Rivoluzioni di diversi stati d'Italia, dopo la perdita dell'indipendenza italiana, fino alla fine del sedicesimo secolo.
1531 = 1600.
La storia d'Italia nel sedicesimo secolo dividesi in tre epoche, ognuna delle quali offre un assai diverso carattere. La prima si stende dal principio del secolo fino alla pace di Cambrai, dell'anno 1529. Fu questo un periodo di continue guerre e di desolazione, durante il quale la potenza della Francia e quella della casa d'Austria parvero bastantemente equilibrate, perchè i popoli d'Italia non potessero prevedere quale sarebbe la trionfante. Essi attaccaronsi alternativamente all'una ed all'altra; sperarono mantenere fra le medesime la loro indipendenza, e non si avvidero che gl'Italiani avevano cessato di esistere come nazione soltanto nell'istante in cui Francesco I li sagrificò col trattato delle dame sottoscritto da sua madre.
Il secondo periodo comincia alla pace di Cambrai, del 5 agosto 1529, e termina con quella di Cateau-Cambresis del 3 aprile 1559. Con questa Enrico II e Filippo II posero fine alla lunga rivalità delle loro due case, e le riunirono col matrimonio di Filippo con Elisabetta di Francia. Questo periodo di trent'anni venne insanguinato quasi con altrettante guerre che il precedente, e sempre tra gli stessi rivali. Ma queste guerre più non si presentavano agl'Italiani sotto lo stesso aspetto, e più in loro non risvegliavano le medesime speranze. Tutti i diversi loro stati o erano caduti sotto l'immediato dominio di casa d'Austria, o avevano riconosciuta la di lei protezione con trattati che loro non lasciavano veruna indipendenza. Se in questo spazio di tempo alcuni di loro si staccarono momentaneamente da quest'alleanza, che si era loro imposta, vennero piuttosto trattati come ribelli che come nemici pubblici. La Francia, non isperando di trovare fra di loro degli alleati, invece di guadagnarseli colle ricompense, sforzavasi di distruggere le loro ricchezze, persuasa che tutti i loro soldati e tutti i loro tesori sarebbero sempre a disposizione dal suo costante nemico. Fece perciò alleanza contro di loro coi Turchi e coi Barbareschi, ed abbandonò le coste dell'Italia ai guasti dei Musulmani.
I trentanove anni che decorsero dopo la pace di Cateau-Cambresis fino a quella di Vervins, sottoscritta il 2 di maggio del 1598, da Enrico IV, Filippo II ed il duca di Savoja, dovrebbero, paragonati ai due primi periodi, considerarsi come un tempo di profonda pace; imperciocchè in tutto questo tempo le province d'Italia non furono attaccate da veruna armata straniera; e gli stati italiani, contenuti dalla coscienza della propria debolezza, giammai fra di loro non si abbandonarono a lunghe ostilità. Per altro l'Italia non gustò in questa sgraziata epoca i vantaggi della pace. La Francia, lacerata da civili guerre, più non aveva peso nella bilancia politica dell'Europa, mentre che il feroce Filippo II, sovrano d'una gran parte d'Italia, e che quasi comandava egualmente ai suoi alleati come a' suoi sudditi, aveva determinato di schiacciare il partito protestante ne' Paesi bassi, in Francia ed in Germania. Durante tutto il suo regno, Filippo non cessò di combattere gli Olandesi ed i Calvinisti della Francia, e di dare ajuto agli imperatori suoi alleati, Ferdinando suo zio, Massimiliano II e Rodolfo II, che tutti parimenti furono di continuo impegnati nelle guerre coi protestanti di Germania, e coi Turchi. Gl'Italiani militarono continuamente in tutto questo periodo ne' lontani paesi in cui Filippo portava la guerra. I loro generali come i loro soldati rivalizzarono di gloria, d'ingegno e di coraggio colle vecchie bande spagnuole, delle quali parevano avere adottato il carattere. In tal guisa la nazione andò ricuperando la sua virtù militare in servigio degli stranieri; e se l'avesse in seguito adoperata in difesa della patria, forse non l'avrebbe pagata troppo cara con tutto il sangue ch'ella versò; ma continuò sempre a servire, finchè nuovamente perdette l'abitudine del combattere.
La più grande disgrazia, inseparabile da questo stato abituale di guerra straniera, fu la continuazione del regime militare, la dimora o il passaggio delle truppe spagnuole nelle diverse province italiane, e più di tutto le insopportabili imposte colle quali la corte di Madrid opprimeva i popoli. L'ignoranza de' ministri spagnuoli, che non conoscevano verun principio di economia politica, era ancora più funesto che la loro rapacità, e le loro dilapidazioni. Essi mai non inventarono un'imposta che non sembrasse destinata a schiacciare l'industria ed a ruinare l'agricoltura. Le manifatture andavano in decadimento, scompariva il commercio, le campagne si disertavano, e gli abitanti, ridotti alla disperazione, erano in ultimo costretti ad abbracciare, come una professione, l'assassinio. Capi distinti pei loro natali e pei loro talenti si posero alla testa di compagnie d'assassini, che formaronsi in sul declinare del secolo nel regno di Napoli e nello stato della Chiesa; e la guerra dei malandrini pose più volte in pericolo la stessa sovrana autorità. In questo tempo le province restavano senza soldati, le coste senza vascelli da guerra, le fortezze senza guarnigione. Nulla opponevasi ai guasti dei Barbareschi, che, non contenti delle prede che potevano far sul mare, eseguivano sbarchi alternativamente su tutte le coste, e strascinavano in ischiavitù tutti gli abitanti. Tutte le atrocità con cui la tratta dei Negri afflisse l'Africa negli ultimi due secoli, vennero nel sedicesimo praticate dai Musulmani in Italia. Questi avidi mercanti di schiavi mantenevano egualmente dei traditori sulle coste per avvisarli e dar loro nelle mani gli sventurati Italiani; egualmente veniva sempre offerta una mercede al delitto, e l'estrema sventura pendeva sempre sul capo della famiglia che credeva poter riporre la sua fiducia nella propria innocenza ed oscurità. Tali erano le calamità, sotto il peso delle quali, in sul finire del sedicesimo secolo, l'Italia piangeva la perdita della sua indipendenza.
Abbiamo negli ultimi volumi esposti circostanziatamente tutti gli avvenimenti del primo dei tre periodi ne' quali si è diviso il sedicesimo secolo. Abbiamo altresì nel precedente capitolo raccolti alcuni de' fatti spettanti, per ciò che risguarda il tempo, al secondo periodo, sebbene sembrino avere tuttavia alcuno dei caratteri del primo; e questi sono l'estrema lotta sostenuta in Toscana per la libertà, e gli sforzi de' Sienesi per respingere il giogo che loro voleva imporre Carlo V. Oramai più non ci resta che di dare un'idea degli avvenimenti che nello stesso tempo o nel susseguente periodo mutarono le relazioni tra gli stati d'Italia, influirono nella sorte de' popoli, o ne alterarono il carattere nazionale. Per farlo terremo dietro ad uno ad uno ai governi tra i quali trovavasi divisa l'Italia, e daremo compendiosamente un cenno delle loro rivoluzioni.
Gli stati della casa di Savoja, i primi che i Francesi scontravano sul loro cammino entrando in Italia, eransi sottratti ai guasti delle prime guerre del secolo. Le relazioni di parentela del duca Carlo III coi due capi delle case rivali aveva al certo contribuito ad ispirar loro de' riguardi per lui. Questa stessa parentela fu poi cagione dell'invasione del Piemonte, quando del 1535 si rinnovò la guerra tra Francesco I e Carlo V. Il duca di Savoja aveva sposata Beatrice di Portogallo, sorella dell'imperatrice, e si era lasciato da lei strascinare in una confederazione colla casa d'Austria. Francesco, per vendicarsene, riclamò una parte della Savoja come eredità di sua madre Luigia, sorella del duca regnante; e sotto questo pretesto la maggior parte della Savoja e del Piemonte fu invasa dai Francesi; mentre dal canto loro gl'imperiali posero guarnigione nelle poche città che poterono sottrarre agli attacchi de' loro nemici. Per lo spazio di vent'otto anni il Piemonte fu il principale teatro della guerra tra i re di Francia e di Spagna. Quando Carlo III morì a Vercelli, il 16 agosto del 1553, trovavasi spogliato di quasi tutti i suoi stati, non meno dai suoi amici che dai suoi nemici; e sebbene suo figlio, Emmanuele Filiberto, si fosse di già acquistato nome di valoroso generale al servigio dell'imperatore, e che continuasse nelle guerre di Fiandra a coprirsi di gloria, non trovò riconoscenza ne' principi pei quali aveva combattuto. La pace di Cateau-Cambresis, che in certo qual modo fu dettata da Filippo II alla Francia, non assicurò gl'interessi d'Emmanuele, avendo essa pace lasciati nelle mani del re francese, Torino, Chiari, Civasco, Pignerolo e Villanuova d'Asti coi loro territorj, e nelle mani del re di Spagna Vercelli ed Asti. Soltanto le guerre civili della Francia persuasero Carlo IX a restituire nel 1562 al duca di Savoja le città che tuttavia occupava in Piemonte[186].
Di quest'epoca soltanto la casa di Savoja fu veduta innalzarsi in Italia quanto gli altri stati erano decaduti. Emmanuele Filiberto, e suo figlio Carlo Emmanuele, che gli successe nel 1580, non avevano più che temere dalla Francia, in allora lacerata dalle guerre di religione. Anzi l'ultimo per lo contrario fece delle conquiste e contese al maresciallo di Lesdiguieres il possedimento della Provenza e del Delfinato. Filippo II, che cominciava a veder declinare la sua potenza, sentì la necessità di accarezzare un principe bellicoso, che copriva i confini dell'Italia; ed il duca di Savoja era il solo tra gli alleati della Spagna, che avesse meno cagioni di lagnarsi dell'insolenza de' vicerè e dei generali di Filippo. Quand'ebbero fine le guerre di religione, il duca di Savoja venne vantaggiosamente compreso nella pace di Vervins del 2 di maggio del 1598. Gli restava tuttavia una vertenza con Enrico IV rispetto al possedimento del marchesato di Saluzzo. In tempo delle guerre d'Italia questi marchesi si erano attaccati alla corte di Francia, che gli aveva colmati di favori: essi avevano richiamate in vita alcune antiche carte, in forza delle quali si riconoscevano feudatarj dei Delfini del Viennese. La loro famiglia dopo essere stata divisa da alcune guerre civili, nelle quali s'immischiò Francesco I, si spense nel 1548, e la Francia occupò il marchesato di Saluzzo che gli apriva la porta dell'Italia. Dall'altro canto il duca di Savoja approfittò delle guerre civili della Francia per andare al possedimento dello stesso feudo nell'anno 1588[187]. I due trattati del 27 di febbrajo 1600, e del 17 gennajo 1601, terminarono queste vertenze tra la Savoja e la Francia, cui tutta l'Italia dava la più grande importanza. Enrico IV accettò la Bresse invece del marchesato di Saluzzo, e con questa transazione egli escluse affatto sè medesimo dall'Italia privando così gli stati di questa contrada della speranza che quel re andava fomentando di ristabilire un giorno la loro indipendenza[188].
In questo secolo aveva la casa d'Austria estesa la sua sovranità sopra quattro de' più potenti stati d'Italia, il ducato di Milano, il regno di Napoli, il regno di Sicilia e quello di Sardegna. Il duca di Milano, Francesco II, ultimo erede della casa Sforza, era morto il 24 ottobre del 1535, dopo aver fatto un inutile esperimento per iscuotere il giogo di Carlo V, che parevagli insopportabile. Egli aveva intavolati col re di Francia pericolosi trattati, ed aveva ottenuto che un ambasciatore di quella corona fosse mandato alla sua corte con una segreta missione; poi tutt'ad un tratto, spaventato dalla collera di Carlo V, aveva fatto decapitare quest'inviato, chiamato Maraviglia, o Merveilles, in occasione di una disputa intentatagli da lui medesimo[189]. Questa fu la cagione principale del rinnovamento della guerra tra la Francia e l'impero, nel 1535; e si pretende che la paura delle vendette del re affrettasse la morte del duca.