VIII
GERI GIANNINI
I
A Natuccio Cinquino
Si duole della sua dolorosa vita e chiede pietá a Dio.
Meo fero stato — nato — è sí forte,
non credo morte — sia con piú dolore,
ché d'ogni lato — dato — sommi sorte,
e non giá corte, — piene di malore.
Viv'affannato, — pato — male storte;
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oimè! che porte — tienmi d'amarore
non ben agiato — fiato, — di che tort'è!
Cotale scorte — son date al meo core!
Che gran fallire — dire — posi 'ntero
è del nochero — c'ha esta balanza,
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se piú tardanza — fa, tanto 'l desiede.
Al sommo Vero — chero — sua mercede
con pura fede, — ne lo quale spero,
me partagerò — d'esta malenanza.
Conforto — porto — alcuno non par Deo,
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ch'eo tegno 'n feo — la mia vita scura
ed ho paura — non mai viver meo.
II
Risposta di Natuccio Cinquino
Comporta il dolore che ha, sperando che abbia una volta a finire.
Poi sono stato — convitato — a corte
da quei che port'è — di chiarir errore,
e ha mostrato — per suo dittato — forte
ch'entr'a le porte — tene lui l'angore;
ed è peccato — ch'è dannato — in torte,
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sí che isport'è — d'onni gran tristore.
Piò se' pregiato, — e maggior grato — e sorte,
e piú onor t'è — con vero sprendore.
Da gradire — è chi 'n dire — fassi clero,
ed a l'altèro — sommo umilianza
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con pietanza — magna ver' lui chede,
che 'l faccia gire — ov'è piacire — intero;
possa lumero — con tutta bastanza
ed allegranza — somma tosto vede.
Comporto — a torto — lo dolore che ho,
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da possa veo — al mondo nulla dura,
dunque rancura — non deggio portar eo.