Se non che, non sono cotesti pochi, che determinano il sentimento del tempo: non la poesia del dolore universale; non Giorgio Sand, che sa con potenza creatrice trasfigurare lo stesso socialismo e presentarlo come la lotta del genio contro la grettezza bottegaia; non Balzac, che per la finezza della sua analisi psicologica ci fa con infinito godimento quasi dimenticare il suo banale evangelo dei diritti dell'uomo. Il dominio sulla fantasia delle moltitudini toccò piuttosto alla comune mediocrità di quei cavalieri d'industria della letteratura, i quali, come Eugenio Sue, sanno esasperare l'invidia e la cupidigia con descrizioni a colori taglienti, non illuminate mai dal raggio di un'idea. Chi leggendo qualcuno di questi romanzi sociali, ha conosciuto da vicino le figure tipiche dell'onesto scannatore, del crudo strozzino e della beltà da bordello angelicamente pura, conosce anche l'intero andazzo, ed è al caso di misurare quale tremenda efficacia pervertitrice abbia dovuto avere una siffatta letteratura, gittata a piene mani in mezzo al popolo mormoratore. E tanto più irresistibilmente si diffuse, in quanto era necessariamente scoppiata fuori dalle idee morali fondamentali dell'intera società. Giacché, quale era il tipo ideale dei ceti più alti? Il conte di Montecristo, il beniamino della musa dell'innocente fanfaron Alessandro Dumas: l'uomo perfetto, che per spiccioli porta sempre un milione nel taschino del panciotto!
Tutti gli organi del radicalismo gareggiavano nel vizio dell'adulazione al popolo. Uno dei principii della società dei diritti dell'uomo dice: ogni legge deve partire dalla premessa, che il popolo è buono e il governo è esposto alla tentazione! Se viene repressa una sedizione operaia, i fogli radicali arrischiano solo di rado e timidamente una parola di riprensione all'imprudenza commessa, ma non rifinano più di lodare l'eroismo delle mani callose e delle braccia nerborute. Il popolo vero e proprio è il quarto stato, peuple-roi, peuple tout-puissant, peuple-idée: stando a Victor Hugo, il monello di Parigi con l'aria della città universale respira l'innocenza; la vera aristocrazia sono gli operai. Qualunque scandalo del bel mondo, l'assassinio della duchessa di Praslin, la grande truffa della Compagnia delle Ferrovie del Nord, viene destramente adoperato a istituire il confronto tra l'innocenza dei bistrattati iloti e la scelleratezza dei sibariti crapulanti. Sovente anche la classe media intimidita non osa più difendere a viso aperto l'ordine dello stato contro l'innocente popolo. Generalmente l'ingiustizia dei giurati è elevata a regola in tutti i processi politici. Ad onta della paura per la borsa, la sazietà splenica dei ricchi saluta ogni attentato e ogni sommossa popolare come un felice diversivo alla monotonia del godimento. Dopo l'attentato di Fieschi, che tra i saggi del genere riportò senza dubbio il vanto della brutalità suprema, Nina Lassave si espose a un tanto l'entrata, e il gran mondo le sfilò a schiere davanti, accorso a vedere da vicino la fantesca butterata del bandito Fieschi! Qual meraviglia, se i demagoghi stimavano molto bassa, troppo bassa la forza di resistenza di cotesta società blasée, barcollante tra un'eccitazione nervosa e l'altra?
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Ma conoscevano poi davvero il «popolo» che divinizzavano? Una gran parte degli operai delle città era a ogni modo sdrucciolata nel comunismo: la gioventù in camiciotto sognava le barricate e nelle sue canzoni da trivio vezzeggiava la ghigliottina con teneri appellativi. Sorti i capi che avessero saputo indirizzare il punto d'onore gagliardo e personale di queste classi, ci sarebbe stato da aspettarsi qualcosa di grande dalle valorose e audaci falangi. Ma il contrasto, mutuato alla vita della città, di popolo grasso e popolo minuto non soddisfa più davanti alla società multiforme di una nazione moderna. I demagoghi del giorno, come già un tempo Marat ed Hébert, non avevano alcuna comprensione della grande metà del quarto stato. Il loro peuple viveva unicamente in città. Per contro, i contadini guardavano l'ingordigia del fisco con non minore odio degli operai, e, comunque, cercavano di disturbare con rude resistenza il censimento, perché ne temevano un inasprimento delle imposte: per loro, però, la proprietà era sacra, e ancora più sacra la Chiesa. Sarebbe venuto il tempo, che ai demagoghi stupefatti i contadini avrebbero dimostrata di formare essi la maggioranza della nazione.
Rappresentandoci di nuovo nella mente la tregenda di coteste forze rivoluzionarie, ci rammentiamo del giudizio pronunziato da Napoleone sulle Nozze di Figaro: c'est la révolution déjà en action! I seguaci dell'ordine costituito apparivano sempre più scoraggiati: la più parte dei realisti accettavano la permanenza del trono puramente come un male necessario, e solo pochi giornali, antesignano fra tutti per coraggio e disinteresse il Journal des débats, sostenevano ancora apertamente il monarchismo positivo. Una siffatta prudenza appariva poco incoraggiante appetto alla baldanza di ora in ora crescente dei radicali. Nel mondo che invecchia noi soli siamo giovani! sonava il loro grido di battaglia. «Anche Cristo», dichiarava Luigi Blanc, «fu urlato pazzo come noi comunisti». Proudhon profetava il giorno, che gl'improduttivi avrebbero implorato grazia ai piedi dei produttivi. Lamartine designava pubblicamente Marras come il Camillo Desmoulins della futura repubblica, e poco prima di febbraio Béranger cantava con compassione:
On bat monnaie avec l'or des couronnes, ces pauvres rois, ils seront tous noyés!
Per giunta, il partito della sovversione era organizzato e ben addestrato alla lotta per le vie, e ognuno sentiva che il possesso delle Tuileries avrebbe deciso del presente regime. Né mancarono le voci ammonitrici. Sul principio di febbraio Montalembert dichiarò con piena rispondenza: Ninive fu distrutta in quattro giorni! Anche il bizzarro marchese di Boissy previde li catastrofe, e il signor di Morny intercede insistentemente presso il ministro per qualche condiscendenza, avanti che il movimento trovasse presa in quel mondo in fermentazione, come i chiacchieroni qualificavano il popolo. Fin dall'autunno del 1847 Tocqueville coi suoi amici aveva presentato un programma per salvare la monarchia: allargamento del suffragio, complesse concessioni al movimento sociale: da ora in poi il fine principale del governo doveva essere il miglioramento economico e morale delle classi umili. Il 27 gennaio pronunziò alla camera le parole profetiche: «Non vedete dunque, che le passioni politiche sono diventate sociali? Noi dormiamo su un vulcano!» Ma Guizot non una sola volta degnò di attenzione gli avvertimenti di Tocqueville; espresse freddamente l'avviso, che la credenza nella rivalità del terzo e quarto stato aveva sconcertato molte teste. Che questo contrasto di classi esistesse, che fosse una terribile realtà, ebbene, al ministro della borghesia non lo aveva insegnato nemmeno la storica battaglia di giugno: perfino nei suoi ultimi scritti egli si aspetta ancora la salute della Francia dalla riconciliazione del la borghesia con la nobiltà! Un regime straniato a tal segno dai tempi, doveva cadere.
Su questo suolo il sistema parlamentare evidentemente era ormai consunto. La giovine generazione pensava troppo di sua testa per tollerare l'ordine antico, troppo confusamente per erigere un nuovo edifizio saldo. Le cose erano mature per una rivoluzione senza meta determinata, vale a dire pel dispotismo.