Egli perdette rapidamente quella schifiltà che aveva caratterizzato la sua vecchia vita. Mangiatore accurato e lento, aveva scoperto che i suoi compagni, terminando prima, lo derubavano della parte di razione che gli rimaneva. Non vi era maniera di difendersi. Mentre egli scacciava due o tre, il cibo spariva nella bocca degli altri. Per rimediare a ciò, mangiò in fretta come loro; e, tanto la fame rincalzava, che egli non aveva ritegno a prendere anche la parte altrui. Osservò e imparò.

Quando vide Pike, uno dei nuovi cani, furbo ipocrita e ladro, destramente rubare una fetta di lardo affumicato, nel momento in cui Perrault voltava le spalle, egli duplicò il furto, il giorno seguente, portando via l’intero pezzo. Ne seguì un gran baccano, ma egli non fu sospettato; mentre Dub, maldestro e pasticcione che si faceva sempre cogliere in fallo, era punito per le malefatte di Buck.

Questa prima ruberia mostrò che Buck era adatto a sopravvivere nell’ostile ambiente delle terre nordiche. Confermò la sua adattabilità, la sua capacità ad adeguarsi a condizioni mutate; qualità questa la cui mancanza avrebbe significato una rapida e terribile morte. Segnò, inoltre, il decadere o frangersi della sua natura morale, cosa vana, e un fardello nella furiosa lotta per l’esistenza. Ottima cosa nel Sud, protetti dalla legge dell’amore e del cameratismo, il rispettare la proprietà privata e i sentimenti personali; ma nel Nord, sotto la legge della mazza e dei denti, chi prendeva queste cose in considerazione era un pazzo, che per quanto si poteva osservare intorno, non avrebbe certo prosperato.

Non che Buck facesse tutto questo ragionamento. Era adatto, ecco tutto; e inconsciamente s’accomodava al nuovo modo di vita. In ogni giorno, della sua vita, qualunque fosse il dissidio, egli non s’era mai sottratto a una lotta. Ma la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva inculcato un codice più fondamentale e primitivo. Incivilito, egli sarebbe stato capace di morire per una idea morale; per esempio, per la difesa del frustino del giudice Miller; ma, ora, la perdita assoluta d’ogni senso di civiltà era messa in evidenza dall’abilità che usava nel sottrarsi alla difesa di una idea morale, per salvarsi il fianco. Non rubava per la gioia di rubare, ma per le imperiose necessità del suo stomaco; e non rubava apertamente, ma nascostamente e con furberia, per timore della mazza e dei denti. In breve, le cose che faceva, le faceva perchè era più facile farle che non farle.

Il suo sviluppo (o regresso) fu rapido. I suoi muscoli divennero duri come il ferro; egli divenne indifferente a tutte le pene ordinarie; e si regolò secondo una perfetta economia interna oltre che esterna. Poteva mangiare qualsiasi cosa, nauseante e indigesta che fosse; e, mangiatala, i succhi del suo stomaco ne estraevano, sino alle più minute particelle, tutto il nutrimento, che il sangue portava poi alle più lontane estremità del corpo, costruendo i più saldi e duri tessuti. La vista e l’odorato gli divennero straordinariamente acuti; mentre l’udito s’era acuito al punto che nel sonno udiva il più leggero suono e distingueva se era segno di pace o di pericolo.

Imparò a strapparsi il ghiaccio coi denti, quando gli si formava tra le dita delle zampe; e allorchè aveva sete e vi era un grosso strato di ghiaccio sull’acqua, lo rompeva saltandovi sopra con le quattro zampe irrigidite. La sua abilità più straordinaria era quella di odorare il vento e di prevederlo una notte prima. Qualunque fossero le condizioni atmosferiche, quand’egli scavava il suo covo accanto ad un albero, ad un monticello, il vento che soffiava più tardi lo trovava sempre ben riparato, coperto e caldo.

E non soltanto egli imparava per esperienza, ma perchè si ridestavano in lui istinti da lungo tempo scomparsi. Si separavano da lui le generazioni addomesticate; vagamente ricordava cose lontane della giovinezza della sua razza, di quando i cani selvatici erravano a torme per le primitive foreste e uccidevano per nutrirsi l’animale che riuscivano ad abbattere. Non gli era difficile imparare a combattere tagliando e strappando, col rapido morso del lupo. In quel modo avevano combattuto obliati antenati, che ravvivavano in lui il senso dell’antica vita, così che le vecchie abilità ed astuzie ch’essi avevano impresso ereditariamente alla razza, diventavano le sue abilità e le sue astuzie. Gli venivano naturali, senza ricerca o sforzo, come se le avesse sempre pensate. E allorchè, nelle notti serene e fredde, puntava il naso verso una stella e ululava a lungo alla maniera dei lupi, erano i suoi antenati, morti, in polvere, che puntavano il naso alle stelle e ululavano attraverso i secoli e attraverso lui. E le sue cadenze erano le loro cadenze, che esprimevano la loro miseria e il silenzio e il freddo e le tenebre.

Così, a dimostrare che specie di buffoneria è la vita, l’antico canto rinasceva in lui ed egli ritornava ad essere se stesso; e ritornava ad essere se stesso perchè gli uomini avevano scoperto un metallo giallo nel Nord, e perchè Manuele era un aiuto-giardiniere il cui salario bastava appena a soddisfare i bisogni della moglie e di varie piccole copie di sè.

CAPITOLO III. LA BESTIA PRIMORDIALE PREPONDERANTE.

La bestia primordiale preponderante era molto forte in Buck, e in quelle terribili condizioni della vita sul duro sentiero del Nord, crebbe ogni giorno più. Cresceva, tuttavia, segretamente. La nuova perspicacia gli dava senno e ritegno. Era troppo occupato ad accomodarsi alla nuova vita, per sentirsi a suo agio; e non soltanto non cercava litigi, ma li evitava sempre, quando poteva. Una certa ponderatezza caratterizzava i suoi atti. Egli non era soggetto a sventatezze o ad azioni precipitate: e nel profondo odio che correva tra lui e Spitz, non tradiva alcuna inesperienza, evitando qualsiasi atto offensivo.