IV.

Le lotte parlamentari che ora ardono come le ultime lingue di fuoco di un cratere spento, fanno vivo riscontro, per la loro cruda veemenza accoppiata nello stesso tempo all'impostura impotente, con le languenti contese di parte, che un tempo turbarono la nazione dopo la caduta del dominio del Terrore; salvo che sono anche più imbelli, più indegne, più bugiarde di quelle. Un presidente imperiale, un'assemblea nazionale in preponderanza realista e una costituzione repubblicana nata morta componevano le tre forze motrici dello stato: la Francia, notavano con malizia i democratici sociali, si era ingabbiata nella sua nuova carta come in uno strangolatoio. Se, infatti, il presidente avesse voluto mantenere, anche malgrado dell'assemblea nazionale, il potere monarchico di cui godeva come capo dell'amministrazione, sarebbe stato fermato sulla sua via dal principale ostacolo: la completa mancanza nel parlamento di un partito bonapartista visibile. Cotesta situazione innaturale decise sostanzialmente il corso irresistibile degli eventi; il quale era immutabilmente prefisso, giacché la pacifica classe agricola, che era il sostegno del bonapartismo, non contava nel suo seno rappresentanti politici in parlamento. Per gli altri quattro partiti, legittimisti e orleanisti, repubblicani e socialisti, sorgeva irrefutabile la questione: era lecito disprezzare l'ambizione di quell'uomo, il quale aveva sotto di sé il potere esecutivo, e aveva alle spalle la forza morale di cinque milioni e mezzo di suffragi? E l'assemblea nazionale, che mancava essa stessa di appoggio nel popolo, non era tenuta a cercare un terreno d'intesa con la nuova forza della tirannide popolare? Lo spirito di parte fu più forte di tali considerazioni patriottiche. Si era formato il tacito accordo, come disse Thiers, che nessun partito avrebbe sfruttato la repubblica a suo pro. Il che vuol dire, che ogni partito segretamente sperava di sentir presto battere l'ora del proprio dominio, e che era deciso a non cedere il passo a nessun altro. Tanto meno a quello sciocco di presidente.

Tra tutti gli errori in cui i partiti possono incorrere, il più perdonabile è senza dubbio l'inverso giudizio fatto di un uomo politico entrato da poco nelle lotte della vita pubblica; eppure la media degli uomini rimette più volentieri qualunque altro errore, fuori di questo. La lotta dei liberali contro il conte di Bismarck ha condotto anche noi tedeschi a fare la poca onorevole esperienza, che solamente alla banale vanità sembra una degradazione personale il riconoscimento dell'importanza di un avversario preso in dileggio. A Parigi gli avvertimenti del conte Molé e di pochi altri imparziali erano fatti al vento: la maggioranza dell'assemblea nazionale non volle adattarsi a rispettare in pace il presidente. Non lo avevano conosciuto prima, e non vollero conoscerlo ora. Il suo primo messaggio al parlamento offriva un lucido prospetto della situazione del paese; ma lo stesso stile senza frasi, lo stesso riserbo da uomo di stato emanante da quell'atto valse come una novella prova dell'inettitudine del presidente. Il principe era e rimaneva un pazzo, uno «zolfanello», uno straccione animato dall'ambizione banale di pagare i vecchi debiti e contrarne dei nuovi, di sentirsi chiamare monsignore, di tenere serve e cavalli, e via dicendo: il tutto sul tono di quelle finezze, di cui Victor Hugo il Grande ha vuotato il sacco addosso a Napoleone il Piccolo.

Il principe era pervenuto alla sua carica in nome dell'«ordine», e conseguentemente «si circondò di uomini d'ordine di tutti i partiti». Principiava l'êra desolante della reazione europea, giacché di tutti gli stati provati dalla tempesta del marzo il solo piccolo Piemonte mostrò l'energia morale di serbarsi fedele alle idee liberali. Per farsi riputazione nell'Europa bramosa di pace, il principe doveva appoggiarsi ai conservatori. Sul complice e zelatore di tale reazione contava l'assemblea nazionale che, eletta nella primavera del 1849, era presieduta da Dupin con sfacciata partigianeria. L'elezione si era risoluta in una nuova protesta del popolo contro la rivoluzione di febbraio. I repubblicani moderati perderono quasi tutti i seggi, essendosi la loro alleanza coi fanatici dell'ordine già sciolta fin dall'autunno precedente. La colossale maggioranza degli eletti era di reazionari, vale a dire di realisti. Il club bonapartista della via Montmartre si era fuso col grande club dei così detti moderati della via Poitiers: in generale i contadini bonapartisti elessero candidati realisti, perché costoro erano i soli reazionari colti che essi conoscevano, e che erano loro raccomandati dal parroco. Soltanto dalle urne delle grandi città sortirono in copia i nomi democratici sociali; ragione sufficiente per rinfocolare da capo la rabbia di partito dei reazionari.

Nel giugno del 1849, quasi contemporaneamente con l'apertura di questa camera, scoppiò a Parigi e a Lione una rivolta repubblicana prestamente domata: passò di nuovo sul paese la follia del terrore, solo che adesso il terrorismo dei «moderati» non conobbe più limiti. «È tempo», diceva un proclama del presidente, «che i buoni prendano coraggio e i malvagi tremino». Gli stessi uomini, che prima avevano dichiarato intollerabile la temperata severità delle leggi di settembre, a stento ora riuscivano a sfogarsi nei provvedimenti di arbitrio contro i repubblicani. Senza esitazione Odilon Barrot da ministro ricorse contro le riunioni popolari alle stesse leggi scadute fin dal 1793, che Guizot nel febbraio aveva esumate contro Barrot e le adunanze riformiste. Il governo venne autorizzato a chiudere tutti i clubs politici e a proibire le associazioni operaie pel miglioramento del salario. Il consiglio municipale di Parigi fu nominato dal presidente, e fu limitata per gli operai la libera elezione di domicilio nella capitale. Frattanto si susseguivano le deportazioni: con quale frequenza echeggiava a Lambessa il disperato grido dei prigionieri: «giudici o morte»! L'estremo fascino, che circondava tuttora il gran nome della repubblica, andò perduto in cotesti saturnali della reazione. Parve perciò comprensibilissimo, che gli alberi della libertà nel gennaio del 1850 fossero rimossi dalle piazze di Parigi. Come un tempo il primo Napoleone ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali repubblicane del 18 fruttidoro, così ora il secondo impero deve ai predecessori la più parte dei più famigerati provvedimenti di sicurezza del suo dispotismo. Per esempio, il prescritto draconiano che all'autore del più piccolo articolo di giornale fa ordine di sottoscriversi, è un benefizio della repubblica. I compagni di Luigi Blanc e di Albert erano in esilio fin dall'estate del 1848; nel giugno del 1849 il medesimo destino toccò a Ledru-Rollin e ai suoi prossimi seguaci. I pochi superstiti della Montagna schiumavano di rabbia; e chi in una adunanza vedeva esplodere l'uno contro l'altro questi due opposti irreconciliabili, il materialismo sfrenato e il gretto furore pretesco, sentiva che il giorno della libertà era tramontato. «Il popolo è l'insurrezione, les assommeurs sont incalomniables»; così gridava la destra. Perfino uomini miti e coltissimi, come per esempio l'economista Carlo Dunoyer, diventarono reazionari fanatici in quelle lotte furibonde dei partiti: qualunque richiamo alla necessità di un'amnistia suscitava a tumulto tutte le passioni comuni dei moderati. Finalmente nella primavera del 1850, nei giorni in cui l'elezione del socialista Eugenio Sue a Parigi fece correre di nuovo i brividi addosso ai possidenti, la reazione celebrò il suo ultimo trionfo: la legge del 31 maggio depennò dalle liste tutti gli elettori che non potevano dimostrare di dimorare almeno da tre anni nella loro residenza abituale. In tal modo la grande maggioranza dei lavoratori, cioè tre milioni su dieci milioni di elettori, fu defraudata del voto. Esultò la maggioranza, inebbriata dalla vittoria; presto però avrebbe appreso, che il famoso «capolavoro della restaurazione sociale» segnava il principio della fine.

La maggioranza rivelò sfrontatamente, come al tempo del re borghese, il proprio egoismo di classe, anche nelle questioni non strettamente politiche. Chi esemplificava a questi industriali il libero scambio degli stati vicini, si sentiva rispondere con scherno: «gli altri popoli mandino pure in malora le proprie officine in grazia delle vuote teorie; tanto meglio per la nostra industria protetta!». Concordavano in siffatte idee tutti i giornali, dal repubblicano National all'Univers ultramontano. Il disegno di legge doganale liberale di Sainte-Beuve fu messo da parte, il ministro liberoscambista Buffet e Leone Faucher furono costretti ad accordarsi davanti alla paura dei protezionisti, e il trattato di commercio col Piemonte non si poté rinnovare se non sotto date limitazioni, perché il Piemonte in fatto di navigazione non era da annoverarsi tra i piccoli stati innocui! Era insolenza quella di Massimo d'Azeglio, quando fin dall'aprile del 1849 scrisse canzonando al suo amico Rendu: «il vostro stato lo chiamate ancora repubblica?».

L'assemblea nazionale consumava le proprie forze in siffatti espedienti del furore partigiano e dell'egoismo sociale. Anche il solo prodotto durevole di cotesti legislatori, la legge sull'istruzione del 15 marzo 1850, portava il vasto suggello della mentalità di partito. Subito dopo l'assunzione del presidente, il ministro ultramontano Falloux nominò una commissione per la sistemazione della scuola: era presieduta da Thiers, volteriano. Non invano gli Annales de la propagande de la foi erano diffusi nel paese in 170.000 esemplari, né invano il vescovo Dupanloup faceva da anni il panegirico delle idee dell'89. Il clero si era accostato alla repubblica con pia sommissione, per impetrare subito alla Chiesa la libertà d'insegnamento e di associazione. Laddove i liberali avevano esitato finora a rinvigorire la potenza della Chiesa, che era l'unica forza sociale serbante tuttora una certa indipendenza di fronte all'onnipotenza dello stato, ora invece la paura economica invocava l'ordine a ogni costo. La solidarietà degl'interessi conservatori esigeva che il clero plasmasse e educasse uomini quieti di spirito. In nome dell'ordine, volteriani e ultramontani stretti in bella unione decisero non solamente l'abolizione dell'assolutismo nell'università di Parigi; il che era nei desiderii di ogni animo libero; ma l'assoggettamento dell'istruzione letteraria all'influenza della Chiesa. Quattro vescovi entrarono a far parte del consiglio superiore della pubblica istruzione, e insieme con loro, per ragioni di decenza, anche alcuni rappresentanti degli altri culti: la Chiesa fondò scuole a volontà, e lo stato non richiese più alcun titolo d'idoneità scientifica dagl'insegnanti ecclesiastici.

Anche nella politica estera si manifestò lo stesso cieco zelo di settarismo rivoluzionario. Nella contesa per la costituzione tedesca la Francia naturalmente si schierò allato all'Austria. Solo quando il principe di Schwarzenberg mise avanti il suo disegno di fondazione di un impero di settanta milioni di sudditi, solo allora a Parigi si spaventarono: temerono da una tale proposta, innocente anzi che no, un rafforzamento della Germania, e fecero minacce persistenti a Berlino e a Vienna, fino a quando l'Austria non rifiutò l'adesione dei suoi stati alla confederazione germanica. La questione italiana, tirata avanti tra i peccati di omissione del passato anno, era adesso interamente caduta. Quando poco prima dell'impresa di Novara il re Carlo Alberto domandò aiuto a Parigi, il presidente era propenso a consentire alla proposta; ma i ministri temerono l'ambizione del Piemonte, e la Francia si tenne spettatrice inerte del dominio della sciabola rafforzato di nuovo dall'Austria nel Mezzogiorno di Europa. Per tutto l'anno 1849 il presidente serbò una grande inclinazione a dare man forte al Piemonte; ma lo ritenne il quietismo, lo spirito reazionario dell'assemblea nazionale. Si contentò di prevenire la Toscana dall'adesione a una unione doganale austriaca.

Tanto meno parve tollerabile l'intervento armato degli austriaci e dei napoletani a Roma. Ma gli uomini d'ordine tuonarono contro il radicalismo magnanimo degli ardimentosi triumviri romani, gli ultramontani lamentarono il derubamento del Patrimonium Petri, e anche protestanti liberali, come Coquerel, in quei giorni di felicità reazionaria levarono al cielo il papa come il migliore amico della libertà. Da tali imbarazzanti contraddizioni sorse in fine il disegno, che la Francia sarebbe intervenuta a favore del papa, insieme, e della libertà. Luigi Bonaparte previdentemente, fin da prima della sua elezione, aveva cercato di destreggiarsi tra le due direzioni: il due dicembre scrisse al nunzio, che non aveva niente di comune in Roma col cugino radicale Canino, e che egli voleva il ristabilimento dello stato pontificio; cinque giorni più tardi scrisse sul Constitutionel, che, non ostante tutto, non approvava la spedizione a Roma. Quando salì al governo, l'impresa romana era già cosa conclusa, e l'uomo che un tempo aveva indetto guerra al papato temporale, fu condotto a limarsi per cinque mesi nel tentativo impossibile di far giustizia nello stesso tempo al papa e al liberalismo. Il primo atto importante di politica estera della repubblica, la quale «non doveva mai movere guerre contro la libertà degli altri popoli», si aprì con uno strappo alla costituzione; la prima spedizione guerresca del napoleonide, con una rotta. La nuova assemblea nazionale spinse finalmente le cose alla piega decisiva. Radunatosi questo parlamento reazionario, l'agente diplomatico liberale Lesseps fu richiamato, e rinnovato con sanguinoso calore l'assalto a Roma. Cadde la repubblica romana, prostrata dalle armi della libertà francese: la Francia prestò servizio di birro al papato di ritorno, e gli ultramontani tripudiarono sulla rovina dei demagoghi senza Dio. Era palmare, che la politica dell'intervento della Francia aveva riportato a Roma lo stesso premio, che in Ispagna al tempo di Luigi XVIII: i più gravi sacrifizi di danaro, di uomini e di riputazione tornarono unicamente a profitto della potenza dell'Austria e del partito reazionario. È indubitabile, che il principe non desiderasse menomamente un ripristinamento incondizionato del papa re; anzi Gioberti stesso attesta con quanto zelo Tocqueville, ministro degli esteri, si adoperasse per ottenere garanzie in pro dei diritti politici dei romani. Se non che il presidente non aveva la forza di resistere alla foga reazionaria dell'assemblea nazionale; né al napoleonide era consentito di lasciare invendicata la rotta delle armi francesi. Cacciato l'eroico manipolo di Garibaldi e ristabilito l'antico sgoverno, il principe indirizzò a Edgardo Ney la famosa lettera, che domandava per lo stato pontificio amnistia, amministrazione laica, principii liberali di governo e il codice Napoleone. Il che non era un richiamo valevole pel momento, giacché il presidente conosceva bene, mentre scriveva, l'implacabile odio vendicativo della Curia; era una riserva per l'avvenire e, insieme, un segno ai liberali di Europa, che il principe non aveva ancora rinunziato per sempre ai sogni rivoluzionari della giovinezza.

In tal modo il parlamento faceva da manovale a una reazione vendicativa, e la trappoleria repubblicana era uno schifo per ogni uomo sincero e onesto. Come mai istituzioni di tal sorta avrebbero ispirato un tremebondo ossequio a un principe imperiale? Non cadeva dubbio, che il presidente avrebbe battuta una terribile strada, verso la meta a cui una fede fatalistica lo sospingeva. Era la strada sicura, tanto più che all'indole senza scatti e per nulla impassibile del nipote era completamente estraneo quel gusto brutale delle azioni violente, che era proprio della natura guerriera dello zio. Se altra strada non fosse stata davanti, che quella della violenza, a tutti coloro che conoscevano il passato di cotesto cinico sarebbe parso evidente che egli, stimolato dalla temeraria sfrontatezza di Morny, avrebbe rotto il giuramento con la fredda calma di un giocatore, che onora il successo come suo Dio. E, in verità, l'atmosfera morale di quella età senza fede e senza ideale era poco propizia alla lealtà della coscienza. Se gettiamo uno sguardo sugl'intrighi realisti dell'assemblea nazionale, non possiamo trattenere una dura parola: in cotesta maggioranza cento se ne contavano, che si sarebbero arretrati davanti al rischio del colpo di stato, ma nemmeno trenta davanti allo spergiuro. Una volta che Thiers ed Emilio Girardin, che avevano aiutato il presidente a conquistare il potere, subito dopo lo abbandonavano, noi arrischiamo la scortese affermazione, che cotesta diffalta non fu provocata da scrupoli di coscienza. Questi signori diedero le spalle a Luigi Bonaparte, perché andò a vuoto la loro speranza di dominare l'autocrata.