Il trattato d'alleanza tra le due repubbliche fu segnato il 21 giugno del 1336. Fiorenza non cercava che il vantaggio di sollevare contro Mastino un potente nemico: obbligavasi a mantenere metà dell'armata ed a sostenere metà delle spese per attaccare il signore di Verona nella Marca Trivigiana; ma tutti gli acquisti che farebbe quest'armata, dovevano appartenere ai Veneziani, non riservandosi i Fiorentini che la città di Lucca, che dovevano acquistare a proprie spese e colle loro forze[282].

Un solo generale doveva avere l'assoluto comando delle due armate repubblicane; e la cupidigia di Mastino ne presentò loro uno veramente meritevole di tanta confidenza. L'illustre famiglia de' Rossi di Parma era stata capo del partito guelfo fino ai tempi ne' quali la perfidia di Bertrando del Poggetto l'aveva sforzata a rifugiarsi tra i nemici della chiesa: nella venuta di Giovanni di Boemia gli aveva ceduta la sua sovranità, che aveva ricomperata quando Giovanni abbandonò l'Italia. Finalmente la guerra aveala obbligata a rinunciare a Mastino della Scala tutti i suoi diritti sopra Parma e sopra Lucca. La città di Pontremoli e molte castella con ragguardevoli proprietà erano state da Mastino guarentite ai Rossi; ma quando il signore di Verona ebbe raccolti i frutti del suo trattato, pensò a sciogliersi dagli obblighi del trattato. Eccitò contro i Rossi i Corregieschi capi dell'opposta fazione in Parma; e spogliatili di tutti i loro castelli, gli assediò in Pontremoli loro ultimo asilo. Pietro de' Rossi, il più giovane de' sei fratelli, aveva allora opinione di essere il più perfetto cavaliere d'Italia. Nelle guerre civili che da tanto tempo desolavano il suo paese, aveva date luminose prove di valore, senza macchiarsi mai con atti di crudeltà. I soldati tedeschi che servivano allora in Italia, l'avevano chiamato loro signore e gli mostravano un illimitato attaccamento. Liberale coi suoi compagni d'armi fino all'imprudenza, appena per sè conservava una tonaca ed un cavallo. L'alta sua statura e le sue eleganti maniere chiamavano sulla di lui persona gli sguardi di tutte le donne, e la verginale purità de' suoi costumi, che assicuravasi non esser giammai stata smentita, dava un nuovo pregio alla sua nobile figura[283]. Pietro de' Rossi era ritenuto come ostaggio a Verona, ma trovò modo di fuggire, e venne a chiedere soccorso ai Fiorentini, che seppe eccitare alla vendetta. Dopo aver date prove de' suoi militari talenti in una breve campagna nel territorio di Lucca, passò il primo ottobre al comando della grande armata della lega nella Marca Trivigiana[284].

Pietro de' Rossi attraversò colla sua armata i territorj di Treviso e di Padova, insultò le guarnigioni delle due città, abbandonò le campagne al saccheggio, e con mille cinquecento cavalli tenne a bada l'armata di Mastino composta di quattro mila. Ma i Veneziani vedendolo aggirarsi in quel labirinto di fiumi e di canali, che attraversano in mille maniere il territorio padovano, ne furono inquietissimi, tanto più che il nemico aveva rotti tutti i ponti e fortificati i passaggi: ma Pietro finse di cercar la battaglia, e secondo la costumanza cavalleresca mandò ad offrirne il pegno al campo di Mastino; perchè questi persuadendosi che doveva essere per lui vantaggioso il non far quello che desiderava il nemico, lasciò fuggire l'occasione d'attaccarlo e gli permise di stabilirsi e di fortificarsi a Bovolento sul Bacchiglione, sette miglia al di sotto di Padova[285].

Nel tempo che i Fiorentini mantenevano un'armata nella Marca Trivigiana, e combattevano in Toscana contro i Lucchesi, e contro Pietro Saccone e gli Aretini, non ignoravano che dovevano stare in guardia contro le trame dei Ghibellini, che nelle città della provincia ed anche entro Firenze mantenevano segrete intelligenze, oltre che venivano caldamente eccitati dalle promesse di Saccone e dagli artificj di Mastino. In così pericolose circostanze sapevano che i Romani avrebbero creato un dittatore; onde, seguendo l'esempio loro, credettero di dovere innalzare un magistrato al di sopra delle leggi, affinchè il grandissimo potere che gli confidavano, tenesse in dovere i segreti nemici della repubblica, e la rapidità de' giudizj li colpisse a tempo ne' loro complotti. Ma presso i Romani, popolo affatto militare, il dittatore diventava il generale dell'armata. I Fiorentini non avevano trovato tra i loro concittadini un generale abbastanza sperimentato da mettersi alla testa di tutto lo stato: accostumati a confidare agli stranieri il potere dell'armi, avrebbero temuto assai più di riunire in mani sconosciute la potenza civile e militare; e se giammai si fossero in tal maniera dato un padrone, difficilmente avrebbero poi potuto scuoterne il giogo. Immaginarono quindi di non rivestire il loro nuovo magistrato che dell'autorità di supremo giudice, e lo nominarono conservatore, dandogli una guardia di cinquanta cavalieri e di cento fanti, autorizzandolo a giudicare compendiosamente ed a far eseguire all'istante le sentenze. Uno straniero, Giacomo Gabriello d'Agobbio, fu chiamato il primo ad occupare questa carica. Il popolo doveva tremare innanzi a questo magistrato, ma la signoria tenutasi superiore alla sua giurisdizione poteva sopravvegliarlo ed imporre limiti al suo potere. Frattanto il Gabrielli, abbandonandosi senza ritegno al suo carattere sospettoso e crudele, fece spargere dai suoi carnefici molto sangue. Quando uscì di carica, il popolo, sdegnato contro di lui, promulgò una legge che proibiva di nominare in avvenire giudici di Agobbio o del suo territorio[286]. Dopo di lui un altro conservatore, Accorimbeno di Tolentino, fece succedere la giustizia venale alla crudeltà; ed i Fiorentini, abolendo tale carica, si convinsero finalmente che la libertà non si mantiene giammai con mezzi dispotici, e che l'innalzare un potere al di sopra delle leggi, quand'anche fosse per la loro difesa, è lo stesso che preparare la loro ruina[287].

Nel susseguente anno 1337 la campagna s'aprì dai Fiorentini in Toscana con uno strepitoso avvenimento. Pietro Saccone, stretto dalle armate di Fiorenza e di Perugia, e non potendo tenere aperta comunicazione con Mastino che non gli mandava i promessi soccorsi, vedendo di avere già perduti molti castelli, prese finalmente il partito di negoziare vendendo ai Fiorentini la signoria d'Arezzo. La repubblica acquistò separatamente i diritti di Pietro Saccone e quelli del conte Guido; pagò il soldo delle truppe assediate e sborsò circa sessanta mila fiorini per ottenere il possesso della città, che le fu aperta il 10 di marzo. Ma tal acquisto costò alla repubblica assai più che tesori, avendo compromessa la sua buona fede: per la prima volta fu accusata d'avere mal osservato i trattati, d'avere combattuto di concerto coi Perugini, e d'aver sola raccolti i frutti del loro sudore, e del loro sangue[288]. Il partito guelfo venne in Arezzo ristabilito dopo un esilio di sessant'anni; i Tarlati furono ridotti alla condizione di cittadini; si fabbricarono nella città due fortezze per tenerla in soggezione, e venne stabilita una nuova magistratura incaricata di sopravvegliare alla tranquillità ed al buon essere degli Aretini[289].

I Fiorentini che nella precedente guerra erano stati vittima dei loro riguardi per il territorio di Lucca, tenevansi fermi nello stesso sistema di politica: la guerra che gl'interessava esclusivamente e che si faceva senza il concorso de' loro alleati, era quella che facevasi meno vigorosamente. Accontentaronsi in questa campagna di saccheggiar Pescia, Buggiano e pochi altri castelli di Val di Nievole e di Val di Serchio, senza fare verun acquisto[290].

Ma nello stesso tempo spingevano con una straordinaria attività il loro progetto di eccitare in Lombardia nuovi nemici a Mastino della Scala. Nella stessa maniera ch'essi avevano chiamati i capi dei Ghibellini a dividere le conquiste del re di Boemia, abbandonavano adesso alla loro avidità gli stati del signore di Verona. Ricordavano a ciascheduno l'insultante arroganza di Mastino, ed offrivano ricompense a qualunque volesse far lega con loro per punirlo. Obizzo d'Este, Luigi di Gonzaga ed Azzo Visconti entrarono successivamente nella lega delle due repubbliche. L'ultimo aveva approfittato della guerra generale, cui avevano preso parte i suoi vicini per impadronirsi nello stesso tempo di Lodi, di Como e di Crema[291]. Carlo, figliuolo di Giovanni di Boemia e duca di Carintia, si unì anch'esso ai nemici di Mastino, e gli tolse in sul cominciare di luglio le città di Cividiale e di Feltre[292].