Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci facciamo mallevadori per la sua persona.»

Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte: ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri, che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.

Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio, confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il giuramento di fedeltà.

E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono; imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento. Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva; onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile abbandono.

Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia, ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia, e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].

La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli, sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo papa.

(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il regno che gli aveva tolto il pontefice.

Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate. Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de' suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli, dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo diventa esecrabile.

Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia, e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de' suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case, atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.