Il nuovo sovrano indubitabilmente era molto superiore al suo entourage. Tanto che fin dal principio a un giudizio imparziale non poté sfuggire, che egli non si proponeva né di calcare le orme sanguigne dello zio, né di disfarsi nella nullità del cavaliere di ventura coronato dalla vittoria. All'opposto, per la prima volta nella nuova Francia iniziò egli un regime, che dagli esordi aveva a misurarsi con l'opposizione della capitale: tuttora sotto lo stato di assedio un terzo degli elettori parigini pronunziarono il loro no avverso il nuovo ordinamento. In tale rischio, il presidente non poteva sdegnare nessun'arme che gli venisse a mano. Si servì della sciabola, e, alla maniera dello zio, parlò all'esercito come alla parte scelta della nazione. Si servì del confessionale, e incorò gli ultramontani alle più arrischiate speranze. Si servì della dedizione degli spiriti, e la burocrazia, ligia in ogni tempo, fece presto a ricorrere a tutti gl'intrighi della vecchia polizia imperiale. La rabbia del tacimento, la fureur de silence, dominò in Francia, mentre la stampa presidenziale annunziava con giubilo: noi abbiamo un padrone! L'introduzione del nuovo statuto dichiarò, che il capo supremo dello stato era personalmente responsabile. L'articolo fu assai motteggiato; eppure conteneva una delle poche verità sperdute fra le tante bugie accumulate in cotesta costituzione. L'enorme responsabilità, che pesava sul nuovo sovrano, sarebbe stata comportabile solamente nel caso, che egli fosse riuscito a sanare il proprio governo dalla macchia dell'origine e a dare sviluppo a quelle idee di progresso, che indubbiamente sono involte nella sostanza proteiforme del bonapartismo.
Fu ristabilita la calma, non già la pace degli spiriti. Già fin da prima del colpo di stato una circolare segreta del radicale «Comitato di opposizione» aveva dichiarato, che da ora in poi era impossibile ogni perdono in riguardo delle classi abbienti. Adesso, per giunta, alle vecchie contese che scindevano il paese ne era sopraggiunta una nuova, e talmente soverchievole, che al paragone tutte le altre scissure sparivano: la Francia si ruppe un'altra volta, come dopo i cento giorni, in due nazioni: i vincitori e i vinti del 2 dicembre. E cotesto contrasto durò fino alla caduta del terzo Napoleone. Il secondo impero ha apportato parecchi successi cospicui alla potenza e al benessere del paese, ma per lo spazio di venti anni non gli venne mai fatto di persuadere la nazione al tranquillo e incondizionato riconoscimento del novello regime.
PARTE QUINTA
IL SECONDO IMPERO
Il Secondo Impero. [Scritto in Heidelberg nel 1871.]
I.
L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare, corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la potenzialità morale della nazione.
Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna. E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi, nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del paese confinante.
Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher: «no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.
La malagevolezza maggiore per venire a un sicuro giudizio politico è determinata dai fondamenti sociali del nuovo stato francese. In ogni tempo l'egoismo di casta è stato la disposizione congenita di tutte le classi dominanti; e allora appare odiosissimo agli occhi della posterità, quando si manifesta ingenuo e inconscio ai dominanti che hanno cambiato natura. Ognuno oggigiorno sente emanare dagli scritti dell'antichità la superbia intellettuale di quelle dense aristocrazie, che guardavano sugli schiavi e i banausi come sul vuoto aere. Pochi o nessuno di noi sospettiamo, quanto noi stessi siamo compenetrati da sentimenti e pregiudizi affini. Il ceto medio, che al presente determina in Germania l'opinione pubblica, riconosce nell'illimitata concorrenza la sostanza della libertà sociale, e nella più ampia discussione il primo inevitabile presupposto della libertà politica: esso tra lotte indimenticabili si spupillò dalle fedi dommatiche. Dobbiamo a un tale spirito l'emancipazione dei contadini; a quello dobbiamo, se i nostri ceti colti sono i più liberali e i più giusti di tutte le classi governanti della storia. Tuttavia un severo esame ci dice, che anche noi, mentre lavoriamo per questo puro ideale politico, parliamo poi soltanto come gente scatenata. Un superbo gentiluomo del secolo decimottavo più facilmente avrebbe potuto intendere le idee della crescente borghesia, che non noi iniziarci nel globo intellettuale del quarto stato.