Il risveglio graduale della vita scientifica incontrò, per giunta, un nemico formidabile nel partito ultramontano. Napoleone III seguiva la teoria della solidarietà degl'interessi conservatori, onde vedeva nella Chiesa un puntello della tirannide e l'unica potenza ideale che potesse preservare le moltitudini ignoranti dalla turpezza della bramosia materialistica. «Il mio governo», disse nel settembre del 1852, alla posa della prima pietra della cattedrale di Marsiglia, «il mio governo, lo dichiaro con orgoglio, è forse il solo, che abbia favorito la religione per sé stessa; giacché l'ha sostenuta non già quale strumento politico, non già per piacere a un partito, bensì soltanto per convinzione». Il giorno di Capodanno dopo il colpo di stato fu cantato solennemente il Tedeum in ringraziamento della salvezza della società, il Pantheon fu restituito al culto di Santa Genoveffa, e accordata su semplice ordine governativo la formazione di nuovi ordini femminili. Nei primi anni dell'impero fu stretta anche più salda la lega tra il dispotismo temporale e lo spirituale. Il clero rendeva ossequio «all'inviato del Signore, all'eletto della sua Grazia, allo strumento del divino Consiglio» in discorsi adulatorii, rugiadosi di servilità, come appena sotto il primo imperatore. L'affinità elettiva tra la Chiesa militante e il gloriosissimo esercito, questi due grandi corpi animati dallo spirito dell'ordine e dell'ubbidienza, fu il tema preferito della ossequente predicazione dal pergamo. Tutto lo sdegno dell'uomo e del cristiano per una tale profanazione delle cose più sacre fu espresso in una bella lettera, che in quel torno di tempo Tocqueville diresse a uno di quei vescovi ligi. Quando principiarono le complicazioni orientali, e i popi fanatici infiammavano i russi ortodossi alla guerra contro la Mezzaluna, i preti francesi celebrarono la lotta della Chiesa cattolica contro gli scismatici moscoviti, e un reggimento di corazzieri sfilò per Lione e salì al santuario montano di Notre Dame de Fourvières per portare nella guerra santa la benedizione della Chiesa.
Anche la disposizione delle classi abbienti, come il favore del governo, offrì il terreno propizio alla potenza della Chiesa. L'indifferenza religiosa dei francesi fece il dominio degli ultramontani. Quella serietà della coscienza protestante, che conquista e rivive le verità della fede con gravi prove e con tragedie dell'anima, trovò ben di rado dimora in cotesta educazione mondana. Pei più la religione valeva soltanto come un fattore nel calcolo politico, e un cambiamento di religione per ragion di coscienza era riguardato come una pazzia. La nobiltà incredula dei Borboni era stata ricondotta unicamente dalle esperienze politiche della Rivoluzione nel seno della Chiesa unica beatificatrice. La borghesia dalle angosce dei giorni di febbraio e dal furibondo odio antireligioso dei radicali attinse la persuasione politica, che la Chiesa fosse indispensabile alla pace sociale. Singole anime più profonde poterono realmente restituirsi in quei giorni di turbine alla fede antica; ma la gran maggioranza dei borghesi colti entro la cerchia fidata non faceva mistero, che si rispettasse la Chiesa per le mogli e i figli, e principalmente per le moltitudini e per la pace sociale. Mentre la stampa liberale parlava sprezzantemente del papato, come di una potenza finita, l'uomo medio liberale, per desiderio della moglie guidata dal confessore, mandava alle scuole clericali i figliuoli, che crescendo avrebbero percorso la stessa parabola del padre. In una parola, motteggiavano e si sobbarcavano, né più né meno come gl'italiani del Rinascimento. Si può seguire a passo a passo cotesto persistente abbassamento del coraggio morale: al tempo della rivoluzione di luglio tutto quanto il liberalismo unanime chiedeva il ripristinamento della libertà del divorzio; poi lo zelo si moderò, e oggi di tale questione si parla appena. In una società appoggiata sulle moltitudini ciecamente credenti, una tale religiosità venuta fuori dalla paura economica e dall'ignavia del pensiero deve infallibilmente fare il gioco del partito, che cerca la sostanza della Chiesa nel suo dominio.
Abbiamo visto sopra, che la legge ultramontana del 1850 sull'istruzione fu un parto degli spericoloni volteriani in bella lega coi clericali: da allora la potenza della Chiesa seguitò a crescere irresistibilmente. Il numero degli ecclesiastici secolari, che sotto la Restaurazione e il regno di luglio non procedeva di pari passo col lento accrescersi della popolazione, salì in 14 anni, dal 1847 al 1861, da 37.000 a 44.000, e la dotazione pagata loro dallo stato da 36 a 45 milioni, senza includervi altri 2 milioni per fabbriche religiose. La ricchezza della manomorta non crebbe meno rapidamente: sorgevano da per tutto nuove chiese, monasteri, scuole ecclesiastiche. La Chiesa era sulla buona strada per riacquistare in pochi decenni tutta la massa dei beni, che un tempo aveva accumulato con l'opera di tanti secoli. Questa potente restaurazione si effettuò in tutti i paesi di lingua francese: già da un pezzo Ginevra, la Roma calvinistica, era una città prevalentemente cattolica, e il Belgio era la terra celebrata della preteria. Però lo stato dominante della gerarchia ristabilita era tenuto dal monacato: lo spirito della nuova Roma era custodito nel modo più fedele nel chiuso dei chiostri. Sotto l'impero rimisero salde radici innumerevoli ordini antichi e novelli, e non soltanto i valenti e dotti padri dell'Oratorio, ma anche altri di dubbio valore morale. Lo stato andò loro incontro premurosamente, e solo di rado ricadde nelle vecchie abitudini della diffidenza burocratica, come, per esempio, nel 1867, quando soppresse il Consiglio generale delle Conferenze di San Vincenzo di Paola. Lo stesso duca di Persigny notò con sorpresa, come la Curia romana desse la preferenza agli ordini regolari e perfino nelle encicliche li preponesse ai secolari; e Lacordaire gli assicurò di essersi fatto monaco, per godere di maggior libertà e influenza che da semplice prete.
Dallo stesso spirito procedeva il rinnovellato zelo pel servizio delle immagini e delle reliquie, per tutti i dommi e le cerimonie che più aspramente contrastavano col protestantismo. Il culto di Maria nella Francia imperiale fu curato con una sentimentalità lattimosa, che sovente suscitò un vero e coraggioso disdegno tra gli ultramontani tedeschi. Tutta la valle del Rodano, antica patria benedetta del clero francese, è ora consacrata alla Madonna. La serie è aperta da Notre Dame de Fourvières sopra Lione e chiusa da Notre Dame de la Garde sul porto di Marsiglia: quasi in ogni città del Rodano, a Vienne, Avignone, Viviers si eleva sulla cima che domina la valle una grandiosa statua di Maria; e furono tutte innalzate sotto il secondo impero. Anche più orgogliosa giganteggia la Madonna colossale, sull'erto dirupo a piombo sulla vallata di Le Puy. Una sola volta mi sono abbattuto in una somigliante ostentazione del cattolicismo in terra tedesca: sulle rocce rosse della Mosella, dirimpetto al santo Treveri. Il potere assoluto del papato parve siffattamente assicurato nella Chiesa moderna e l'accentramento condotto con tale acume, che nelle prossime generazioni una scissura della Chiesa offriva qualche probabilità di riuscita tutt'al più nel caso di un conclave molto contrastato. Il clero ubbidisce ai vescovi incondizionatamente, come i soldati agli ufficiali: parole testuali, con cui il cardinale Bonnechose ritrasse in senato lo spirito mutato della religione dell'amore. La sostanza romana trionfava dovunque, anche negli accidenti formalistici: il Breviarium Romanum, le pianete romane soppiantavano gli antichi usi delle chiese locali. Con la bolla Ineffabilis Deus il papa creò di arbitrio il nuovo domma dell'Immacolata Concezione, e questo tratto di autorità, inaudito nella più antica storia della Chiesa, fu accolto dal mondo cattolico senza notevole opposizione, e con gioia dalla maggioranza del clero francese. L'inalienabilità dello Stato della Chiesa fu con santo zelo difeso come un domma da tutti i pulpiti: perfino il volteriano Thiers dichiarò idea fondamentale del cattolicismo la sovranità temporale del papa in Roma. Le idee gallicane del sistema episcopale incontrarono difensori coraggiosi soltanto in pochi fogli, laddove gli ultramontani possedevano un giornale quasi in tutte le maggiori città di provincia. L'ambiziosa crudezza degli scritti di Veuillot non sarebbe stata possibile nemmeno sotto la Restaurazione. Les Études réligieuses, organo dei gesuiti francesi, rappresentavano in verità un indirizzo più blando che non la Civiltà cattolica o le voci di Santa Maria di Laach; ma come mai avrebbero potuto combattere durevolmente il domma dell'infallibilità papale? Quando alla fine si radunò il concilio e quel domma sacrilego fu effettivamente annunziato, la gran maggioranza dei prelati francesi stette col papa infallibile.
Lo zelo ultramontano si mostrò tanto più esoso, quanto più vivamente si sentiva, che la nuova potenza della Chiesa non era menomamente fondata su un ringagliardimento della fede. Donde l'affannamento a rapire alle biblioteche le opere di Voltaire e di Rousseau, donde il pauroso effetto di quel libro di Renan, che con tutte le sue deficienze scientifiche pure era sorto da uno spirito profondamente religioso. Nel senato del primo impero sederono Laplace e Volney, Cabanis, Tracy e Sieyès: nel nuovo senato il solo Sainte-Beuve osò difendere il diritto della libera indagine. Con quale furore i Maupas, i Canrobert, i Ségur si gettarono sul difensore di Renan, e con quale ingenuità il conte Chapuis-Montlaville confessò le ragioni mondane di questo zelo di fede: «qui non è permesso di difendere questi uomini, che alzano il tizzone contro la società!». È difficile stabilire in che misura il dirizzone ultramontano penetrasse nel basso clero. Ma nell'episcopato dominava assoluto lo spirito dei Dupanloup e dei Bonnechose; e questo bastava. Infatti, una volta che i 18 arcivescovi e i 67 vescovi nominavano i parroci e li trasferivano a loro piacimento nell'interno delle diocesi, si comprende, che non poteva certo manifestarsi apertamente lo spirito nazionale che avvelenava la fede a molti curati. Inoltre, le pretensioni del nuovo papato trovavano potenti appoggi alla corte. Una volta, parlando della moglie, l'imperatore disse al cardinale Bonnechose: «è il fortunato privilegio della donna, questo, di tenersi estranea alla ragion di stato e ai freddi calcoli della politica, e di abbandonarsi esclusivamente alle magnanime ispirazioni del cuore». Col fatto, dalla sua Eugenia avrebbe dovuto apprendere, che quelle magnanime ispirazioni del cuore muliebre possono intrudersi anche nei freddi calcoli della politica. Tendenze spagnole, altezzose e imperiose, idee, che da Caterina dei Medici in poi non si erano potute più sostenere sul trono francese, dominavano l'entourage dell'imperatrice; e un'amicizia da sorelle collegava le Tuileries a quella grettissima tra le corti, che circondava la regina Isabella e la monaca Patrocinio.
Il fiuto fino del partito spagnuolo subodorò, che il carattere della moderna cultura popolare è determinato in sostanza dalle scuole superiori. I licei imperiali non erano tenuti pericolosi, fintanto che la Chiesa se ne divideva con lo stato la soprintendenza, e fintanto che lo stesso spirito di uniformità pretesco-militare vi dominava così allegramente, che alla medesima ora i medesimi problemi erano proposti a Perpignano e a Lilla. Più scabrosa era l'istruzione elementare obbligatoria, propugnata dall'infaticabile ministro Duruy. Godendo nuovamente la Chiesa dei suoi antichi beni, non avrebbe trovato nulla a ridire, se lo stato anche per l'avvenire avesse speso 450 milioni per l'esercito e da 23 a 29 per l'istruzione. Del resto, anche la scuola obbligatoria era comportabile, una volta che il parroco invigilava accuratamente sulla scuola popolare. Ma la cultura accademica fuori affatto delle mani della Chiesa ha effetti semplicemente rovinosi. Non basta, che accanto a ogni facoltà teologica dello stato sia un seminario ecclesiastico; giacché i nemici nati della fede miracolosa, gli storici e i naturalisti, esercitano senza disturbo alcuno nelle altre facoltà la loro opera di perturbazione. L'assegnazione delle cattedre per concorso aggrava certamente il male dell'assunzione degli eretici dichiarati; talché con un nuovo sbalzo della scienza mondana incombe il malaugurato pericolo, che le conferenze della Sorbona abbiano un successo clamoroso ed impressionante come ai tempi di Cousin e di Guizot, e i magnifici codici della biblioteca imperiale siano esplorati non più quasi soltanto da dotti forestieri, ma anche dai francesi. Onde, a un ordine di Roma, sorse di botto da ogni parte del campo clericale la richiesta che anche l'istruzione superiore fosse sottoposta alla Chiesa: in fondo, si accarezzava la speranza di una così detta libera università cattolica, come quella di Lovanio. Se non che, questo stato burocratico e accentrato non si trovava, come la provincia neutrale del Belgio, in grado di sopportare la lotta incessante di due partiti egualmente forti sui principii della vita sociale: la sua scienza mondana non è e non può essere realmente libera, fintanto che dura l'accentramento burocratico. Una università cattolica a Tolosa non incontrerebbe quindi nessuna controforza viva; e i sogni dei clericali allora potrebbero tradursi in realtà di vita, quando lo stato e la Chiesa si sottoponessero alla cultura. Qualora la Chiesa fosse vissuta modestamente nella missione della cura delle anime, avrebbe potuto, in questa età del culto di Mammona e del godimento sensuale, diventare una sorgente di salvezza per migliaia di anime oppresse; ed in effetto, in molti dipartimenti abbandonati essa si serbava tuttora l'unica custode dell'idealismo, possedeva tuttora alcuni eccellenti seminar! ecclesiastici, come, per esempio, la scuola di San Sulpizio, i quali pel loro zelo scientifico e la rigidezza morale sapevano riaffermare la loro antica fama. Ma i loro poteri direttivi sono scaduti nel gesuitismo, ed essi, ad onta di tutta l'ascesi in moda, si sono secolarizzati nel senso peggiore, e combattono a morte ogni libera moralità, ogni idea fondamentale della vita moderna.
Noi non ci annoveriamo tra quei pusillanimi che, spaventati dall'onda che sale delle potenze ultramontane, dubitano dell'avvenire della libera educazione umana. Sappiamo bene, che la Chiesa dell'autorità non sarà abbattuta solamente con le armi dello spirito. Noi perciò non fondiamo troppo solidamente sull'esperienza, che questa Chiesa non ha proprio alcun merito nelle gesta liberatrici della civiltà moderna, principalmente nella emancipazione delle classi umili, e che domina sopra forze spirituali sempre incomparabilmente inferiori a quelle dello stato e della scienza. Ma sta in fatto, che anche la potenza materiale del protestantismo è in condizione pari con la Chiesa romana. Il mondo moderno appartiene alla fede evangelica. Dovunque una spedizione porta l'ascia e la carabina nella foresta vergine, in nove casi su dieci è il protestante quello che dischiude all'incivilimento la selva. E davanti all'avvenire maestoso che si apre in Occidente al protestantismo, si rattarpano, Dio sia lodato! tutti i trionfi europei della vecchia Chiesa.
In Francia stesso la vittoria del partito ispano-romano era ancora tutt'altro che assicurata. Noi annettiamo scarso valore all'incontro che in ampia cerchia ebbero Renan e altri liberi pensatori; giacché siffatte voci di opposizione, che nella buona società francese non mancarono mai, non menano affatto all'affrancamento degli spiriti. Anche il protestantismo sul suolo francese non contrabbilancia punto in modo sufficiente le forze ultramontane. Un protestante può solamente considerare con sincera allegrezza, che questa gloriosa Chiesa di martiri della fede evangelica si è negli ultimi decenni risvegliata a nuova vita. Istituì sotto la compressione stessa della Restaurazione le sue società bibliche, e ha da allora partecipato con vigoroso zelo a tutte le lotte della teologia tedesca: gli sforzi crittocattolici di una ortodossia insulsa, rappresentati con la consueta infallibilità dal vecchio Guizot, incontrarono pochi seguaci. Non era però assicurata la posizione legale delle comunità evangeliche: l'indegno decreto del 25 marzo 1852 sottopose le adunanze alle comminazioni del Code pénal, di modo che il frequentare le chiese da parte delle donne e dei fanciulli dipendeva puramente dall'arbitrio delle autorità. La Chiesa perseverò bravamente, e questa potente vita religiosa evangelica adempì in Alsazia l'ufficio di estrema difesa della lingua e dei costumi tedeschi. Solo che, siccome il protestantismo in Francia era alimentato sostanzialmente dalla fonte tedesca, appunto per questo poteva sempre serbarsi solamente come una manifestazione provinciale, e appunto per questo i protestanti alsaziani, stando al giudizio di un calvinista dichiarato come il generale Ducrot, non erano considerati come veri francesi. La speranza di alcuni rabbini, che riescirà col tempo di évangéliser la France, a ogni uomo posato si rivela un sogno, ed è poi divenuta pienamente caduca da quando l'Alsazia è ritornata alla patria. Ragioni politiche avevano cagionato la reviviscenza del clero ultramontano, e congiunture politiche altresì formarono finora i limiti del suo dominio.
Anche la popolazione credente delle campagne fu trattenuta da ricordi politici dall'assoggettarsi internamente alla Chiesa. Il contadino seguiva il prete, ma non aveva punto dimenticato i mali giorni delle decime ecclesiastiche e dei pesi feudali: per poco che l'ambizione pretesca avesse prevaricato dai confini della prudenza, poteva riavvampare di botto l'antico odio mortale ai preti e ai gentiluomini. Inoltre, la paura dei rossi nemici della fede era presso le classi colte largamente compensata dalla potenza delle tradizioni rivoluzionarie. L'orgoglio patriottico, il sentimento energico dello stato nei francesi pensanti non ha finora comportato mai un assoggettamento dello stato alla Chiesa. La cultura mondana del secolo si aombra davanti a ogni avviamento religioso estremo, come davanti a ogni soluzione recisa dei problemi religiosi. La maggioranza dei francesi non voleva che il papa perdesse il dominio di Roma, ma tanto meno voleva che acquistasse il dominio della Francia.
Qui, in questa mezza disposizione, in questa disposizione incerta della nazione, nella sua inettezza a giudicare le questioni religiose sotto aspetti religiosi, qui è da cercarsi la chiave della tentennante politica ecclesiastica dell'impero. Napoleone III colmò di favore la Chiesa come nessun altro monarca francese, ma dové pure riconoscere presto i pericoli di una rotta, i cui scogli furono fin dal 1852 avvisati da lontano dall'occhio acuto di Cavour. L'imperatore sentì, che al disopra del suo capo cresceva la dominazione ultramontana, e ammonì soventi volte i prelati: che dal tempo di San Luigi lo stato non aveva mai rinunziato al suo diritto di sovranità. Ma alla fine la guerra d'Italia fece manifesto il dissidio tra gl'interessi ultramontani e i nazionali. Si avverò di nuovo l'antica esperienza, che nei guai la Chiesa è più formidabile che mai. I vescovi, con una arditezza che somigliava molto all'aperta ribellione, levarono la voce pel dominio temporale del papa; e ciò, sia al ritorno dei prelati dalla canonizzazione dei martiri giapponesi, che, di nuovo, dopo la convenzione di settembre. Sovvenne loro di bel nuovo, che un napoleonide non sarebbe giammai un figlio fido della Chiesa. La corte da allora titubò indecisa tra le sue tradizioni rivoluzionarie e le nuove tendenze spagnoleggianti, né più né meno come il Pantheon, il quale, restituito al culto divino, pure continuò a portare in fronte l'iscrizione mondana: aux grands hommes la patrie reconnaissante.