La gente di servizio avrebbe pur voluto gastigarlo, ma egli era così accorto e sapeva reggersi con tanta grazia sulle zampine di dietro, che le busse andavano a finire in carezze, e spesso in nuove ghiottonerie.

L'altro cane, chiamato Sparalampi, non aveva il pelo lustro e il corpo rotondeggiante del suo fratello di città; non sapeva reggersi sulle zampe di dietro nè far le capriole eleganti di Turco; e in quanto al mangiare bisognava contentarsi di un po' di pane scuro e lì. Non c'era dunque da stupire se obbligato a viver sempre all'aria aperta ad affrontar le intemperie della stagione e a lavorar senza tregua per guadagnarsi il sostentamento, si era fatto robusto, attivo e diligente. Gli incontri frequenti coi lupi gli avevano dato una tale intrepidezza, che nessuno poteva vantarsi di averlo fatto scappare: qualche volta, è vero, era tonato a casa tutto sanguinolento e con gli orecchi laceri: ma invece di sgomentarsi, egli si teneva di quelle ferite, le quali erano una prova indiscutibile del suo coraggio: e la sua onestà dove la metto? Quante volte si era trovato nell'occasione di agguantare un bel pezzo di agnello o di maiale! Quella carne lo solleticava, gli faceva gola; ma pure Sparalampi seguitava la sua strada con disinvoltura e non si voltava mai indietro per la paura di cedere alla tentazione.

E quando era fuori col gregge? Poteva venir giù pioggia, grandine e neve: potevano cascare i fulmini ai suoi piedi, egli non si muoveva e sarebbe piuttosto morto, che cercare un riparo, il quale lo avesse diviso dalle pecore affidate alle sue cure.

Ora avvenne che il padrone del pastore si decise a visitar le sue terre. Condusse con sè Turco, il quale, appena ebbe visto Sparalampi, non potè trattenere un moto di repulsione. Il povero animale, l'ho già detto, non possedeva una sola delle brillanti qualità del cane cittadino. Anche il padrone lo guardò con diffidenza, ma non tardò a ricredersi.

Un giorno ch'ei passeggiava in un bosco, accompagnato dal suo favorito, un lupo enorme, i cui occhi parevano due fiamme, sbucò da un cespuglio e gli si avventò. Il signore si credè spacciato, tanto più quando vide il grazioso Turco pigliar la ricorsa con tutta la lena delle sue fiacche gambucce. Ma in quel mentre, eccoti sopraggiungere Sparalampi, il quale aveva, anch'esso, seguito a una certa distanza il signore. Correre, slanciarsi sul lupo e addentarlo alla gola, fu l'affare d'un minuto. La lotta durò lunga e crudele, ma alla fine Sparalampi ebbe il gusto di stender morto il lupo. Ne riportò, è vero, parecchi morsi alle orecchie e qualche contusione, ma le carezze di cui fu ricolmato, gli fecero sopportare allegramente quei piccoli malanni.

Ora dimmi un po', Ersilia: Credi tu che Sparalampi ove fosse stato allevato con gli stessi riguardi di Turco, sarebbe venuto su quel cane robusto e valoroso di cui ho cercato darti un'idea? Egli visse lungamente, amato e rispettato da tutti, mentre il suo infelice fratello, fatto segno al generale disprezzo, condusse giorni brevi e obbrobriosi su una cuccia dimenticata. Morì col cimurro, la gotta e la tigna. Morte degna d'una tal vita.

Eppoi, figliuola, noi ignoriamo ciò che il destino ci riserba. Oggi siamo ricchi, ma domani possiamo esser poveri. Non è la prima volta che avvengono tali improvvisi e completi rovesci di fortuna. Stiamo dunque preparati a tutto: amiamo il lavoro, addestriamo il nostro corpo a tutti quegli esercizi che possono conferirgli salute e robustezza, ma soprattutto avvezziamoci a qualche privazione e a star paghi del poco. Non è ricco chi possiede molti denari, ma quegli che ha meno bisogni da soddisfare.

L'Ersilia abbassò il capo e quando fu a tavola mangiò tutto di bonissimo appetito, senza dàddoli e senza broncio.