Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi, sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo, siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili, appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza; possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?

Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone, aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini, Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.

I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i castighi ecclesiastici[4].

La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione, quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza sulla condotta degli uomini[5].

Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati. Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de' suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].

Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama, dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria, la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina. Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].

Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo; se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo, e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi, il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.