Intanto passò alcun tempo avanti che la flotta e l'armata del re, adunate in Brindisi per la spedizione della Grecia, potessero porsi in mare. Lo stesso Carlo andò a Brindisi, ove dovevano pure recarsi le truppe ausiliarie che gli mandavano le città guelfe della Toscana e della Lombardia. Fece in appresso marciare la sua armata fino all'estremità della Calabria, ed egli stesso s'imbarcò per raggiungerla a Reggio. Soltanto il 6 di luglio del 1282 arrivò in faccia a Messina con cento trenta galee o grosse navi, e trasportò le sue truppe dall'una all'altra riva dello stretto. Egli aveva con lui cinque mila uomini d'armi ed un ragguardevole corpo d'infanteria[2]. I Siciliani non avevano armata da opporre al re, ma non erano affatto sprovveduti di navi. Erano cadute in loro potere quelle che Carlo avea fatto allestire per l'impresa di Grecia a Palermo, a Siracusa ed in altri porti dell'isola, come pure i materiali che trovavansi ne' cantieri di Messina, che furono adoperati in difesa della città, dove le mura erano guaste, facendo palizzate e baluardi, resi forti solamente dal coraggio de' difensori.

Mentre gli abitanti di Messina respingevano valorosamente i giornalieri assalti di Carlo, Giovanni di Procida, accompagnato dai sindaci e procuratori di tutte le città siciliane, fece un secondo viaggio alla corte del re Pietro d'Arragona per affrettarne i soccorsi. Lo trovò ad Ancolle, porto dell'Affrica, ove, malgrado il cattivo esito della sua spedizione contro i Mori, si rimaneva, preferendo di lasciare i Siciliani esposti molti mesi a tutte le vendette di Carlo, più tosto che esporsi al risentimento di quel temuto monarca avanti di vedere qual piega prenderebbero gli affari della Sicilia. Ma comprendendo dal racconto di Giovanni che i Siciliani eransi omai tanto inoltrati nella ribellione, che per alcun modo non potevano più dare a dietro, imbarcossi colla sua armata alla volta della Sicilia, e giunse avanti a Trapani il 30 agosto del 1282[3]. Tutti i baroni dell'isola eransi adunati a Palermo per ricevervi il nuovo re; che si affrettarono di far incoronare dal vescovo di Ceffalù, e gli prestarono il giuramento di fedeltà. Non lasciavano per altro d'essere assai inquieti osservando le deboli forze di Pietro in confronto di quelle di Carlo; e prevedevano che, presa Messina dai Francesi, in breve tempo tutta l'isola sarebbe soggiogata; ed avevano avviso che quella città incominciava ad avere tanta scarsità di viveri, che non potrebbe oramai tenere più di otto giorni. Fortunatamente il re arragonese aveva condotta seco la sua flotta composta soltanto di galee armate in guerra e disposte a combattere, e questa era comandata da Ruggero di Loria, gentiluomo calabrese, che aveva abbandonata la patria quando venne in potere de' Francesi, ed era il più esperto e più fortunato ammiraglio che allora si conoscesse. Carlo all'opposto, non s'aspettando d'aver nemici sul mare, non aveva seco menato che navi da trasporto e galere disarmate; almeno con tale pretesto gli storici guelfi cercano di scusare la debolezza della sua marina veramente strana ed incauta. Ruggero di Loria, riunite sessanta galee sottili della Catalogna e della Sicilia, andò ad occupare lo stretto per impedire che fosse vittovagliata l'armata francese. Nello stesso tempo il re Pietro fece lentamente avanzare le sue truppe alla volta di Messina[4], e mandò tre cavalieri catalani a Carlo colla seguente lettera di sfida:

«Pietro re d'Arragona e di Sicilia a te, Carlo, re di Gerusalemme e conte di Provenza.

«Noi ti participiamo il nostro arrivo nell'isola di Sicilia, regno che ci fu aggiudicato dall'autorità di santa Chiesa, da messere il papa e dai venerabili cardinali; e ti comandiamo che, veduta questa lettera, tu debba partire dall'isola di Sicilia con tutta la tua forza e la tua truppa; e sappi che se tu non lo farai, vedrai immantinenti con tuo danno i nostri cavalieri ed i nostri fedeli attaccare la tua persona ed i tuoi soldati.»

Carlo il più orgoglioso monarca di cristianità, e fino a quest'epoca fors'anco il più potente, fremè di sdegno quando lesse una così superba lettera d'un piccolo principe ch'egli non credeva potergli stare a fronte; e gli mandò la seguente riposta:

«Carlo, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, principe di Capoa, conte d'Angiò, di Forcalquier e di Provenza, a te Pietro, re d'Aragona, conte di Valenza.

«Noi siamo estremamente maravigliati come tu abbi avuto l'audacia di venire nel regno di Sicilia a noi conceduto dall'autorità della santa romana Chiesa; perciò ti comandiamo che, a vista della nostra lettera, tu debba partire dal nostro regno di Sicilia come malvagio traditore di Dio e della santa Chiesa. E se tu non lo fai, noi ti sfidiamo come nostro nemico e traditore verso di noi. All'istante ci vedrai venire a tuo danno; giacchè noi e la nostra armata desideriamo molto di vederti colle tue genti che tu hai condotte»[5].

Ma Carlo non potè sostenere coi fatti l'orgoglio della sua lettera: il suo ammiraglio Enrico de' Mari venne ad avvertirlo che aveva avviso dell'imminente arrivo di Ruggero di Loria, e ch'egli non poteva sostenerne l'incontro, perchè le sue grosse navi mal potevano manovrare nello stretto, ed altronde erano affatto disarmate: gli osservava che erano nella burrascosa stagione dell'equinozio; che la Calabria non offriva alcun sicuro porto per ripararvisi; e che, se la flotta era incendiata dal nemico, la sua armata avrebbe dovuto morire di fame. Convien che le circostanze fossero urgenti, poichè un monarca così fiero, così irritato, un monarca così coraggioso fu forzato di cedere; pure la cosa non è affatto chiara. In tre giorni l'armata francese ripassò lo stretto, ed il quarto, 28 di settembre, Ruggero di Loria comparve innanzi al porto di Messina, e s'impadronì di ventinove galere francesi che non fecero veruna resistenza. Si avanzò poi verso la Catona e Reggio di Calabria dove avevano dato fondo tutte le galere e le navi da trasporto del re, in numero di ottanta, e vi fece appiccare il fuoco sotto gli occhi di Carlo che non poteva difenderle: il quale vedendo l'incendio della sua flotta rodeva per rabbia lo scettro che teneva in mano, e gridava: «Ah Dio! Dio! voi m'avete elevato assai! vi prego che mi facciate scendere dolcemente»[6].

Pareva a Carlo che la sua flotta e la sua armata ch'egli era accostumato a far agire con somma facilità, si rifiutassero tutti ad un tratto di seguire gl'impulsi della mano che li dirigeva. Trovavasi vinto senza ancora sapere quale forza impiegasse contro di lui il suo nemico, e senza aver potuto combattere; onde era impaziente di far prova del proprio valore, d'incaricarsi egli medesimo della sua vendetta, invece di confidarla al braccio de' suoi soldati, o di farla dipendere dall'incostanza degli elementi. Dopo avere abbandonata la Sicilia scrisse al re Pietro, invitandolo a decidere con un privato combattimento sottomesso al giudizio di Dio, i loro diritti e la loro lite. Propose che cento cavalieri combattessero contro cento cavalieri a Bordeaux, sotto la guarenzia del re d'Inghilterra, cui apparteneva questa città: i due re dovevano trovarsi alla testa dei loro campioni e promettere che la sorte della Sicilia dipenderebbe dall'esito della pugna. Pietro d'Arragona che aveva bisogno di acquistar tempo per assodare la sua autorità in Sicilia, e terminare i preparativi di difesa, accettò con piacere la proposta di Carlo, tanto più che avendo egli minor numero di sudditi, poche truppe e meno tesori, era ben fortunato di poter combattere con pari forze con un così potente nemico. I due re promisero di trovarsi a Bordeaux il 15 maggio del 1283, dichiarando in caso che mancassero all'appuntamento, non solo di rinunciare ad ogni diritto sul regno di Sicilia, ma inoltre ad essere spogliati dei loro stati ereditari, e vituperati da ogni assemblea di nobili e cavalieri, come traditori ed uomini senza onore[7].