La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola a Federico suo terzo fratello.
Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.
Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de' fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo, dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re, erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano disapprovare la condotta.
E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.
Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII, che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo stesso pontefice.
Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che, malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione, non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria. Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte; ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.
Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de' Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo, eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome. I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia. Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del 1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico, verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita della sua disubbidienza alle leggi[77].
Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri, sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.
Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso, che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.
Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia. Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire, che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto, non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre, chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero, incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si guarivano somiglianti ferite[79].