Ama la sua donna, della quale loda le virtú; ma non ha coraggio di manifestarle il suo amore.
Gioia né ben non è senza conforto
né senza ralegranza,
né ralegranza sanza — fino amore:
rason è chi venir vole a bon porto
de la sua desianza
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che in amoranza — metta lo suo core;
ché per lo flore — spera l'omo frutto
e per amor ciò ch'è disiderato.
Perché l'amore è dato
a gioia e a conforto senza inganno;
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ché, se patisse inganno, — fôra strutto
lo ben d'amor, che tanto è conservato,
né fôra disiato
s'avesse men di gioia che d'afanno.
Tant'è la gioia, lo preso e la piacenza,
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la 'ntendenza — e l'onore
e lo valore — e 'l fino 'nsegnamento,
che nascon d'amorosa caunoscenza,
che differenza — amore
no è prenditore — da vero compimento.
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Ma fallimento — fôra a conquistare
senza affanare — cosí gran dilettanza,
ca per la soverchianza
vive in erranza — quel che s'umilia.
Chi gio' non dia — non pò gioia aquistare,
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né bene amare — chi non ha in sé amanza,
né compir la speranza
chi no lassa di quel che piú disia.
Perché sería fallire a dismisura
a la pintura — andare
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chi pò mirare — la propria sustanza;
ché di bel giorno vist'ho notte scura,
contra natura, — fare
e traportare — lo bene in malenanza.
Unde bastanza — fôra, donna mia,
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se cortesia — mercede in voi trovasse,
che l'afanno passasse
e ritornasse — in gioia e in piacere,
ché troppo sofferére — mi contraría;
com'om, ch'è 'n via — per gir, che dimorasse
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e 'nanti non andasse
né ritornasse — contra suo volere.
Volere agio e speranza d'avanzare
lo meo cominciamento
per tal convento — ch'eo voi sia in piacere.
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E ben volesse a reto ritornare,
contra lo meo talento,
né valimento — n'agio né podere.
Cosí mi fère — l'amor, che m'ha priso
del vostro viso — gente e amoroso,
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per cui vivo gioioso,
e disioso — sí ch'eo moro amando!
E ciò ch'eo dico nullo dir m'è aviso,
sí m'ha conquiso — e fatto pauroso
l'amore, ch'agio ascoso,
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piú ch'eo non oso — dire a voi, parlando.
VII
Dopo aver parlato della lotta, che combatte per la sua donna disserta sul ben fare e sulla follia.
Sperando lungamente in acrescenza
trar contendenza — d'alto signoragio,
che mi dá tal coragio
ch'ogn'altr'om i' ne credo sovrastare,
di ben servir mi dona caunoscenza,
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che da ubidenza — nat'è per lignagio.
E non è alcun paragio,
che a l'ubidir si possa asimigliare,
però che fa l'om fin preso aquistare
e 'navanzare, e nascende onoranza
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e ricca nominanza.
Servire e ubidenza
vegnon da cognoscenza;
di caunoscenza non è dubitato
che nasce per fin senno ed è provato.
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Da senno ven largheza, e cortesia
oblia — torto, orgoglio e scaunoscenza
e tutt'altra fallenza,
che per rasion potesse dispiacere.
E chi ben fa non usa villania,
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né follia — comporta sofferenza;
ed è matta credenza
che l'un coll'altro possa sofferére,
però che son diversi di valere;
ché l'un val pregio, unde s'aquista amore,
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e l'altro disamore.
Però han diversitate
e contrarietate;
ché l'un contrar' per l'altro si disvia,
come per morte vita tuttavia.
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VIII
Lodi dell'amore: prega madonna che lo voglia amare.
Uno giorno aventuroso,
pensando in la mia mente
com'amor m'avea inalzato,
i' stava com'om dottoso,
da che meritatamente
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non serve a chi l'ha onorato.
Però vòlsi cantare
lo certo affinamento,
perché l'amor piú flore
e luce e sta 'n vigore
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di tutto piacimento,
gioia tene in talento
e fa ogn'atro presio sormontare.
Montasi ogne stasione,
però fronde e fiore e frutta,
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l'afinata gioi' d'amore;
per questa sola rasione
a lui è data e condutta
ogne cosa, c'ha sentore:
sí come par, li auselli
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chiaman sua signoria
tra lor divisamente
tanto pietosamente,
e l'amorosa via
commenda tuttavia
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perché comune vòlse usar con elli.
Donqua, la comune usanza
ha l'amor cosí agradito,
che da tutti 'l fa laudare.
Gentil donna, pietanza
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inver' me, che so' ismarito
e tempesto più che mare.
Non guardate in me, fina;
ch'eo vi son servidore:
tragete simiglianza
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da l'amorosa usanza,
che da piciolo onore
ingrandisce talore,
e 'l ben possente a la stasion dichina.
IX
Si rallegra pensando alla gioia che spera d'avere.