

Compagno assiduo gli era un fratello di latte, Gennaro Ribelli, futuro bandito della Sila bruzia; da cui apprese a spennare piccioni vivi, e a bastonare il germano primogenito dichiarato, alla partenza del padre, ebete e impotente a regnare.