Non ti accaderà di rado d'incontrare in questo tratto di strada qualche abbronzata contadina, che povera di modi, ma ingenua, schietta e riguardosa ti saluti con quella cortesia naturale che non ha ancora risentito l'artificio dell'educazione. State un'ora in Brianza e conoscerete le sue abitatrici; di leggieri aprano l'anima ai teneri sensi d'un affetto innocente, ma in generale parlando sono dure, indomabili alla voce d'una meno che onesta lusinga. In una domenica d'estate quando terminarono gli uffici della chiesa le vedresti a vivacissimi crocchi, dove uscir dal villaggio e prendere il largo de' campi, o l'ascesa delle colline, dove entrare in un leggiero battello e fendere placidamente lo specchio dei loro laghetti; ad alcune scorgeresti sul volto la compiacenza dei vicini sponsali; negli atti, nei modi di altre ravviseresti l'ardore della tenerezza materna; scerneresti negli sguardi di molte quella muta corrispondenza d'affetti che non è ancor palesata dalle labbra, ma che è già indovinata dal cuore. Oh siedi qualche volta ad ascoltare le loro armoniose canzoni, senti le devote cantilene onde fanno risuonare il sacro ricinto che custodisce le ceneri dei loro avi! Attendi che il curato del villaggio si frammetta ai loro innocenti trastulli, e tu vedrai come il sacerdote, qui assai più che altrove, governi il cuore de' suoi parrocchiani; egli giudice, egli maestro, egli consigliere; e o s'interponga a comporre i domestici dissidj, o ravvii sul diritto sentiero qualche sviato, è ben raro che la sua eloquenza cada infeconda «quei pantaloni lunghi, dice talvolta, ti dan aria di bulo, dimettili — quei ricci, o ragazza, sono a pericolo della tua onestà, domani ch'io più non li veda» e il garzone e la ragazza per quanto affezionati a queste galanterie il più delle volte compaiono domani senza i ricci, senza i lunghi pantaloni. Tali osservazioni vi somiglieranno cose da poco, eppure, chi ben le esamini, ritraggono una parte dei nostri costumi.

Ora, tornando al viaggio, siamo arrivati a Pomè, terra che dalla nuova strada militare ebbe vita, mentre il vicinissimo Calco, donde un tempo non era lecito ad un galantuomo passare senza essere squadrato dai capelli ai piedi, fu abbandonato e perdette, starei per dire, ogni esistenza.

Dalla chiesa di questo paesello dipende quella di Bevolco, degnissima d'essere visitata come una di quelle che rimontano ai primi secoli del cristianesimo. Sussiste ancora d'antico tutto l'esterno del coro, il rimanente fu rimpicciolito e rimodernato. Una lapide collocata di fronte all'altare ricorda due nobili fratelli Oaldo e Soaldo trafitti, non si dice quando, da una medesima spada; un'altra lapide fu dalla ignoranza de' muratori spezzata e usata a far muro; nel giardino Cavallieri, ed in altri siti del paesello rimangono tuttora grosse muraglie; nel vicino piano della Molgora furono dissotterrate ossa umane. Tutto attesta qualche catastrofe dei secoli passati.

Abbiamo accennato nelle brevi notizie storiche premesse in questo volume come Francesco Sforza sul cadere del 1449, posti in Brianza i suoi accampamenti, osasse sfidare contemporaneamente le forze riunite e superiori de' Veneziani e de' Milanesi. Essendo qui appunto il luogo del combattimento gioverà farne conoscere, il più possibilmente in compendio, la posizione quale ci viene ricordata da Giovanni Simonetta nella Sforziade. Il monte che sorge maestosamente a manca e va a terminare in una punta acuminata è detto San Genesio da una chiesetta che sorge presso il suo vertice, dedicata a questo santo. Qua e là sul pendìo del monte i piccoli casali d'Aizuro, Biglio, Vallicelli, Galbusera, Bagagera, poi Montespiazzo, Malnino, Ospedaletto e Casternago e più in giù Mondònico, patria d'un Martino da Mondònico, che pur fu esecutore d'infami imposizioni di Gian Giacomo De-Medici e finì poi coll'essere appiccato in colpa di traditore; donde poco è discosto Tegnone ove nacque Giuseppe Ripamonti. Più abbasso ancora Porchera, gruppo di case quanto commiserato per la sua infelice posizione, altrettanto celebrato per la bontà de' suoi vini. Su quel monte si erano riparati i Veneziani, ubbidienti al capitano Santangelo, e di là avevano cacciato Giovanni Sforza, quando col cognome, ma non col valore del fratello Francesco, avea tentato di rimoverli da quella formidabile posizione. Appena Francesco ebbe intesa di questa mal riuscita spedizione, diede incarico a Roberto Sanseverino ed Onofrio Rufaldo che si provassero a tentare l'ascesa del monte. Questa volta l'esito fu più felice; i due generali, lasciati a Calco il grosso de' soldati, con alcuni dei più spediti ed arrischiati, colto il silenzio della notte, guadagnarono l'erta e giunsero d'improvviso addosso ai Veneziani. Fu sanguinosa la mischia; i soldati di San Marco piantarono il gonfalone sul campanile della chiesa di San Genesio, e serratisi tutti in quella posizione imponente, poterono resistere ancora per qualche tempo, finchè, sprovvisti di cibo e di bevanda, furono cacciati alla necessità di calare a condizioni, bastevolmente decorose però d'aver non solamente salva la vita, ma anche la licenza di potersi ritirare pel ponte d'Olginate sul territorio della loro repubblica. Sanguinose vicende che speriamo non saranno mai più rinnovate! Preghiamo che il cannone abbia per l'ultima volta a Verderio contristata la pace delle nostre colline.

Inni dal petto supplice

Alzerò spesso a i cieli,

Sì che lontan si volgano

I turbini crudeli;

E da noi lunge avvampi

L'aspro sdegno guerrier