Verso le otto mi levai adagio adagio, mi buttai lo sciallino sulle spalle e in un attimo fui fuori. Da casa mia al Ponte Vecchio c'era un passo. Le botteghe degli orefici cominciavano ad aprirsi. Entrai in una, dove ci stava un vecchino, che m'era sempre piaciuto per la sua aria di buono; gli feci vedere il braccialetto e lui me lo stimò venti lire. Glie lo detti subito, ed ebbi per soprappiù un medaglioncino d'argento per tenerci i capelli del mio marito.

Tornai a casa con un bell'involto sotto il braccio. E da quel giorno in poi, il tramontano non mi fece più paura: il mio Gigino aveva il paletôt.

Il bambino, dopo qualche mese di questo fatto, era un fior di bellezza: chi me lo rubava di qua, e chi di là. Perfino il suo maestro l'aveva voluto tenere a desinare.

Ma un figliuolo a quel modo, non me lo meritavo. La difterite me lo portò via in quarantott'ore. Ed eccomi qui!—

La Luisa tacque. Mentre parlava, ravviava le cassette del cassettone, spiegava alcune camicine, altre ne riponeva. Scosse una giacchetta, spolverò un berretto e tirò fuori un paltoncino.

Lo guardò fisso, con gli occhi infiammati, eppoi, stringendoselo al petto:

—Oh figliuolo, figliuolo mio, balbettò tra i singhiozzi, se non avessi venduto il braccialetto, chi mi darebbe, ora, la forza di vivere?