Quando le camere, passato il movimento della lotta elettorale, si sono costituite e i partiti hanno misurato le proprie forze, sopravviene un compromesso tacito tra le due classi possidenti che sostengono la monarchia: il governo ottiene la maggioranza a patto che soddisfi nello stesso tempo gl'interessi di classe e dell'alta borghesia e della nobiltà. Questo insegna con ingrata chiarezza la legislazione economica del tempo. I finanzieri notevoli della Restaurazione e lo stesso Luigi XVIII professavano le dottrine di Adamo Smith, ma nessuno di loro pervenne alla comprensione che l'economia politica è la scienza praticamente liberatrice e peculiare del nostro secolo industriale; e sacrificarono compiacenti le migliori cognizioni ai riguardi della lotta parlamentare. Il sistema proibitivo era radicato in questo stato fin dal tempo di Colbert: l'amministrazione burocratica e il dazio protettore erano l'effetto di un medesimo spirito statale. Dopo il breve episodio della prima assemblea nazionale, che inclinava alle vedute fisiocratiche, la Convenzione nella lotta contro l'Inghilterra era ritornata al sistema nazionale del commercio, e i divieti d'importazione di Napoleone appagarono pienamente l'egoismo miope degli industriali. I dazi proibitivi sui prodotti industriali forestieri rimasero sostanzialmente inalterati sotto la restaurazione, e l'interesse di classe dei grandi proprietari di terre aggiunse nuovi dazi sui prodotti greggi. L'importazione di tutti i prodotti agricoli nominati fu proibita, o caricata di dazi che eguagliavano il divieto, i cereali furono assoggettati alla scala mobile delle mercuriali, il ferro e l'acciaio furono protetti per riguardo dei grandi proprietari di boschi. La Francia con la sua politica commerciale era alla retroguardia dei popoli civili: tutti gli stati vicini furono lesi, e anche gli staterelli del nostro mezzogiorno furono costretti alle rappresaglie. Cotesta assurdità politico commerciale esercitava, soprattutto, un'influenza nefasta sulla morale pubblica. Il governo non riuscì mai a che le camere ne avessero abbastanza, ormai, di esprimere con inverecondia spaventevole il loro egoismo sociale. Nelle classi possidenti s'insinuarono la diffidenza della propria forza, la credenza che lo stato andasse responsabile della sorte del pigio. «Io temevo più l'invasione del bestiame che l'irruzione dei cosacchi», disse più tardi il maresciallo Bugeaud, grande agricoltore, ed espresse con quelle parole l'animo dei suoi consorti di casta.

Intanto l'uomo del popolo stava in disparte mezzo astioso, mezzo indifferente. I Borboni gli erano estranei. Gli omaggi rugiadosi di loyauté delle dame e degli eroi di anticamera al divinizzato «figlio di Europa», l'odierno duca di Chambord, non significano nulla: la stessa venerazione era stata prodigata un tempo al re di Roma, e sarà mostrata più in là da questo peuple de héros et de valets anche al conte di Parigi e al recentissimo figlio di Francia, e certamente anche al figlio di un prossimo detentore del potere. Le moltitudini andavano in visibilio quando i borghesi della camera sventavano un nuovo intrigo reazionario degli esosi emigrati: all'ultimo si fece strada in loro la convinzione, che i gran signori nelle camere curassero solamente i loro propri affari privati. Una camera eletta appena da 90000 elettori non poteva considerarsi rappresentanza popolare, tanto meno in Francia; perché qui dall'indole del popolo e dal livellamento sociale derivava inevitabilmente il suffragio universale, che in Germania evidentemente rimase tuttora allo stato di pianta esotica, di precoce esperimento. Il quarto stato non aveva risentito nulla dei famosi benefizi della Carta. Ne aveva soltanto l'obbligo del servizio militare e una parte iniqua del peso tributario: si vedeva la vita artatamente rincarata dal dazio protettivo, e la cultura intellettuale così scelleratamente trascurata dalla potenza dello stato padrona di tutto, che di 6 milioni di fanciulli in età di scuola, 4 milioni crescevano senza alcuna istruzione.

IV.

Se ora computiamo di nuovo coteste circostanze, cioè la dinastia stabilita dalle baionette straniere e straniata dai tempi e dal popolo, i segreti raggiri dei preti e degli emigrati, l'amministrazione napoleonica e, infine, l'aspra lotta dei partiti nelle camere, la quale portò poco benefizio al complesso delle popolazioni senza che forse non uno intravvedesse le cause di tale sterilità, noi ci spieghiamo facilmente, che la nazione così eccitabile come era, ed avvezza ai trionfi abbaglianti e alle grandi passioni di un'età portentosa, comportasse sotto cotesto mite regime appena qualche ora di pace interna. Lo spensierato borghese poteva pure, dopo una nuova disfatta dei legittimisti, riposarsi nell'idea, che l'èra della rivoluzione fosse felicemente chiusa: il suo barbiere era un barone, e il conte bancarottiere si era sottomesso al lustrascarpe: gloriosi eventi, che il poeta della borghesia, Scribe, cantava nel suo capolavoro Avant, pendant et après come i frutti d'oro della libertà francese. Lo spirito di opposizione si svegliò di botto, e crebbe potente nella parte più vivace della nazione. Quando Federico Gentz osservò da vicino l'enorme diffusione della letteratura liberale parigina, fu preso da un incubo, come se gli avessero annunciata l'entrata dei Russi a Costantinopoli. Come ai tempi del Réveil du peuple, si diceva ora un'altra volta: si l'aristocrate conspire, conspirons la perte des rois. Tutto il paese era coperto da una rete di società segrete, che s'intrecciava con le vendite dei carbonari e con la giunte dei rivoluzionari spagnuoli. L'amministrazione dispotica, che impacciava ogni libero movimento delle energie popolari, aveva in ciò qualche colpa: una rampogna anche più aspra colpì i capi dell'opposizione. In quella circostanza principalmente, Lafayette chiuse con una fine degna una vita piena di peccati. Egli era sempre il vecchio Grandison-Cromwell, bollato a fuoco da Mirabeau: un bel parlatore sentimentale, che aveva infatuato la gioventù coi suoi discorsi unguentosi sulla santa insurrezione; e un ambizioso intrigante, che aveva alimentato senza coscienza le più brutali abitudini del tempo della Rivoluzione, ed era riuscito a distruggere chi sa per quanto nel popolo il senso della legalità. Cotesto malcontento divoratore si manifestava in innumerevoli tumulti, attentati, ammutinamenti militari. Il movimento rivoluzionario non si prefiggeva uno scopo definito: alcuni sognavano la repubblica, altri speravano su Napoleone II, altri ancora sul duca d'Orléans.

Il sentimento comune dei cospiratori era l'irreligiosità. Il risveglio del partito ultramontano aveva, per rapido contraccolpo, risuscitato l'anticlericalismo della Rivoluzione; giacché in quest'epoca mondiale soltanto l'odio all'intolleranza della Chiesa era in grado di accalorare le classi cólte a prender parte alle questioni di fede. Gazzette e clubs, caricature e teatri si accanivano nel dileggio dei preti; il contrassegno dei liberali era l'avversione alla Chiesa. Come da una parte la corte si adoperava a schiacciare il ricordo della Rivoluzione, così dall'altra tutti gli scontenti erano d'accordo nel farne l'apoteosi. E si avverò anche questa volta il vecchio malvezzo del mondo, di tenere per grandi uomini gli autori di grandi misfatti. Questa generazione agitata non volle proprio saperne del fatto incontestabile, che la maggioranza delle assemblee rivoluzionarie era stata spinta alle sue risoluzioni estreme dal batticuore e dalla codardia; derideva la profonda verità, che il fanatismo è il retaggio inalienabile della grettezza, e che la moderazione del genio è un privilegio di nobiltà. E secondo che le ferite impresse dal giogo ferreo dell'impero si venivano lentamente rimarginando, nella fantasia oziosa del popolo a poco a poco si alzava sempre più imponente e abbagliante la gigantesca figura di Napoleone. Béranger è il cantore più nazionale del tempo appunto per questo, che non si solleva sulla cultura media della nazione, ma senza giudizio critico, come questa, si entusiasma e canta tutto d'un fiato la Rivoluzione e il suo domatore.

A chi aveva osservato da vicino il prigioniero di Sant'Elena, cotesto risveglio del culto di Napoleone doveva certo sembrare incomprensibile. La storia moderna non conosce spettacolo, che provochi con tanta violenza l'odio amaro degli uomini, come questa fine furfantina di un grandioso arringo di eroe. Certamente nessun conoscitore di uomini si sorprende, che la passione vulcanica di questo violento si sfoghi ora in una irrequietezza febbrile, e in un maligno arrabbiarsi coi buoi e i gatti del vicino: il non far niente doveva essere un inferno per questo genio della potente attività, il quale non poteva trovare la sua pace nel poetare e pensare, come il filosofo di Sans-Souci. Ma quante menzogne gli scorrevano dalle labbra! con quanta inverecondia ripeteva l'impudente falsità di essere stato attirato in prigione dalla malafede inglese! come ricantava la centesima volta la vecchia fola dell'oro inglese, della neve russa, del tradimento sassone, sole pretese cause della sua orribile caduta, e la nuova promessa dell'impero della libertà, che voleva fondare! E parlando fantasticamente della lega della libertà del futuro, della federazione della Francia con l'Inghilterra e l'America, mostrava sempre però in ogni osservazione della politica del giorno la durezza in nessun modo ammaestrevole del despota: i liberali per lui sono giacobini, Decazes è un ideologo, il disegno di un bill di riforme in Inghilterra è un'utopia. E con che raffinata cattiveria fu bistrattato e denigrato e ridotto alla disperazione Hudson Lowe, finché il povero diavolo, che era un pedante tagliato nel legname, ma era un uomo onesto, entrò negli annali come un babau erostratesco, e fu maledetto dai poeti di tutti i popoli! E quale scena, quando l'imperatore fece staccare dal suo vasellame le aquile gloriose e sminuzzare e vendere l'argento, mentre col fatto avrebbe potuto sempre toccar danaro in Europa dai parenti e dagli avanzi salvati dei suoi beni! Era un sistema ben premeditato, e ne convengono bruscamente il generale Montholon e Las Casas nel noto brano del suo diario; sistema che raggiunse pienamente lo scopo. Lord Holland e i whigs profittarono degli orrori di Sant'Elena come di uno strumento bellico assai comodo contro il gabinetto tory. Quando l'emissario di Sant'Elena incaricato di annunziare all'Europa i misteri della petrosa isola fu, per ordine della corte di Vienna, arrestato e malmenato dalla polizia di Francoforte, trovò, appunto per questo, benevolo ascolto tra i malcontenti tedeschi. E molti anni dopo la morte di Napoleone, Hudson Lowe al suo apparire in Germania fu accusato dai liberali di tentato assassinio in danno del giovane Las Casas.

L'imperatore era morto: una lastra di pietra nuda coprì la tomba, a cui l'ignobile nemico ricusò anche il nome glorioso del defunto. Il testamento annunziava con quale ardore l'italiano aveva amato la sua Francia, raccomandava al figlio di rimanere francese e di dare un giorno al paese la libertà, come il padre gli aveva assicurato l'eguaglianza. Al piccolo uomo tornava lusinghiera la notizia, che il grande imperatore aveva legato i duecento milioni della sua privata fortuna all'esercito e, tra gli alleati, ai paesi esausti di frontiera; un incantevole riscontro al miliardo degli emigrati! E la fabbrica delle memorie intraprese subito il suo massiccio lavoro. Lettere, diari, conversazioni dell'imperatore inondano il mercato librario: un miscuglio mirabile di verità e di menzogna, di pensieri geniali e d'infernale malizia, diabolicamente interessante anche per l'avversario. La materia della storiografia imperialistica fu presto elaborata: Bignon e Ségur aprirono la serie di quella istorica faconda, agile, instancabile, ma in fondo sleale, che dominò per trent'anni sull'opinione media dell'Europa, e soffocò gl'ingenui racconti di un Droz o di un Barante.

E poi, quale si fosse l'indegnità del vinto, non era forse una figura toccante, che trascinava irresistibilmente la fantasia del poeta, quella dell'uomo incarcerato iniquamente, del prigioniero di milioni di uomini, di questo Prometeo incatenato alla rupe, al quale l'avoltoio britanno lacerava il fianco? Non appena Béranger fece dire all'imperatore «Io sono il Dio del mondo» e celebrò le aquile, compianse i misconosciuti eroi di Austerlitz e gridò il suo angoscioso adieu donc, pauvre gloire! che una voce si aggiunse subito all'altra, finché il coro pieno dei poeti francesi cantò la gloria dell'imperatore. Un solo tra i nuovi poeti rinomati della Francia resisté a tale tentazione (sia permesso di accennare qui anticipatamente alla letteratura della monarchia di luglio). Domandiamoci che cosa voglia dire per la Germania il fatto, che Schiller non abbia condotto a compimento il disegno della sua Fridericiade, e misureremo ciò che significa l'immortalità poetica di Napoleone. S'intende bene come Victor Hugo, a posto su tutte le selle, abbia dovuto montare anche questo destriero di parata: cantò, e lo stile di questi versi bisogna goderlo nella sua bellezza naturale:

ce front prodigieux, ce crâne fait au moule du globe impérial.

Ma anche Lamartine, il nemico leale dell'impero, che avrebbe voluto fare apporre sulla tomba napoleonica l'inscrizione: à Napoléon—seul! fece poi passare davanti ai suoi lettori la figura del prigioniero in un crepuscolo romantico, con le braccia incrociate sull'ampio petto e con la bianca fronte, la fronte meditabonda, china, ottenebrata, sparsa di terrore. Il pittore David, il vecchio giacobino rigido, celebrò in lettere ampollose la grandezza dell'impero. Edgardo Quinet, che più tardi si adoprò a diffondere nel suo paese un giudizio equanime sulla Rivoluzione, a trent'anni ripete fedelmente, nel suo ciclo di canti «Napoleone», tutti i dommi della religione napoleonica, e mise in bocca al despota le parole: j'ai couronné le peuple en France, en Allemagne. Se gli uomini più notevoli servivano con tanta compiacenza il feticismo nazionale, s'intende anche quanto si desse da fare il formicaio affaccendato della genticciuola del Parnaso. Spogliando le appendici di trenta o quarant'anni dopo, ci si stupisce a incontrare quasi in ogni numero i souvenirs de l'empire. Tutti i teatri dei boulevards compravano le vecchie uniformi della guardia dell'imperatore, e rappresentare l'imperatore col suo piccolo cappello costituiva il pezzo di bravura di ogni caratterista. È chiarissimo seguire il modo con cui questo gioco della fantasia, procedendo timido e riservato sul principio, poi in seguito lasciò andare a mano a mano la vergogna e il buonsenso e arrivò fino all'assurdo sfacciato. Le poesie francesi tradotte da Byron biasimano ancora la sete di sangue dell'imperatore, lamentano che un Napoleone si sia potuto trasformare in sire, l'eroe precipitare a re. Ma come il ricordo delle malefatte dell'imperatore veniva via via sempre più impallidendo, l'infatuazione invece saliva fino all'inconscia e schietta bestemmia. Dopo la morte della vecchia Letizia, i giornali riportarono una poesia di Blanchemain con versi come i seguenti: