Il popolo italiano è un popolo sostanzialmente morale. Tutto in noi, in casa e fuori, dalle Alpi e le Madonie alle lontane fazende, parla del sentimento semplice e intatto della famiglia, del culto tenace della terra natia; e, insieme, dai mari, dai monti, dalle città, dalle campagne, da ogni rivo e da ogni zolla italiana tutto parla di una missione che, sebbene sorti da così poco tempo alla vita politica mondiale, pure abbiamo già intrapresa e abbiamo il dovere di condurre a compimento. E se è concorporata con le radici stesse della nostra nazionalità, se davanti all'èra nuova che si annunzia alle genti costituisce la nostra ragion d'essere di nazione, essa si affermerà e varrà tra amici e nemici come un decreto del destino; si effettuerà in virtù del suo stesso valore intrinseco, come un'opera della mente arrivata a maturazione, come l'opera del genio che né fiamma, né mannaia, né ostilità alcuna di uomini o di natura può contrastare. La conflagrazione dei popoli europei dimostra che è sempre l'Europa il centro della civiltà mondiale, e che l'Europa non può avviarsi con risolutezza e certezza a un più esteso incivilimento, all'umanizzazione dei continenti antichi e nuovi, se non attraverso una revisione di sangue, una tragica epurazione di stirpi, che assegnerà alle più scadenti e infeconde il cómpito di rifarsi, alle più gagliarde e feconde l'espansione del lavoro e dei beni morali. Poche opere straniere, come questa di Treitschke, concorrono ad avvalorare la fiducia in noi stessi e la nostra fede. La passione, sia di odio che di amore, è la più penetrante scrutatrice di anime. Egli, morto nel 1896, ha amato intensamente l'Italia; e ne conobbe la storia politica, artistica, scientifica, letteraria, e tutta la vita regionale e nazionale, dai più antichi tempi di Roma ai giorni nostri: e ci comprese, con l'intuito dell'affetto. In un altro lavoro, parlando della vera immortalità, che il genere umano concede soltanto ai fondatori di religioni e agli eroi guerrieri, afferma che la storia universale conosce solo due uomini di stato, che hanno raggiunto la vetta più alta della gloria senza portare la spada: e l'uno dei due è Cavour. E noi, per la parte nostra, assentiamo; e soggiungiamo, che oggi è il popolo nuovo, il popolo di Cavour, quello che ha preso la spada, e che col sangue e le lacrime si guadagna il destino di assicurare la patria dai nemici per diffondere, dalla propria casa ben custodita, i benefizi del suo lavoro e del suo genio in ogni angolo del mondo.

Napoli, ottobre 1916.

E. R.

PARTE PRIMA

IL PRIMO IMPERO

Il Primo Impero. [Scritto a Friburgo nel 1865.]

I.

Fra i tanti pericoli che insidiano lo storico, il maggiore è forse la tentazione di erigere altari al genio. Per converso, l'obbligo di rintracciare le linee del disegno divino in mezzo al disordine umano, non tarda a cambiarsi anche pel più animoso in una spossante fatica. Ma quando dallo spettacolo persistente e monotono di volontà malcerta e di azione incompleta, che ci è offerto dalla maggior parte delle pagine della storia, si stacca alla fine e ci viene incontro uno di quei potenti del Signore, che sembrano portare nel petto la legge della vita universale, allora si risolleva in giubilo l'anima di artista che sonnecchia nella coscienza di ogni vero uomo. Solo le menti ben solide, quando si trovano davanti allo splendore sparso dalle immagini degli eroi, non dimenticano punto di porsi il quesito decisivo, se cotesta forza originale che ci prende di ammirazione fu impiegata fedelmente in servigio di quello spirito della storia, che anche i padri dell'uman genere poterono secondare solo per virtù di ubbidienza devota. Il culto cieco degli eroi diventa un morbo molto diffuso precisamente in quei tempi, che sentono con orgoglio sulle proprie spalle il peso loro affidato di un enorme cómpito di civiltà, ma che con intima angoscia pure riconoscono, che la loro forza è appena adulta al fardello. Così si spiega il perché ai giorni nostri è potuta nascere e allignare la teoria dell'hero-worship di Tommaso Carlyle. Solo che la smania di genuflettersi davanti agli dèi di carne e d'ossa porta agli uomini ben poco giovamento; e di ciò noi ci rendiamo subito conto, ogniqualvolta una testa fina tira le conseguenze pratiche dalle premesse del culto degli eroi, vale a dire ogniqualvolta il dispotismo cela il suo nudo aspetto dietro il nome di un genio.

Da quando assunse la corona imperiale, Napoleone III solo di rado e con qualche parola cascatagli inavvertentemente ha tradito l'imperiosa coscienza cesarea che nasconde sotto il manto del silenzio. Così avvenne nel colloquio di Plombières, quando disse a Cavour: «In Europa vivono solamente tre uomini: noi due, e un terzo che non nomino». E il giorno che la vanità letteraria lo tirò poi fuori dalla ritenutezza che si addice alle teste coronate, egli ai tanti enimmi offerti ai suoi contemporanei, ne aggiunse uno nuovo, il più grande. Professò francamente la dottrina degli esseri privilegiati che, elevati di molto sopra le regole comuni della legge morale, s'innalzano come fari nella notte dei tempi e col sigillo del proprio genio marcano un'epoca nuova. Ognuno lesse tra le righe che lo stesso imperatore derivava il diritto della propria missione dalla discendenza degli antenati più illustri, che a un uomo sia dato scegliere a modello: da Cesare, Carlo Magno, Napoleone. Noi riudimmo stupefatti dalla bocca dell'imperatore tutte le vecchie e sdrucite frasi reboanti del bonapartismo, quante era lecito perdonarne, in altri tempi, a un pretendente: l'Europa spergiura ha crocifisso, empia ed accecata, il suo Messia, ma l'opera del salvatore, l'impero, è risorto! E coteste parole di ambigua esaltazione sonavano nella prefazione di un'infelice opera storica, la cui incontestabile debolezza minacciava quasi di travolgere la fama letteraria, molto procacciata, dell'autore. Erano scritte per esaltare un sistema politico, che certamente risponde ad alcune nobili e a molte pericolose inclinazioni dei francesi, ma che deve tuttora provare la sua vitalità e resistenza.

Avrebbe fatto meraviglia, se un tal peana di vittoria prima della vittoria non avesse trovato un'eco di odio nel dileggio dei milioni e milioni di umili trattati con sprezzo. Quando l'imperatore stesso colloca il proprio trono accanto al sole e la turba venale dei servi celebra l'apoteosi del cesare, allora (tale è l'andazzo del mondo) non può mancare un Seneca, che con spirito mordente canta l'incucurbitatio di Claudio. Come è naturale, i motteggi più acuti erano quelli dei partiti estremi, che non perdonavano all'imperatore le sue virtù. Più di tutti i radicali, che odiavano lo statista il quale aveva smascherato la menzogna della repubblica sola salvatrice, e aveva dimostrato a tutto il mondo lo spirito liberticida del suffragio universale. Né meno astiosi erano gli antichi amici dell'imperatore, quelli in bruna cocolla. Era ben passato il bel tempo, quando il campo ultramontano solennizzava il redentore della società e teneva il maresciallo di Saint-Arnaud come l'uomo di Dio. Da quando l'imperatore si era rivoltato così grossolanamente al santo Padre e all'Austria tre volte santa, scaturivano dalle pie labbra le maledizioni contro il macellaio del due dicembre, e la Storia di Giulio Cesare era dipinta come una scuola del tradimento. Anche i collezionisti di allusioni avevano buon gioco. Gli uni trovavano in Achille Fould il Cornelio Balbo del nuovo Cesare, gli altri nel duca di Morny l'Agrippa del moderno Augusto; e l'imperatore poteva appena lagnarsi, se non sempre i paralleli cadevano a suo favore. L'accorto artista aveva aperto forse impensatamente le porte del suo tempio magico: si capisce, che al vivo lume del giorno parecchie cortine, parecchi pezzi decorativi mostravano il marcio e lo spacco, laddove invece, allo splendore ben distribuito delle lampade, tutto pareva magnificenza. Per colmo di disgrazia, l'opera storica dell'imperatore era venuta fuori in un momento, in cui in Germania si lavorava a spargere nelle strade il puro oro dell'indignazione morale. Notoriamente il libro sovrabbonda di osservazioni in parte di dubbia verità, ma generalmente di antichità indubbia. A queste si appiglia l'ardore dello spirito partigiano, che si batte il petto villoso domandando solennemente: come mai l'uomo del colpo di stato può affermare, che il sangue versato costituisce una barriera tra i figli di una stessa patria? Ma tutto ciò sarebbe assai edificante, se non fosse così ridicolo. L'uomo che parla tanto untuosamente della maledizione gettata dal sangue cittadino e della febbre denigratrice propria dei partiti vittoriosi, sa anche e confessa, che il costruttore deve costruire col materiale che gli viene alle mani. Un uomo di stato, che è anche un autore, non si vince così facilmente coi raffacci a buon mercato d'ipocrisia e d'inconseguenza.