CLEMENZIA. O non ti vergogni d'esser veduta cosí?
LELIA. So' io forse la prima? N'ho vedute a Roma le centinaia. E, in questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito ai fatti loro!
CLEMENZIA. Coteste son ribalde.
LELIA. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona?
CLEMENZIA. Io vo' saper perché tu vi vai e perché sei uscita del monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t'uccidarebbe, povara te?
LELIA. Mi cavarebbe d'affanni. Tu credi forse ch'io stimi la vita un gran che?
CLEMENZIA. Perché vai cosí? Dimmelo.
LELIA. Se m'ascolti, io tel dirò; e, a questo modo, intenderai quanta sia la disgrazia mia e la cagion per ch'io vada in questo abito fuor del monistero e quel ch'io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati piú in qua: ché, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi ragionar con teco.
CLEMENZIA. Tu mi fai consumare. Di' presto, ch'io morrò disperata. Oimè!
LELIA. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo in casa, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale prima m'aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco che avevamo. E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.