La via meno disagiata per ascendere da Erba a godere l'interminabile orizzonte di questo convento, è di recarsi a Crevenna, terricciuola leggiadra, e di là ascendere per una strada erta che guida all'Alpi (così chiamansi ivi per analogia i pascoli montuosi), e che può fino al convento guadagnarsi dai cavalli e dei buoi aggiogati.
Sei tu saldo sulle gambe, hai tu coraggio nei cuore? ascendi al decantato Buco del Piombo, spelonca ricavata dalla natura nel monte, e murata in sull'ingresso, per cui v'ha chi crede, indotto anche dal nome, che fosse questa una miniera di piombo, ma per ricerche che siano state fatte non vi si trovò mai reliquia di questo metallo.
L'accesso nella caverna è pericoloso, dovendosi ascendere per un'angusta scala ricavata dalla natura nel greppo, di qualità saponacea, senza sbarra che difenda il salto e a cui si possa agrappare. La bocca dell'antro presenta una stanza spaziosa, larga 38 e alta 42 e lunga 55 metri, e contiene quattro muraglie formate con ceppo rosso e marmo di granito indigeno, e legate da un cemento di calcinaccio, e poste alla distanza fra loro di circa quattro metri. Il primo muro è alto otto metri, grosso un mezzo, con porticina d'onde sgorga l'acqua naturale della spelonca, coll'avanzo d'un portone più grande; il secondo alto metri dodici, grosso 1½, rotto da tre porte, con varj pertugi; del terzo e quarto non restano che pochi ruderi alti circa quattro metri e grossi come i due antecedenti.
La caverna procede quindi, dove più, dove meno angusta, ma quasi sempre colla larghezza approssimativa di metri 9 e coll'altezza di 8 e fino alla distanza di 188 metri dalla bocca, non manca di luce. Tanto la caverna continua diritta. Da quel punto è indispensabile un lume artificiale, e dopo altri 18 metri vedi a destra dello speco principale un'altra caverna lunga non più di metri 1, 30, e dopo 30 altri metri si arriva dove fu già posta una lapide ad attestare la venuta fin là di
S. A. I, IL PRINC. RAINERI VICERÈ
CONSIGLIERE DE CAPITANI
CIAMBELLANO CONTE PAAR
GLI 8 MAGGIO 1819.
Credo pochi vorranno innoltrarsi di più, correndo la caverna bassa bassa e rialzandosi sempre più le acque, che ne sgorgano fino, probabilmente, a riempirne tutta la bocca. Quest'acqua, carica di materia calcare, forma sulle pareti delle graziose incrostazioni.
L'uscita è più disagevole che l'ingresso! guai se ti sdrucciola un piede, se ti assale un capo giro! Il burrone del sottoposto Boa non accoglierebbe di te che miserabili frantumi! Tanto pericolo della vita non mi pare compensato da un corrispondente vantaggio! Eppure quanti si vergognerebbero d'aver temuto d'avventurare i loro giorni per appagarsi di questa curiosità e non si farebbero carico d'essersi rifuggiti di arrischiarli per salvare un loro fratello, per temprare le angoscie d'un contagioso! A che servisse questo antro è ancora un mistero nella storia. È certo però che per qualche tempo valse di abitazione, e forse i Longobardi cacciati dai Franchi vi trovarono un asilo; forse supplì di ricetto durante le contese fraterne; forse una masnada di predoni esercitava di lassù le sanguinose escursioni. Queste domande faceva Lorenzo Santambrogio in una sua romanza inedita:
Oh quale da destra nel masso s'interna
Orribile al guardo, profonda caverna
Che d'archi munita — la fronte turrita