Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa, sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti; e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro fazione in tutta la Lombardia[214].
Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare: costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de' soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona, attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura. Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara. Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui era stato principe[215].
Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri, abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].
E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava. Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione, ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che la sua crudeltà.
Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma, mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo, scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi, talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.
L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante, appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione, avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de' ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo; di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].
Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.
Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato; e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro alle ultime estremità[224].
Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330; arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo tempo infelice, la pace e la prosperità[225].