Anche in Germania la leggenda napoleonica ebbe seguito specialmente nel popolo. Noi pure avevamo i nostri veterani napoleonici: l'esercito sassone vantava come sua gloria suprema la giornata della Moscowa, e il bavarese la campagna del Danubio del 1809. Chi visita le antiche case franche del nostro mezzogiorno si abbatte in una quantità innumerevole di ritratti dell'imperatore, e qua e là, nelle regioni anteriori dell'antico impero d'Austria, in qualche figura dell'arciduca Carlo e della battaglia di Stockach, ma non incontra quasi in nessun luogo una vecchia immagine di Blücher o di Stein. Una volta in una locanda di campagna nell'alta Selva Nera io vidi una figura ingiallita di venti anni prima, di quelle vendute nelle fiere. Un animale con tre corpi e una testa (la domesticità tedesca ha in maniera singolare eletto l'innocente cervo in luogo di una bestia imparlamentare) giace pigro e stupido nel bosco: tra gli alberi si eleva gloriosa l'ombra di Napoleone; sotto si leggono i versi:

Tu ci vedi qui all'aria aperta importunati da una sola testa. Ora indovina a chi di noi tre appartiene la testa.

Dopo la morte di Hudson Lowe i fogli radicali tedeschi dedicarono all'uomo, che un tempo era stato onorato dall'amicizia di Gneisenau, il melodioso addio:

Finalmente, o tomba, tu nascondi il mostro vomitato dall'umanità, come l'avoltoio ecc. ecc.

Un conoscitore della parte indiscriminata della nostra letteratura aggiungerebbe facilmente dei bei pezzi complementari. I fogli radicali degli ultimi trent'anni formicolano di allusioni maliziose all'imperatore. «Il risveglio di Napoleone, ovvero Egli vive ancora. Sogno di un principe legittimo», tale è il titolo di un articolo nello «Staffile» (Geissel) di Hundt-Radowsky, sul quale la polizia tedesca braccava con zelo particolare. Per quanto siffatte velleità non abbiano alcuna importanza, pure un francese, che osservi superficialmente, ne avrebbe abbastanza per dire con una certa verità, che la venerazione dei suoi compatrioti per l'imperatore liberale è nutrita anche nei piccoli stati tedeschi.

In Italia il risveglio dell'entusiasmo napoleonico fu incomparabilmente più forte e più giustificato. L'imperatore era considerato come il più grande degl'italiani: aveva risuscitato dal sonno millenario il sacro nome del paese, aveva frenato con leggi moderne l'antico disordine tradizionale, aveva versato con gesta senza pari un'ambizione inquieta nel cuore della snervata gioventù. Di tanto in tanto all'Elba gli era ribollito nelle vene il sangue italico: egli promise: «a Parigi sono stato un Cesare, a Roma sarò un Camillo». Sulle nuove strade alpine, nell'arena cesarea della capitale lombarda, nel duomo risorto dalle rovine, nell'Arco di trionfo, a cui l'imperatore aveva destinato l'Impresa di Alessandro del più grande scultore moderno, e che ora glorificava le imprese dell'Austria, l'italiano incontrava a ogni piè sospinto nel settentrione della penisola le orme del grande compatriota. Il suo Regno d'Italia era stato un governo ben più umano e nazionale del dominio austriaco e della forca borbonica. L'odio ai francesi, che la musa di Alfieri aveva bandito alla gioventù, dileguava a poco a poco sotto la cupa compressione della nuova dominazione straniera. Niccolini, che in altri tempi con un alto grido di sdegno aveva atteso sulla via di Brenno il figlio d'Italia discendente dalle Alpi, e non aveva trovato che sarcasmo per l'iscrizione della medaglia commemorativa francese l'Italie délivrée à Marengo, adesso intonava canti di disprezzo pei nani che ballavano sulla tomba del gigante. Il cordoglio umano pel trapasso di una grandezza unica suggerì a Manzoni l'espressione travolgente in quella poderosa ode, che con una strappata geniale leva via la sostanza dalle maraviglie dell'impero: E il lampo dei manipoli E l'onda dei cavalli: e perciò essa sola vale tutte le altre opere dell'epopea napoleonica. Il giovine Santarosa nei suoi primi scritti aveva maledetto il tiranno, che aveva arrossato d'italo sangue i piani nevosi della Russia; ma da uomo maturo si riconciliò coi francesi e i napoleonidi. E come lui Massimo d'Azeglio, il figlio dell'emigrato piemontese. Nella bella lettera di conforto che Pio VII scrisse alla madre di Napoleone, non parla soltanto l'uomo amabile, né soltanto il papa la cui Chiesa andava debitrice all'imperatore del ripristinamento, ma anche l'italiano. I carbonari, dianzi nemici di Murat, dopo si erano intesi con gli amici di Napoleone. Il bonapartismo viveva inestirpabile nel cuore degli ufficiali della vecchia armata italiana. Essi avevano rinnovellata per la prima volta sotto il côrso la gloria delle armi nazionali, ed erano adesso i capi naturali di ogni rivolta contro l'Austria, proprio allo stesso modo come i veterani dei lancieri polacchi dell'imperatore avevano nella loro patria elevato a segnacolo di patriottismo la religione napoleonica, e stavano in prima linea in ogni lotta contro i russi.

Un cambiamento di opinione principiò perfino tra gli spagnuoli, che poco prima avevano combattuto con odio atroce l'usurpatore. I liberali spagnuoli sfuggiti agli orrori della reazione borbonica avevano cercato, già durante i cento giorni, di stringersi all'imperatore, e quando, otto anni dopo, i Borboni francesi rinsaldarono il trono vacillante del cugino spagnuolo, i veterani napoleonici accorsero tra le fila dell'esercito della libertà delle Cortes. Nel Belgio il grato Verviers eresse una statua all'imperatore, che aveva dato vigore alle industrie cittadine. In Inghilterra l'energia dell'orgoglio nazionale e la sanità dello stato non permisero mai al bonapartismo di diffondersi ampiamente. Una parte della nobiltà whig, lord e lady Holland, lady Blessington e il suo circolo serbarono un'adorazione fanatica pel nemico dei torys. In quel torno Byron levò la voce contro il trionfo delle anime piccole sul genio, e si accordarono con lui, senza però la misura, senza la nobiltà del maestro, alcuni scrittori radicali.

V.

Per tutto il tempo che l'erede di Napoleone visse come un prigioniero, il diletto fantastico che ebbe il mondo dalla figura dell'eroe non produsse risultati politici immediati. Avvenne come se i napoleonidi si fossero divisi i due opposti principii, che nell'imperatore erano uniti e concorporati. Il duca di Reichstadt ereditò l'assolutismo paterno, gli altri della famiglia tennero le tradizioni rivoluzionarie della casa. Guardando il debole giovinetto coi bei lineamenti del padre quando s'immergeva fisso nella mappa, o quando con vivacità passionata manovrava il suo battaglione o con l'occhio acceso gridava: «un Napoleone deve ritornare in Francia solamente alla testa di un esercito, a viso aperto, non mai come un cospiratore, come un fantoccio dei liberali»; allora si sentiva davvero, che in quelle vene fluiva sangue puro di Napoleone. Tale era stato il padre in quegli ultimi tempi di orgoglio regale, in cui discuteva della legittimità della quarta dinastia, e parlava con affetto di parente del «suo sventurato zio» Luigi XVI. E, in verità, non era necessario il cattivo verso dedicato da Barthelémy al «figliuolo dell'Uomo» per cattivare il sentimento umano a questo essere ineffabilmente triste, a questo giovinetto, che sulle spalle incolpevoli portava le colpe e la calamità di lotte che avevano scosso il mondo.

Durante le trattative della seconda pace di Parigi, Richelieu e Pozzo di Borgo avevano messa avanti la proposta di educare l'erede di Napoleone allo stato ecclesiastico: disegno, che il vecchio imperatore considerò sempre come la più terribile sventura per la sua famiglia. Le grandi potenze trovarono l'idea accettabile, e tre anni dopo il gabinetto prussiano scrisse: «la professione ecclesiastica non pregiudicherebbe la sorte del principe e tranquillerebbe tutti». Ma la corte di Vienna non tardò a persuadersi, che quell'animo ardente non era nato per fare il prete. L'imperatore Franz nominò il giovine Napoleone duca di Reichstadt; ma tale dignità fu concessa espressamente, dietro rimostranza della Prussia, alla persona del principe, non ai successori. Si era tacitamente convenuto nella presunzione, che la discendenza di Napoleone si sarebbe estinta¹. La fiaba tanto diffusa e creduta, che l'imperatore Franz facesse struggere il nipote tra eccessi precoci, certamente è rifiutata da un pezzo: rispetto al giovine principe non fu seguito altro metodo di educazione, se non quello antico di prammatica secondo il quale erano istruiti gli arciduchi genuini. Il che non vuol dire che l'educazione del duca di Reichstadt non facesse degno riscontro a quel premeditato trattamento dei prigionieri dello Spielberg, che il paterno imperatore dirigeva personalmente. Mentre la sposa austriaca di Napoleone si consolava con l'adulterio sfacciato, tra le braccia del luogotenente maresciallo Neipperg, che null'altro possedeva fuori degli ambigui meriti di bell'uomo, il figlio dalle arti del nonno era reso completamente straniero al suo popolo, straniero alla propria casa. Anche il gran nome di Napoleone gli fu interdetto; l'educazione dell'arciduca Francesco Giuseppe Carlo fu condotta nell'odiosa lingua tedesca. E quando il precoce fanciullo fu preso dal ricordo sempre più attraente e limpido dei giorni in cui fu re, della carrozza d'oro tirata dalle caprette che lo portavano nei viali del giardino delle Tuileries fra gli scoppi di acclamazione dei parigini, proprio allora egli apprese da alcuni assolutisti della più pura acqua la verità intorno a suo padre, o ciò che in una corte simile si chiamava verità! Lo sventurato meditava ora sulle parole promettenti del poeta: «Coraggio, coraggio, o figlio degli dèi, cacciato dal tempio; tu porti sulla fronte il sigillo della origine sacra!». A Schönbrunn era nota l'ansia con cui il despota sospettoso tremava davanti all'idea dell'età maggiore di un tal nipote. L'ambasciatore del Würtemberg, Wintzingerode, scrisse fin dal 1817: «qui a Vienna si principia ad aver paura della crescenza e della spupillatura della dieta più ancora che del giovine Napoleone». Quale destino, i giorni d'oro della fanciullezza tra la diffidente malvagità di nemici implacabili!