È evidente che il capo di uno stato siffatto dovesse essere e rimanere responsabile. Quando Laboulaye e gli altri dottrinari dell'empire libéral partivano in lizza contro cotesta situazione di fatto in nome dei noti principii costituzionali, che regno e responsabilità, insiememente concepiti, fanno contraddizione, e che lo stabilimento dell'impero ereditario esclude per sé stesso la responsabilità del capo dello stato, ebbene, essi davano nel vuoto. Le teorie giuridiche della monarchia parlamentare non comportano adattabilità a una tirannide democratica. La fondazione dell'impero era solo un cambiamento di nome, che non mutava nulla di sostanziale alla vera natura della carica presidenziale. La trasmissibilità di cotesta corona rimase sempre come niente altro che un assegnamento incerto sul futuro, laddove, invece, la responsabilità dell'imperatore era un principio, la cui immutabile permanenza era ognora affermata dai dignitari dell'impero Rouher e Troplong, e il cui adempimento pratico veniva reso possibile dalla stessa costituzione. Bastava che l'imperatore si credesse sicuro del favore delle moltitudini, ed egli, secondo l'articolo 5, aveva facoltà di appellarsi al popolo sovrano: che era un'arme violenta del dispotismo, la quale, usata al momento opportuno e conformemente alla morale napoleonica, era al caso di accrescere sempre che volesse la soverchianza della corona, e in effetto escludeva ogni speranza di un onesto regime parlamentare.
Per contro, posto che le moltitudini venissero nell'idea, che l'eletto non rappresentava più i loro interessi, il proemio della costituzione indicava la via per richiamare l'imperatore alla responsabilità. Dichiarare irresponsabile un capo dello stato francese, ivi è detto, «ciò significa mentire al sentimento pubblico; ciò significa ammettere una finzione, che per tre volte è andata dispersa nel turbine delle rivoluzioni». Più chiaro di così non si può dire, che l'imperatore portava e voleva portare la sua corona col pericolo permanente di essere cacciato da una quarta rivoluzione. Con ciò, dunque, nella superba Francia si era giunti a questo, che la legge fondamentale di una nazione civile con ingenuità cinica confessava: il nostro regime è un gioco va-banque, ogni sicurezza del diritto pubblico è una lustra, ogni costituzione nient'altro che un espediente! La corona napoleonica non godeva la sicurezza della monarchia ereditaria, e appunto perciò era provvista di una pienezza di potenza, che un monarca legittimo non ha mai raggiunta: «essendo il capo dello stato responsabile», dice quel proemio, «la sua attività deve essere libera e senza impacci».
Non vi è alcun dubbio, che il nuovo bonapartismo nutriva, come il primo impero, il disegno di fare da terreno neutrale, su cui venissero a ritrovarsi insieme gli avanzi dei vecchi partiti. Esso non si diede briga del passato dei suoi cooperatori, e prese ai suoi servigi quanti riconobbero il nuovo ordine. Permise, dopo alquanti anni di compressione, il ritorno degli avversari esiliati che si obbligavano all'ubbidienza, e non si discostò mai dal proposito di collocare la grandezza della patria al disopra dei partiti. Chi non ricorda lo scritto pateticamente generoso dell'imperatore, che ordinava il rilascio del pericoloso cospiratore Barbès, perché questi aveva espresso il suo entusiasmo patriottico per la guerra di Crimea? Similmente l'impero non volle favorire un ceto solo; seppe contentare l'ambizione e la foga industriale della borghesia e, nello stesso tempo, ripristinare la nobiltà: un eccellente mezzo per vincolare alla corona migliaia di famiglie sia mercé la comune ambizione, sia mercé il timore di una soppressione di titoli nobiliari male acquistati; ma anche una prova, che s'intendeva di riguardare le inclinazioni e i pregiudizi delle classi più alte. Appunto: l'eletto del popolo si applicò un pezzo al disegno di aggiungere all'antica una nuova nobiltà napoleonica. Nei brindisi e nei proclami il signor di Persigny esaltava come merito peculiare del nuovo sistema «l'eminente idea sociale», per cui, avendo ogni governo precedente rappresentata soltanto una delle tre classi della società, l'impero invece le rappresentava medesimamente tutte. Tale vanteria conteneva qualche apparenza di verità. Il quarto stato dominava interamente sulla vita pubblica, non più però a forza di turbolenze e barricate, come nei primi tempi della repubblica: specialmente nelle condizioni ordinarie non era affatto in grado d'impadronirsi immediatamente del potere, come avevano potuto farlo un tempo la nobiltà e la borghesia; e sotto il secondo impero aveva apparentemente, come gli altri tre stati, solo l'incombenza di ubbidire e lavorare.
Ciò non ostante, il quarto stato costituiva in Francia la classe politica, ed era di continuo glorificato dalla burocrazia con panegirici adulatorii. «Dio ha primieramente rivelato il Salvatore a questa che è la classe più numerosa e più interessante della società», affermavano le circolari dei prefetti; e prima delle elezioni del 1857 il ministro Billault dichiarò ufficialmente: «i contadini e gli operai hanno creato l'impero, quelle moltitudini di uomini operosi, che formano l'ampia base del suffragio universale». Perciò il signor di Morny esortò gli elettori a mandare nei corpi legislativi, in luogo dei così detti uomini politici, commercianti presi dalla cerchia della propria professione; e il signor Granier secondo Cassagnac asserì anche più rudemente: «la classe agricola, nocciolo della nazione, domanda già: perché l'imperatore non governa solo?». Lo stesso Napoleone III designò continuamente il suo sistema come il gouvernement du grand nombre; e quando in una massima sovente ripetuta dichiarava che il suo governo riposava «sul popolo, fonte di ogni potere dello stato, sull'esercito, fonte di ogni forza, sulla religione, fonte di ogni giustizia», in sostanza con questa tricotomia egli esprimeva semplicemente l'unico concetto, che cotesto regime del quarto stato poggiava essenzialmente su quelle forze, le quali determinano la condotta del popolo. Donde appare del tutto rispondente la società stranamente mista della corte napoleonica, innocente assembramento di preti cortigiani, di demagoghi cortigiani, di soldati cortigiani. Consideriamo l'origine del sistema e la sua esistenza durata per lunghi anni, trascorsa impareggiabilmente più pacifica del governo senza posa osteggiato dei Borboni e degli Orléans, e distrutta in fine non da altro che dalle armi straniere, e non potremo disconoscere, che cotesta forma di stato si era sviluppata necessariamente dalle condizioni sociali del paese. La moltitudine arrivata al dominio, sensibile alle idee semplici e generali dell'eguaglianza e dell'autorità statale unica e onnipotente, inclina sempre all'eguale soggezione di tutti a un tiranno nazionale. Anche nelle condizioni incomparabilmente più sane dell'America del Nord, al tempo di Jackson e di Abramo Lincoln, quella tentazione passò rasente al popolo sovrano. Inoltre in Francia la moltitudine, non abituata a governarsi da sé, possiede, secondo che confessa il socialista Duveyrier, «in supremo grado il sentimento della gerarchia»; e sotto il fanatismo dell'eguaglianza ha così completamente smarrita l'intelligenza della libertà, che mille e mille in perfetta buona fede consentono in quella vanteria del bonapartismo ripetuta fino alla nausea: «il terzo Napoleone è il vero fondatore della libertà, giacché dal tempo del secondo impero più non esistono iloti politici».
Il suffragio universale vigeva non più, come sotto il primo Napoleone, ridotto dalle liste elettorali, ma completo e in regolare attività. L'esigenza, manifestata un tempo dal parlamento del lavoro al palazzo del Lussemburgo, che da ora in avanti la superiorità della cultura dovesse tanto poco costituire un diritto quanto la superiorità della forza muscolare, aveva ottenuto completa effettuazione. Il suffragio universale formava la base del nuovo diritto pubblico ed entrava in vigore in ogni elezione, in ogni cambiamento dei principii fondamentali della costituzione: gettò in breve tempo radici tanto salde, che nessun partito ha più pensato seriamente di levarlo. Nelle elezioni del 1863 parteciparono il 73,9 per cento, nei plebisciti che fondarono la costituzione e l'impero dal 75 all'84 per cento della popolazione adulta maschile. Abili strumenti del governo, come Thuillier, cavarono da tali dati la conclusione: «l'impero è la più grande e più felice democrazia, che il mondo ha mai vista coronata dalla gloria e dalla libertà»; ma lo storico, invece, per l'appunto in cotesta enorme partecipazione del popolo discerne la prova dello sconfinato potere del dispotismo democratico.
Nei tempi di transizione dal medio evo all'età moderna la storia della maggior parte degli stati ha visto «re della povera gente» i quali, sorretti dalle moltitudini, fiaccarono l'oltracotanza dei piccoli signori. Il dispotismo neofrancese era di un'altra specie. Questo aveva trovato il diritto pubblico già formato da un pezzo, e si sentì chiamato a spianare con gli accorgimenti positivi di un'autorità statale onnipotente l'enorme contesa d'interessi della moderna economia democratica. Si propose, come dice Napoleone III, di «appagare l'attività di questa società anelante, irrequieta, esigente, che attende tutto dal governo»: il sistema, in altre parole, era un socialismo monarchico. Una volta Sainte-Beuve in senato compendiò molto giustamente il cómpito del socialisme autoritaire, di cui noi abbiamo già rintracciato i primi vestigi nei primi scritti di Luigi Bonaparte: «esso vuol prendere la parte buona delle idee socialistiche, per strapparla alla rivoluzione, e inserirla nell'ordine regolare della società». Non già semplicemente l'indifferenza alle questioni costituzionali propria di tutti i socialisti, bensì la coscienza dell'affinità elettiva condusse nel campo di Bonaparte molti, come i Bixio, i Chevalier, i Duveyrier, che un tempo stavano accosto accosto alle scuole dei socialisti. Anche quei socialisti che per anni dominarono il mondo borsistico del bonapartismo, i due Pereire e i loro compagni, non avevano minimamente abiurato la loro fede.
Ogni regime dispotico è affetto da un tratto mistico: il misticismo del secondo impero si manifestò nella devozione religiosa con cui era celebrata la maestà della volontà popolare, la sagra dell'homme-peuple. Non occorre dire che cotesta sagra era immediatamente caduca, non appena la volontà popolare cangiasse. Certo, il bonapartismo non nutriva pregiudizi, né pretendeva, come anni prima i Borboni, di cancellare il passato, ma si sentiva legato di solidarietà con tutti i governi precedenti: celebrava le idee dell'89 come il principio fondamentale, la fiamma vitale della sua costituzione, e professava con labbro eloquente gl'ideali di libertà, anche se poi col fatto la sopprimeva. L'imperatore asserì: «fedele alla mia origine, io non considero le prerogative della corona come un pegno sacro e intangibile, né come un'eredità dei miei padri, che io deva anzi tutto trasmettere intatto a mio figlio». Ma se il bonapartismo non soffriva di fisime legittimiste, pativa però del morbo ereditario della tirannide, dell'odio a ogni salda limitazione legale del potere dello stato.
L'imperatore poteva garantire concessioni al liberalismo, ma l'eletto del popolo non poteva mai riconoscere una sincera reciprocità di diritti e di doveri fra sé e il corpo legislativo, non mai una vera costituzione. Certamente non era dato introdurre una legge se non mercé l'accordo dell'imperatore, del senato e del corpo legislativo; nondimeno soltanto l'imperatore emanava i decreti necessari all'esecuzione, sebbene la savia disposizione del primo Napoleone, che trasmetteva al senato la regolazione dei casi non previsti dalla costituzione, fosse passata anche al secondo impero. Ma siccome fuori dell'imperatore non esisteva alcun potere che fosse in grado di sistemare coteste difficili idee di diritto pubblico, seguiva in fatto, che tutti i grandi atti legislativi dell'impero emanavano soltanto dall'imperatore. Un decreto imperiale ordinò la successione al trono; un decreto fondò nel 1858 il Consiglio intimo, che era un collegio di personaggi fidati al quale l'imperatore esponeva a consultazione tutto ciò che aggradiva, e che in uno col Consiglio di stato incaricato di tutti i disegni di legge doveva secondo la costituzione formare «la ruota più importante della nostra nuova organizzazione». Un decreto imperiale concesse al corpo legislativo il diritto di mozione, un altro decreto gli ritolse cotesto diritto e gli accordò in risarcimento il diritto d'interpellare il governo. L'imperatore aveva facoltà di decretare sempre che volesse lo stato d'assedio ed era solo tenuto a ottenere suppletivamente la sanzione del senato. In breve, il formidabile dettame napoleonico le pouvoir reprend ses droits poteva entrare in vigore ogni momento: da un istante all'altro tutte le classi dei cittadini dello stato potevano, come nel 1858, esser poste fuori della legge da una legge di sicurezza.
La mano di ferro in guanti bianchi, cotesto rimedio gradito agli assolutisti pei nostri tempi malati, era col fatto divenuta il retaggio della nuova Francia. Solamente cinque capisaldi della costituzione non potevano abolirsi senza il consenso del popolo sovrano: la responsabilità del capo dello stato, la dipendenza dei ministri dal solo imperatore, il consiglio di stato consultivo, il corpo legislativo deliberante le leggi e il senato come pouvoir ponderateur. In altre parole, la limitazione del potere imperiale, il passaggio al sistema parlamentare era impossibile senza la sanzione della nazione: per contro l'imperatore era libero senz'altro di ampliare la propria potestà, eccetto questo, che non gli era lecito di abolire il corpo legislativo. Nello stesso modo come un tempo il primo Napoleone aveva detto: «il disegno costituzionale di Sieyès abbraccia solamente l'ombra; ma noi abbisogniamo della sostanza, ed io ho collocato cotesta sostanza nel governo», così anche al secondo bonapartismo era dato di vantarsi, che il potere esecutivo formava l'unica forza viva del suo diritto pubblico. È certo, però, che la costituzione del 1852 non ha condotto, come quella consolare, a un accrescimento sempre più soverchiante del dispotismo. L'imperatore ha spesso riconosciuto il bisogno di condizioni di maggiore libertà. Secondo l'assicurazione del duca di Morny, egli nel 1861 lamentava nel Consiglio privato la mancanza di pubblicità e di sindacato come il cancro del sistema; e nel febbraio del 1866 dichiarò al senato: «il mio governo non è stazionario, ma progredisce e vuole progredire». Nel 1865 fece esporre al pubblico i provvedimenti più importanti del suo governo nella compilazione la Politique impériale, con la ferma fiducia, che il giudizio pubblico non avrebbe disconosciuto le benemerenze del regime. Se non che la prima condizione della libertà politica, la sicurezza del diritto comune, la quale importa più delle singole concessioni al liberalismo, era onninamente impossibile nella Francia imperiale.
Il secondo impero si serbò fino alla caduta come un dominio dispotico, e Napoleone III svelò nelle note parole del suo discorso del trono del 14 febbraio 1853 l'estrema ragione di cotesta situazione illegale: «la libertà non ha mai aiutato a fondare un edifizio politico duraturo, ma lo corona quando il tempo lo ha consolidato». Si motteggi pure la piatta balorda concezione dell'essenza della libertà, che si smaschera in questa mezza verità schiettamente napoleonica; ma la famigerata teoria del coronamento dell'edifizio non è del tutto assurda. Non si può rifiutare l'esempio, mille volte addotto dai bonapartisti, dello stato inglese. Anche l'Inghilterra cominciò a godere pienamente la libertà parlamentare, quando i pretendenti Stuardi più non erano pericolosi, e la casa di Hannover era minacciata seriamente solo in alcune parti separate del regno. In Francia, invece, i tre quarti delle energie popolari rimasero sistematicamente materia greggia pel governo dello stato, giacché tre partiti combatterono continuamente il quarto che era al potere. Giorno per giorno toccava al governo, come del resto a tutti i predecessori dal 1815, di lottare per la propria esistenza; e di cotesta sua posizione aveva coscienza viva, né credeva punto a un subitaneo adempimento della solenne profezia del discorso della corona: «le passioni inimiche, unico ostacolo all'espansione delle vostre libertà, andranno sommerse nell'immensità del suffragio universale». Di gran lunga più chiaramente era espressa la verace opinione dell'imperatore in quel luogo della Vie de César: «i partiti politici non disarmano mai, nemmeno davanti alla gloria nazionale». Perciò l'impero finì sempre col ripiombare da capo nelle pavide dottrine della tirannide: se il paese rispondeva nelle elezioni secondo gl'intendimenti del governo, la nazione era contenta e non abbisognava di riforme; se le elezioni riuscivano a favore dell'opposizione, i vecchi partiti erano tuttora vivi, e ogni concessione portava pericolo. Per sua propria confessione, il governo paventava più malanni da un abuso della libertà che da un abuso del potere, e non si faceva carpire mai un diritto definitivo.