Quanto ha di bello il mondo, senza dubbio, è oggi in Siena; e quanto ha di bel Siena si truova al presente in questa sala. Questo non si può negare; perché quelle che non ci sono non poss'io credere che sieno né belle né appresso, poi ch'elle fuggono il parragon di voi altre. Come volete voi, adunque, che costoro stieno a mirar scene o comedie o sentino o vegghino cosa che noi faciamo o diciamo, essendoli voi dinanzi? Che piú bel giuoco, che piú bello spettaculo, che cosa piú piacevole o piú vaga si può veder di voi? Certo, nissuna. Ora eccovi mostro come gli uomini non vedranno né udiranno questa comedia, se non son ciechi; che giá vi pareva ch'io avesse detta cosí gran pappolata. Ma voi, donne, la vedrete e odirete benissimo perché, in vero, non vi conosciamo tanto cortesi che vi siate per perdere o uscir di voi stesse nel mirarci. Né si pensin questi che fanno tanto il bello, questi acconci, questi spelatelli che, per aver una bella barba, per calzar bene uno stivale o per fare una riverenzia di beretta accompagnata con un sospiro che si senta fin da Fonte Becci, voi abbiate a lasciar questa cosa per attendere a loro: ché ne restarebbeno ingannati e cosí torrebbeno il nome alla nostra comedia. E' potrebbe bene essere che uno spagnuolo, che voi vedrete venire, vi rompesse un poco la fantasia e che non pigliasse cosí bene la nostra materia. Ma io v'insegnarò un bel colpo. Non vi curate di lui, ché, non avendo voi la lingua sua, non vi potete intendere insieme; e attendete a questi, che son tutti taliani: e, prestandoli voi la vostra attenzione, non perderete cosa che ci si dica e sará bello e fatto. Ma, poi ch'io veggio questi uomini cosí intenti a mirarvi che non sentan ciò ch'io mi dica, mi giova di ragionar con voi un poco in sul sodo e domesticamente. È possibil però, ingrate che voi sète, che questi Intronati s'abbin sempre a lamentar di voi e che, sempre, in ogni luoco, vi s'abbi a ritoccare il medesimo e che le tante fatiche che duran per voi e 'l tanto studio che vi mettano intorno per lodarvi non vi possa piegare a fargli, un tratto, un piacere? Oh! Ponetevi una volta giú, col nome di Dio; e chiamateli tutti ad uno ad uno; e vogliate intendere quel che dicono e quel che cercano da voi: ché so certo che quel che vogliono è una frascaria e voi ne sète tanto copiose e ricche che, senza perdern'oncia, ne potreste dare, non solo a loro, ma a tutta questa cittá. Ditemi, per vostra fé: che credete però che voglino? E' non cercano altro da voi che la grazia vostra; e che vogliate conoscere gli ingegni loro, chi l'ha grosso e chi l'ha sottile; e diciate:—Questo mi piace—e—Questo non mi piace,—acciò che quelli che non v'aggradaranno possin volgere il pensiero altrove e attender dietro ad altro studio. Ma gli è una gran cosa che voi gli vogliate tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a questo benedetto «sí»! Sapete quel ch'io vi vo' dire? Guardatevi di non li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie parole, ch'io so quel ch'io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete piú a tempo. E tenete questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh! Or ch'io mi ricordo: non v'aspettate altro argomento perché quello che ve lo aveva a fare non è in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi sapere solamente che questa cittá è Modana, per questo anno, e le persone che intervengono nella favola sono, i piú, modanesi. Però, se facessino qualche errore nel muover della lingua, non sará gran fatto perché non l'hanno ancora cosí ben presa. L'altre cose, io penso che voi siate cosí capaci che la materia v'entrará per se stessa senza troppa fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso e la buona fortuna nelle cose d'amore; e quanto, in quelle, vaglia una longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle, con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi giovará, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, ché, per quattr'ore al manco, gli daremo commoditá di poter contemplare le vostre divine bellezze. Ma, perch'io veggo duo vecchi ch'escon fuore, mi partirò, benché mal volentieri, da mirar sí belle cose; ancor ch'io penso che vi tornarò a vedere. Addio tutti.

ATTO I

SCENA I

GHERARDO e VIRGINIO vecchi.

GHERARDO. Fa' adunque, Virginio, se desideri in questa cosa farmi piacere, come hai detto, che quanto piú presto sia possibile si faccino queste benedette nozze; e cavami una volta di cosí intrigato laberinto nel quale non so come disavedutamente son corso. E, se pur qualche cosa ti tenesse, come il non aver danari per le veste (ché ben so che 'l tutto perdesti nel miserabil sacco di Roma) e paramenti per la casa, o per aventura ti trovasse male agiato di proveder per le nozze, dimelo senza rispetto: ché a tutto provederò io; né mi parrá fatica, pur che questa cosa segua un mese prima, per cavarmi questa voglia, spendere un dieci scudi piú, ché, per grazia di Dio, so dove sono. E ben cognosci tu che ormai niun di noi è piú erba di marzo, ma sí ben di maggio e forse… E quanto piú si va in lá piú si perde tempo. Né ti maravigliar, Virginio, che tanto te ne importuni, ch'io ti do la mia fede che, perch'io sono entrato in questa girandola, non dormo la metá della notte; e, che sia vero, guarda a che ora mi son levato questa mattina e sappi che, prima ch'io venissi a te per non destarti, avevo udita la prima messa a duomo. E, se forse avessi mutata fantasia e paresseti che con gli anni di tua figliuola non s'affacesseno i miei, che giá sono agli «anta» e forse gli passano, dimmelo arditamente: perché a tutto provederò, voltando i pensieri altrove; e te e me liberarò, in un punto, di fastidio, ché ben sai s'io son ricerco d'imparentarmi con altri.

VIRGINIO. Né questo né altro rispetto mi terrebbe, Gherardo, se fusse in arbitrio mio di poterti fare oggi sposar mia figliuola, ch'io non lo facesse; e, avenga che quasi ogni mia facultá perdesse nel sacco (ed insieme Fabrizio, quel mio benedetto figliuolo), per grazia di Dio, mi è rimaso ancor tanto di patrimonio ch'io spero poter vestire e far le nozze di mia figliuola senza gravare alcun che mi sovenga. Né pensar ch'io mi sia per mutare di quel ch'io t'ho promesso, quando la fanciulla se ne contenti; ché ben sai tu che non sta bene a mercatanti mancar di quello ch'una volta promettono.

GHERARDO. Cotesta è una cosa, Virginio, che piú si sente in parole che non si truova in fatti fra' mercatanti de' nostri tempi. Ben credo che non sia tu di quelli. Non di meno il vedermi menar d'oggi in domane e di domane nell'altro mi fa sospettar non so che; né ti cognosco io per cosí da poco che, quando vorrai, non facci far tua figliuola a tuo modo.

VIRGINIO. Ti dirò. Tu sai che m'accadde l'andare a Bologna per saldar la ragione d'un traffico che aveamo insieme messer Buonaparte Ghisilieri, il cavalier da Casio ed io. E perch'io sono in casa solo, ed abitavo in villa, non volsi lasciar mia figliuola in man di fantesche; ma la mandai nel monister di San Crescenzio, a suor Camilla sua zia: ove è ancora, ché sai ch'io tornai iersera. Ora io ho mandato il famiglio a dirgli che la torni.

GHERARDO. Sai tu certo ch'ella sia nel monistero e ch'ella non sia altrove?

VIRGINIO. Come s'io il so? dove vuo' tu ch'ella sia? che domanda è questa?