Il calcolo di cinquanta piedi di m. 0,29574 per il diametro di m. 14,80 circa della muratura riposante sulla platea circolare del rudere confermò l'opinione più volte espressa dall'illustre Pigorini, che i terramaricoli, popolo divenuto italico prima degli Etruschi e dei Greci, avessero un'unità metrica corrispondente circa al piede romano di m. 0,2963, e che tracciassero le loro costruzioni in base a questa unica misura.

La parte più antica del rudere del Sacrario di Vesta si deve attribuire ai Flavî, come mostra l'analogia dell'opus quadratum con quello del templum Sacrae Urbis.

Il nucleo severiano è composto invece di scheggioni di tufo gialliccio, a struttura pisolitica; la favissa, o cella penaria stercoraria, ha pianta quadrangolare, quasi trapezoidale, e fa ricordare la forma della Roma quadrata, quella del niger lapis e della città dei terramaricoli, illustrate dal Pigorini. L'angolo acuto della favissa di Vesta è rivolto a nord-ovest, e si deve confrontare con l'angolo acuto dell'agger nelle terremare, il quale serviva come spartitore dell'acqua, che ne alimentava la fossa. È incerto l'uso della favissa, ma l'averla trovata senza aperture laterali, piena di resti di sacrificio e di vasi etrusco-campani, potrebbe far credere o al locus intimus, ove dovevano stare gli oggetti misteriosi (le sacra fatalia col Palladio e i Penati portati da Troia, che avrebbero trovato posto comune in quelle specie di sotterranei), oppure al luogo dove tenevansi custodite le spazzature e i rifiuti animali, finchè al 15 giugno si portavano alla Porta Stercoraria del Clivo Capitolino.

Base dell'ara della “Basilica Iulia„ recentemente scavata sul Foro Romano.

Tavola 93. (da fotografia).

Gli avanzi frammentosi del restauro Severiano e forse di un altro più tardo ancora, potrebbero venire rialzati a posto, qualora si avessero dati più certi del loro postamento e l'altezza dei piedestalli. I frammenti rimasti sono in marmo lunense e il Boni ne dà le riproduzioni in zincotipia.

La ricostruzione in ogni modo doveva essere di tempio circolare con tetto a cupola, di cui si scopersero pure frammenti, cosicchè noi possiamo ancora passare attraverso le modificazioni dei restauri architettonici al Sacrarium della Regia, contenente il fuoco sacro con la tradizionale arcaica forma dell'urna a capanna del periodo italico preromano, a pareti intessute di vimini e a pali ritti di legno per sbarrare la capanna e per aggiungerle una specie di portico coperto (cfr. Atlante cit., tav. VII).

ALTRI CENTRI MINORI D'ESCAVO.