[194.] Marin Sanudo vite dei dogi, p. 632. — Andrea Navagero, storia Venez. p. 1040.

[195.] Matteo Villani, l. V, c. 13.

[196.] Sandi Storia civile, l. V, c. 5, p. 130.

[197.] Marin Sanuto Storia dei duchi, p. 634. — Navagero storia venez. p. 1041.

[198.] Cantacuzenus Histor l. IV, c. 27 p. 656, e 657.

[199.] Πρῶτα μὲν ἠρώτα τῃ λατίνων διαλέκτῳ, ἐξήσκητο γάρ αὐτὴν καλῶς. Cantacuzenus Histor. l. IV, c. 41, p. 697.

[200.] Con diversi caratteri il cambiamento dell'ortografia è più scusabile, perchè talvolta mancano in una lingua lettere che corrispondano a quelle impiegate dall'altra. Così i Greci più non hanno il b, poichè il loro β è diventato un v. Eglino rappresentano il b de' Latini con μῶ. Eglino più non hanno il d, perchè il loro δ è diventato simile al th dolce degl'Inglesi, ed eglino rappresentano il nostro d con ντ. Il g avanti l'i che non esiste nella loro lingua diventa per loro ντς, e scrivono Giovan Ντςιουαν.

Queste doppie lettere danno per altro un certo che di barbaro ai vocaboli che sono più fedelmente traslatati.

[201.] Tiraboschi Stor. della letterat. ital. l. III, c. 1, t. V.

[202.] Tiraboschi, l. V, c. 1, § IV, p. 424. Pretendevano i monaci del monte Athos che la luce veduta sul Tabor, in tempo della trasfigurazione di Nostro Signore, fosse divina ed increata, e ch'essi medesimi potevano vedere questa luce, emanazione della divinità, stando in lunga contemplazione, cogli occhi fissi sul proprio umbilico.