M. Pelaez, in Rassegna bibl. della letter. ital., XIV[1906], 292-4;
G. Zaccagnini, in Rassegna critica della letter. ital., X[1907], 34-8;
B. Wiese, in Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, CXVII[1907], 214-223;
V. Rossi, in Giornale storico della letter. ital., XLIX[1907], 373-383;
K. Vossler, in Literaturblatt für germ. und rom. Philologie, XXVIII[1907], 290-4.
[4] Osservò giá il Rossi, Gior. st. d. letter. it. cit., XLIX, 374 e n. I, che questo rimatore non è da ritenere come notaio: nei documenti egli è costantemente e unicamente designato come « iudex ».[5] Il prof. A. Zenatti cortesemente mi comunica che questo rimatore deve proprio chiamarsi «Bonodito», come giá noi congetturammo: cfr. I Rimatori lucch., p. XXXVII. Egli ne fornirá la prova.[6] Cfr. I Rim. lucch., pp. LXXIII-IV.[7] Cfr. pure Rossi in Gior. stor. cit., XLIX, 377 e Zaccagnini in Rass. crit. cit., XI, 37.[8] Gior. stor. cit., XLIX, 378. Cfr. pure Wiese in Archiv cit., CXVII, 214.[9] Il Wiese, Archiv cit., CXVII, 214, dubita anche della paternitá dei due sonetti «Gli vostri occhi ch'e' m'hanno divisi» (n. XVII ) e «Con sicurtá dirò po' ch'i' son vosso» (n. XVIII ); ma non adduce alcuna prova che confermi il suo dubbio. Lo stesso dicasi del Tommasini-Mattiucci, Bonagiunta Orbicciani nel canto XXIV del Purgatorio, Cittá di Castello, 1911, p. 20, n. 2: cfr. pure, per il son. XVII, Vossler in Literaturblatt cit., XXVIII, 291. E allora? Il loro valore nella produzione poetica di Bonagiunta fu rilevato nel nostro saggio, Sulla cronologia e sul valore delle rime di B. O. da Lucca, Messina, 1902, pp. 39-40. A tal proposito è massimamente prezioso il son. XVII «Gli vostri occhi»; per quanto anche il n. XVIII «Con sicurtá», pur dopo la nuova interpretazione, possa sempre offrire un appoggio alla nostra tesi. La quale, sia detto di passaggio, ha trovato un deciso avversario nel Tommasini-Mattiucci, Bonagiunta Orbicciani cit. Ma ad altri (vedili ricordati quivi stesso, pp. 28-9) non è parsa poi del tutto cosí ardita da doversi senz'altro metter da parte.[10] A. Fr. Massèra, Una ballata sconosciuta di Bonagiunta Orbicciani, in Rass. bibl. cit., XIV, 210 sgg. I vv. 11, 13, 23, 62, come settenari, apparrebbero veramente allontanarsi dallo schema metrico proposto: a 5 a 6 a 6 x 7; a 7 b 8 a 7 b 8; c 6 c 5 c 6 x 7. Ma è da notare che i vv. 11 e 62 comincian per vocale, e interviene pertanto un'elisione con la finale del v. pr. Nel v. 13, sintatticamente, è possibile anche la soppressione del se con cui comincia, se pure non è, come nel v. 23, una di quelle apparenti anomalie metriche, che la musica faceva scomparire, di cui non mancano esempi: cfr. A. Fr. Massèra, Il serventese romagnolo del 1277, in Archivio st. ital., 1914, disp. 1ª, p. 10, n. 1 dell'estr.[11] I Rim. lucch., cit., p. LXXVIII.[12] S. Debenedetti, Nuovi studi sulla Giuntina di rime antiche, Cittá di Castello, 1912. Cfr. poi, a proposito di tale pubblicazione, F. Pellegrini, in Rass. bibl. cit., XXI[1913], 12 sgg.[13] Cfr. Rass. bibl. cit., XXI, 18-9. La correzione del secondo passo: «Considerando tutto quel ch'è detto», ecc. è giá in Valeriani, I, 511.[14] Vedi anche I Rim. lucch., pp. LXXVIII-IX.[15] Il Bertoni proporrebbe una rivendicazione anche per le due canzoni «Oramai lo meo core» (per questa canz. vedi pure Pelaez, Rass. bibl. cit., XIV, 294) e «Sovente, Amore, aggio visto manti»: cfr. Zeitschrift cit., XXX, 344. Ma le sue argomentazioni non son riuscite a scuotere la nostra ancor come un tempo ferma opinione in contrario.[16] La prima edizione, con tutto l'apparato critico, mette in grado di rendersi conto di ogni piú piccola mutazione. Ogni nuova congettura fu esplicitamente avvertita.[17] Cfr. I Rim. lucch. cit., p. XCII.[18] Gli schemi che raggruppammo alle pp. LXVI-VIII de I Rim. lucch. cit., prima di esser citati, è necessario controllarli con quelli di questi nuovi testi.[19] Rima siciliana, rima aretina e bolognese, in Bull. d. soc. dantesca ital., XX[1913], 123, n. 1. A proposito di questo articolo cfr. tuttavia G. Bertoni, in Fanfulla della domenica, XXXVI[1914], 25 gennaio.[20] Cfr. Zeitschrift cit., XXXI, 178.[21] Parodi, Rima siciliana cit., pp. 136-8.[22] Il Petrocchi, Novo dizionario, ad v., registra questa forma per l'ant. ital.; ma non dá esempi.[23] È un difetto, in cui cade il Wiese, ad es., nella recensione citata. Per conto mio, lo iato, spesso dato anche dall'accordo dei cdd., giustifica sicuramente i vv. c. VIII, 2 e 14, IX, 41; dis. 1, 5, 6, 10; ball. I, 33; ecc.; sono da considerare, senz'altro, come bisillabi: «lui» nei son. II, 8 e IV, 8 della tenzone fra il Gonnella, Bonagiunta e Bonodico, «poi» nel son. I, 2 della tenzone fra Bartolomeo e Bonodico, e come trisillabo: «assai» in D. R. c. I, 67; né credo che, a causa della cesura, debbano modificarsi, ad es., c. VIII, 17 e ball. II, 13-4 e 23-4.[24] La misura del verso esige senza discussione «ciera» in ball. IV, 25.[25] Cfr. D'Ancona e Comparetti, Le antiche rime volgari, Bologna, 1875, I, p. XX e n. I. A proposito del son. I di Dotto Reali, che non è compreso nel Vat. 3793, cfr. sempre quivi.[26] Le canz. I e III di Bonagiunta, che sono nel Vat. 3793, non son quivi trascritte; ma per la I, a 284 r, a sinistra, nel margine, è notato: «Auegna che partensa. 294. Reale», e per la III, a 129 r, sempre nel margine, a sinistra: «Similen.te honor. 124. Reale», con richiami manifesti (294 e 124) al Vat. 3793.[27] Vedasi su di esso Barbi, Per un sonetto attribuito a Dante e per due codici di rime antiche, in Bull. d. soc. dantesca ital., XVII[1910], p. 255 sgg.[28] Barbi, Per un sonetto cit., p. 255. Dá anche come di Bonagiunta le due canz. «Donna amorosa» (p. 109 e «La mia amorosa mente» (p. 111), che nel Pal. 418 seguivano adespote alla ball. I dell'Orbicciani.[29] Il primo verso del son. I si trova pure riferito a p. 739; cosí il primo verso del son. IV è a p. 789.[30] Cfr. Barbi, Per un sonetto cit., p. 256 sgg.[31] Solo il v. 8 del son. I: «Che passa or sôma luce e di valore» — altre poche varianti non hanno alcuna importanza — se ne allontana alquanto. Ma dipende certo dal desiderio del trascrittore di dare un senso, suo, al passo tormentatissimo.[32] Il Nannucci pubblica anche come di Bonagiunta la canz. «Tanto di fino amore son gaudente», avvertendo che essa insieme con la ball. «Donna, vostre belleze» «dall'editore fiorentino [ Val., I, 433] sono assegnate al Saladino da Pavia; ma nel Codice Pucciano, in quello di Pier del Nero ed in altri, vanno sotto il nome del nostro Bonaggiunta» ( Manuale cit., I, 195). È certo una svista, perché si fatta canzone, in tutti i cdd. in cui si trova, è attribuita al Saladino: cfr. G. B. Festa, Bibliografia delle più antiche rime volgari italiane, in Romanische Forschungen, XXV[1908], 2, p. 596, n. 614.
ERRATA CORRIGE
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143
, v. 4:
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154
, v. 69:
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156
, v. 59:
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