Diss'io, ora direte a quel caduto
Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168].»
Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia, ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti. Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di vita in mezzo alla più monotona aridità.
Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla purità de' classici latini che prendevano ad imitare.
Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato, malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono spesse volte nojosi e pesanti.
La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina, Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa testo di lingua. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne' Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320; sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo, esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171]. Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.
Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280, epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de' fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi degli autori e le relazioni loro coi leggitori.
Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano, comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].
La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani. Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto. Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.